La conversione delle parole e la “resa” dei suoni

Libri

di Nathan Greppi

Gli autori israeliani visti dai loro traduttori: come si evolve l’ebraico. Da quando si è iniziato a usarla nel parlato quotidiano, e non più solo in ambito religioso, la lingua ebraica ha conosciuto un’evoluzione costante, passando dall’essere usata come seconda lingua dai primi olim (immigrati in Israele) a essere quella di riferimento per i sabra, gli israeliani dalla seconda generazione in poi. Ciò ha avuto un riflesso anche nella letteratura in lingua ebraica che, a seconda del singolo autore e del contesto storico-sociale in cui viveva, ha presentato delle differenze peculiari. In che ebraico scrivono gli autori israeliani di oggi? E come si distinguono dai loro predecessori?
Ne abbiamo parlato con coloro che li hanno tradotti in italiano, e che più di altri sanno quanto lo stile autoriale possa essere molto difficile da trasmettere da una lingua all’altra.
Partiamo dalla poesia, e in particolare dagli autori vissuti prima della nascita dello Stato d’Israele, nella Palestina Mandataria: «La poetessa Rachel
(il cui nome completo era Rachel Bluwstein, ndr) scriveva negli anni ’20 in un ebraico apparentemente semplice, ma in realtà carico di significato»,
spiega a Bet Magazine Sara Ferrari, docente di Lingua Ebraica all’Università degli Studi di Milano. Rachel e altre poetesse dell’epoca influenzarono celebri poeti come Yehuda Amichai, che secondo la Ferrari «usava un linguaggio quotidiano, l’ebraico della vita di tutti i giorni; al tempo stesso, però, ‘giocava’ con l’ebraico biblico, citando vari passi della Torà che rielaborava a suo piacimento. Venendo da un background religioso, Amichai conosceva bene l’ebraico antico».

A rifarsi ai testi sacri, almeno nella prima fase della sua carriera, fu anche lo storico e studioso di mistica Gershom Scholem, per il quale l’ebraico «fu una lingua acquisita più per forza di volontà che con naturalezza», spiega Saverio Campanini, coordinatore del Dottorato in Studi ebraici dell’Università di Bologna.
«Nei suoi diari giovanili mischiava frasi bibliche estrapolate dal loro contesto con espressioni in tedesco, la sua lingua madre, tanto che quando
emigrò nella Palestina Mandataria, nel 1923, suscitò l’ilarità di chi usava già l’ebraico come lingua colloquiale, in quanto era totalmente diverso dal
suo. Sin dai primi saggi usciti su riviste, il suo era un ebraico ‘prussiano’, influenzato dalle sue radici mitteleuropee. Inoltre, riservava l’ebraico per
trattare questioni che a suo parere interessavano solo gli ebrei, ma nel privato non abbandonò mai il tedesco». Secondo Campanini, l’ebraico di Scholem cambiò dopo l’indipendenza dello Stato d’Israele, che per molti scrittori fu «un giro di boa: il suo ebraico divenne più maturo, con una maggiore padronanza della lingua, come si vede in particolare nella biografia di Shabbatai Zvi che scrisse con l’aiuto della moglie. Inoltre, mentre in origine aveva uno stile aulico, senza alcun confronto con l’ebraico realmente in uso, dopo il ’48 utilizzò uno stile espositivo più agile e sicuro». Non era solo nella poesia e nella saggistica che i primi autori di lingua ebraica si rifacevano ai testi sacri, ma anche nella narrativa; Shmuel Yosef Agnon, a oggi l’unico israeliano ad aver vinto il Nobel per la Letteratura, «utilizzava un ebraico che si rifà alla letteratura rabbinica, difficile da capire se non la si conosce», spiega Anna Linda Callow, anche lei traduttrice e docente di Lingua Ebraica all’Università Statale. «Certi elementi si perdono nelle traduzioni, anche perché solo di recente si è iniziati a tradurre il Talmud in italiano». Altro autore che la Callow ha molto trattato è Yizhar, «famoso per l’uso di neologismi, con i quali cercava di ricreare una lingua antica che voleva essere nuova».
Secondo la Callow, gli scrittori israeliani contemporanei usano una lingua più semplice dei loro predecessori: «Agnon e Yizhar ‘investivano’ sulla qualità del loro ebraico; invece gli autori degli ultimi decenni cercano di usare una lingua da romanzo che rende facile il lavoro del traduttore, senza
usare virtuosismi linguistici, per essere mainstream e farsi conoscere anche fuori dai confini nazionali. Il loro è un processo simile a quello utilizzato da Isaac Bashevic Singer, quando traduceva i propri libri dallo yiddish all’inglese».

Ha un’opinione diversa degli autori israeliani di oggi Raffaella Scardi, che ha tradotto in italiano tutti i libri di Eshkol Nevo, oltre a tradurne ogni settimana un articolo per una rubrica su Vanity Fair: gli autori odierni, secondo la Scardi, a differenza di quelli delle origini «sono nati e cresciuti in un’Israele in cui l’ebraico era davvero la loro lingua madre. La usano giocando su vari registri e, anche se ci sono richiami biblici, la vivono come
la loro prima lingua, che parlano nella vita quotidiana».
Partendo da Nevo, ha spiegato che i suoi primi romanzi, come Nostalgia e Neuland, «sono romanzi corali, a più voci, dove il registro stilistico identifica ogni personaggio, che ha una sua lingua che ne indica il carattere e lo status sociale. Nei suoi primi romanzi usava molte subordinate, frasi lunghe di molte righe, mentre negli ultimi ha adottato uno stile diverso: frasi brevi con molti punti».
Altro aspetto fondamentale di Nevo è che «ogni suo romanzo ha una sua musica: Eshkol inserisce spesso citazioni musicali, essendone un amante.
Per me, come traduttrice, il compito più importante è captare qual è la musica di ogni romanzo e di renderla ai lettori italiani, rispettandola. Spesso ne parlo con Eshkol prima di iniziare a tradurre».

Un libro recentemente tradotto da Raffaella Scardi, e che uscirà ad aprile per Neri Pozza, è Gli eroi volano per lei di Amir Gutfreund, morto nel
2015 a soli 52 anni: «In questo monumentale romanzo, il lettore viene immerso nella storia d’Israele dagli anni ’60 fino alla fine del ‘900. L’autore ci presenta personaggi con registri stilistici molti diversi, quali ad esempio un superstite della Shoah che parla in un ebraico molto povero condito da espressioni in yiddish. Un’altra caratteristica del libro sta nell’uso dell’ironia che però è unita alla compassione, senza mai diventare crudele».

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