Libri/ Il racconto di un bambino nella tempesta

Libri

di Eleonora Maria Tanchis

Una storia molto particolare quella di Ariel Paggi, autore del libro “Un bambino nella tempesta”  (Salomone Belforte & C. Livorno, 2009 ). Innanzitutto perchè, come sottolinea rav Giuseppe Laras nell’introduzione al libro, le cronache sulla persecuzione narrate attraverso gli occhi di un bambino, sono poche, rare. Pochi infatti furono i bambini che sopravvissero ai campi nazisti (erano i primi ad essere mandati nelle camere a gas). I pochi sopravvissuti per parte loro,  in genere non riescono o non vogliono ricordare.

Quella che Paggi definisce la “tempesta” comincia nel 1938, con la promulgazione delle leggi antiebraiche: se gli adulti furono interdetti dai loro impieghi pubblici, i bambini furono espulsi dalla scuola. Questa condizione, ci fa capire Paggi, sviluppò nei bambini di allora, un disagio, quasi un complesso di inferiorità che derivava dalla loro incapacità di comprendere il motivo di quell’improvvisa diversità, di quella improvvisa segregazione. La particolarità, la singolarità della storia di Paggi, tuttavia, la si scopre più avanti, quando nel 1943 nel Nord Italia sotto la RSI vengono costituiti dei campi di concentramento dai quali poi sarebbero partiti destinati ad Auschwitz.

Uno di questi “centri” fu creato a Roccatederighi, il piccolo borgo nei pressi di Grosseto in cui vivevano Ariel Paggi e la sua famiglia. Qui, la Prefettura affittò lo stabile destinato a diventare centro di raccolta dalla curia vescovile – l’unico caso in Italia di utilizzo da parte della polizia fascista di proprietà della chiesa. Il capo della prefettura stipulò con il vescovo un contratto in piena regola che prevedeva oltre al pagamento dell’affitto una quota da destinare al vescovo e alle suore, affinchè controllassero il funzionamento del “centro”.
Paggi racconta che gli ebrei nella provincia di Grosseto si presentarono spontaneamente in Questura, e questo perchè, come poi riferirono molti di loro, fu il vescovo stesso a suggerire loro di rifugiarsi a Roccatederighi per sfuggire alle rappresaglie tedesche.

Furono internate circa un centinaio di persone sia italiane che straniere. I testimoni raccontano che l’atmosfera era surreale: molti di loro conoscevano il direttore e all’arrivo venivano salutati con grandi abbracci. Raccontano anche di come l’atmosfera nel campo fosse apparentemente gioviale. Chi aveva conoscenze fra le guardie poteva addirittura uscire.

Dopo il 17 aprile 1943 le cose cambiarono, cominciarono le deportazioni. Gli ebrei di Fossoli, italiani e stranieri furono portati ad Auschwitz. I pochissimi di loro che riuscirono a sopravvivere non riuscirono mai a sradicare il terribile senso di colpa, originato dalla consapevolezza che qualcuno salì sui quei treni al loro posto.

La tempesta fa fatica a quietarsi in Ariel e in tutti gli altri internati che giocarono per mesi insieme a quei bambini che vennero portati via. Dopo settant’anni si può solo ricordare, e, più che mai, portare alla luce momenti tragici e poco noti delle persecuzioni naziste in Italia negli anni della guerra cui non sempre gli storici prestano la dovuta attenzione.

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