Il mondo (perduto) dei Hassidim nei racconti di Martin Buber

Libri

di Marina Gersony

Una nuova edizione della preziosa raccolta, pubblicata da Guanda. Filosofo, narratore e pedagogista, Buber ha dedicato buona parte della sua attività allo studio e alla divulgazione della cultura chassidica, recuperando centinaia di testi scritti in ebraico e in yiddish. Ecco una nuova edizione de I racconti dei Hassidim.

 

Ci sono libri che andrebbero semplicemente letti al di là delle pur ottime recensioni che rischierebbero di togliere vigore e freschezza al testo. Come nel caso de I racconti dei Hassidim di Martin Buber che già dal titolo e dalla copertina preannunciano un contenuto invitante e sorprendente senza dover scomodare anche il più abile dei recensori. Ed ecco allora che è il libro stesso a parlare attraverso i suoi sublimi racconti, brevi parabole, insegnamenti-lampo, piccole favole, metafore, allegorie, leggende e spaccati di vita di un mondo reale e irreale, favolistico, concreto e immateriale; scintille di vita raccolte e rivisitate da Buber nel corso di una vita: per anni il filosofo e pedagogista austriaco naturalizzato israeliano (Vienna 1878 – Gerusalemme 1965) ha dedicato buona parte della sua attività allo studio e alla divulgazione della cultura dei Hassidim recuperando centinaia di testi scritti in ebraico e in yiddish che avevano iniziato a circolare in forma orale dai primi anni del Settecento.

Si tratta di racconti tramandati, trascritti di volta in volta e quindi rielaborati, in cui Buber ha cercato di conservare le parole dei testi originali adattandoli compatibilmente a una necessaria chiarezza. Perché, annota Buber, “la parola che narra è più che semplice parola, essa trasmette effettivamente l’accaduto alle generazioni future, anzi il narrarlo è accadimento esso stesso, ha la sacralità di un rito (…). Il racconto è più che un’immagine riflessa: l’essenza sacra di cui dà testimonianza continua a vivere in esso; il miracolo che si racconta riacquista potere; la forza, che un giorno operava, si trasmette come parola vivente e opera ancora dopo generazioni”.

È dunque il racconto stesso a possedere, sia pure nelle sue varianti formali – orali, tramandati o scritti –, una sua immediatezza e straordinaria purezza, una forza intrinseca e vitale, ma soprattutto il potere di arrivare direttamente al cuore dell’ascoltatore/lettore senza la mediazione del critico recensore.

La narrazione novellistica buberiana, per intenderci, è quella ambienta attorno alla metà del Settecento – quindi che precede i racconti degli immensi fratelli Singer o di altri scrittori della yiddishkeit diasporica probabilmente meno conosciuti al grande pubblico e tuttavia preziosi testimoni di un mondo unico e speciale; una narrazione ambientata nei remoti e tuttavia ormai arcinoti villaggi dell’Europa Orientale, quegli stessi shtetl che non dobbiamo più neppure immaginare perché li rivediamo leggendo questi meravigliosi racconti hassidici valorizzati da Buber, probabilmente il primo, secondo gli studiosi, che li ha resi così accessibili e familiari anche a un pubblico non ebraico o secolare: «Sono i villaggi polacchi, ucraini, galiziani sperduti nelle sterminate pianure coperte di neve o tormentate dal gelo durante il lungo inverno – annota Montefoschi nella postfazione […] –. Questi villaggi così lontani dell’Europa occidentale, illuminista, che per l’appunto di loro non sapeva nulla, e nulla avrebbe saputo fino agli inizi del Novecento».

In breve, quei villaggi sperduti dove le comunità ebraiche per troppo tempo deluse dai falsi Messia finalmente videro sorgere come per incanto al loro interno i Giusti, gli tzaddikim, i fini conoscitori di spirito, anima e corpo, i puri di cuore e i bravi maestri che uscendo dall’anonimato e con un ruolo di guida ben preciso, restituivano agli ebrei devoti il fervore, insieme alla gioia e alle sante intenzioni, con i quali avrebbero completato e perfezionato la creazione divina. Perché, come diceva il primo tzaddik, il Baal Shem Tov, «Dio è in tutte le cose», nelle cose buone e in quelle cattive; nelle parole pure e in quelle impure; nella materia organica e in quella inanimata; nella quiete nell’ira; nel tacco di una scarpa e in una scopa di saggina; nell’acqua e nel fuoco… e compito del devoto è quello di riconoscere e quindi di accettare le imperfezioni del mondo per poi calarsi dentro di esse per redimerle.

In breve, un’occasione unica per l’ebreo – e dunque per ogni essere umano – per migliorare, evolvere e procedere in modo consapevole nel cammino arduo ma anche colmo di speranza che è la vita stessa. Concludiamo questo articolo con l’augurio di fare cosa gradita al lettore riportando di seguito qualche perla hassidica scelta a caso: coriandoli di saggezza, spesso attuali, tratti dall’illuminante libro di Martin Buber di cui consigliamo la lettura.

Amaro, non cattivo
Il Rabbi di Kobryn insegnava: «Quando l’uomo soffre non deve dire: “È male, è male”. Nulla è male di ciò che Dio manda agli uomini. Ma si può dire: “È amaro!”. Poiché ci sono amari veleni tra le medicine».

Il significato
Quando Rabbi Bunam stava per morire, sua moglie piangeva. Egli disse: «Che piangi? Tutta la mia vita è stata soltanto perché imparassi a morire».

Il perfetto nuotatore
Quando il figlio di Rabbi di Lentschno era ancora un ragazzo, vide un giorno pregare Rabbi Isacco di Worki. Pieno di meraviglia corse dal padre e gli chiese come mai un tale zaddik pregasse così tranquillamente e semplicemente, senza alcuna manifestazione di trasporto. «Chi non sa nuotare bene», rispose il padre, «deve muoversi violentemente per tenersi a galla. Il perfetto nuotatore si adagia sull’onda e questo lo porta».

La cicogna
Fu chiesto allo Jehudi: «Il Talmud spiega che la cicogna si chiama in ebraico hassida, la pia o l’amorosa, perché dimostra amore ai suoi. Perché allora è annoverata tra gli uccelli impuri?». Egli rispose: «Perché dimostra amore soltanto ai suoi».

L’anello nuziale
Rabbi Bunam insegnava: «Come uno che ha preparato tutto per le nozze e ha dimenticato di comperare l’anello nuziale, così è quello che s’è affaticato tutta la vita e ha dimenticato di santificare se stesso: alla fine si torce le mani e si strugge».

Suona!
Una volta che Rabbi Bunam della sinagoga onorò un uomo chiamandolo a suonare lo shofar, quello cominciò a fare minuziosi preparativi per ben rivolgere la sua anima alla intenzione dei suoni. «Sciocco», gridò lo zaddik, «suona!».

Il segno del perdono
«Da cosa riconosciamo, chiese Rabbi Bunam ai suoi scolari, in quest’epoca senza profeti, se un peccato ci è perdonato?». Gli scolari dettero varie risposte, ma nessuna piacque Rabbi. «Lo riconosciamo dal fatto che non commettiamo più il peccato».

Quelli che non possono pregare
Alla vigilia del Giorno del Perdono il Rabbi Kozk disse a uno dei suoi Hassidim «Hersch, tu pregherai in nome degli ebrei che non possono pregare, degli ebrei nei campi e nei boschi, di quelli che sono qui e di quelli che non sono qui, non solo dei viventi ma anche dei morti, perché devi saperlo: le pareti sono tutte coperte di anime!».

 

 

Martin Buber, I racconti dei Hassidim, Guanda, collana Biblioteca della Fenice, postfazione di Giorgio Montefoschi, traduzione di Gabriella Bemporad, pp. 704, € 24,00.

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