Il dilemma di una madre e il riscatto del figlio perduto

di Fiona Diwan

Una maternità dolorosa e ambivalente, un difficile rapporto madre-figlio nel nuovo romanzo di Colette Shammah, Dietro
la porta chiusa (sarà presentato il 20 settembre al Teatro Parenti)

Due amiche, due maternità parallele, un percorso a ostacoli fatto di inciampi e fatica, lo sforzo di crescere un figlio in solitudine. Quello di Greta è un figlio difficile: Thoby è un ragazzo che si tiene lontano da tutto, chiuso in casa e senza amici, distante e rinserrato dietro tapparelle sempre abbassate e un mutismo senza apparenti spiegazioni. Greta vive una maternità dolorosa, il tormento associato all’amore, un nodo alla gola appena lo sguardo si posa su di lui, un sordo risentimento per la fatica che quel figlio la obbliga a fare, che quanto più lei si arrabbia, più lui si chiude, immusonito e immobile dietro una porta chiusa, incapace di guarire da se stesso e da un destino di angelo caduto. Su tutta la vicenda, ecco l’intreccio di due cupi segreti che aleggiano, la colpa di qualcosa di inconfessabile, mentre il gomitolo della narrazione si srotola all’indietro, a partire dal ritrovamento sulla spiaggia del corpo della madre di Thoby, Greta, morta annegata forse a causa di un malore.
Non c’è nessun Amleto, nessuna Giocasta e neppure Edipo in questo rapporto madre-figlio che Colette Shammah, milanese, ci consegna con il suo secondo romanzo, Dietro la porta chiusa (La Nave di Teseo; la presentazione è martedì 20 settembre, ore 18.00, al Teatro Franco Parenti); c’è piuttosto una modernità lacerante, la femminilità scissa di una generazione che ha vissuto le contraddizioni del bisogno di libertà e di autorealizzazione, insieme al desiderio violento di una maternità che fiorisce in ritardo, spesso acciuffata per il rotto della cuffia.

«Tutto ruota intorno al non detto, al segreto, alla bugia. È quello che una madre non può dire, è quello che non riesce a confessare, la sua difficoltà a essere madre al di là di ogni retorica della cura e dell’accudimento: questo mi interessava raccontare qui. Considero questo libro come la continuazione ideale del mio primo romanzo: anche lì, la vicenda ruotava intorno alla figura di una madre. È il tema del nascosto a interessarmi da sempre, un tema ebraico per eccellenza ma anche un tema che appartiene al mio vissuto personale, a periodi in cui dovevo nascondere, per molteplici ragioni, il mio essere ebrea», spiega Colette Shammah. «Tutti i personaggi di questo romanzo, anche quelli secondari, nascondono qualcosa: l’alcol, i demoni più oscuri, le violenze subite, la follia… Greta, la protagonista, occulta sotto una spumeggiante leggerezza la frustrazione di aver avuto un bimbo difficile, affetto da una inesplicabile malattia dell’anima. L’amica Vittoria nasconde dietro il gelo di una razionalità chirurgica il suo disperato bisogno di amore. Il nascondimento è da sempre un tema ebraico, il non mostrare ciò che si è veramente, quel fare finta di essere qualcun altro pur di essere accettato e ‘accettabile’… Ma è anche una condizione umana universale: il nascondere qualcosa di cui ci si vergogna, qualcosa di indicibile che ci tiene incatenati e prigionieri. Sono sempre stata sedotta dall’idea di ciò che occultiamo, da ciò che non traspare subito e che emerge dopo, lentamente: il segreto come una bomba di profondità, a scoppio ritardato. Mi interessano le persone bloccate, deboli, folli, fragili. Ero attratta dalla loro caduta, dal loro inciampo. Persone che non sanno dare un nome alle cose e che cercano qualcosa che non ha risposta».

Quali sono allora i desideri, i demoni, l’eredità di una madre? L’amore materno non è senza ambivalenza, accoglie e respinge, fagocita e espelle, in un movimento oscillatorio a volte drammatico e distruttivo. Ma l’assenza della madre è importante quanto la sua presenza; il suo desiderio non può mai esaurire quello della donna; la sua eredità non è quella della Norma o della Legge, ma quella del sentimento della vita. Una madre “sufficientemente assente” non sarebbe forse – ad esempio per Winnicot – la madre ideale? Lasciando così spazio affinché il figlio sviluppi un Io più libero e meno soffocato? Una partita, quella materna, che si gioca sul filo di un equilibrio instabile, tra l’essere troppo o troppo poco. Colette Shammah ci restituisce con grande sensibilità e acume tutte le luci e le ombre di un rapporto vivido e irrisolto, la storia di un riscatto, di una trasformazione, del ritorno alla vita di un figlio che sembrava perduto. Una rinascita possibile forse solo quando, almeno simbolicamente, la madre esce di scena e scompare dall’orizzonte. Quando quel “vuoto” terribile della sua assenza permette finalmente al “nascosto” di mostrarsi, al segreto di sciogliersi, alla nostra anima di guarire da colpe, fantasmi, paure.