Simone Somekh

Essere ebrei è – anche – un lungo cammino dentro se stessi: con un grandangolo si riesce a vedere tutto il percorso

Libri

di Ugo Volli

C’erano pochi dubbi su cosa volesse dire essere ebreo fino a poco più di duecento anni fa (in Francia, ma in Italia gli anni sono centocinquanta o centosettanta, in alcuni stati dell’Europa orientale poco più di cento, nel mondo musulmano fino a settant’anni fa, quanto sono durate le millenarie comunità ebraiche locali). Fino a che è continuata la sottomissione sociale e l’estromissione politica delle popolazioni ebraiche, non c’erano vie di mezzo: o si viveva secondo le regole della tradizione, si rispettavano interdizioni alimentari e regimi familiari, si partecipava alle feste e alle preghiere, oppure si era fuori dalla comunità e il solo modo di sopravvivere era allora quello di cessare di essere ebrei, convertendosi alla religione dominante del luogo o se possibile rifugiandosi nella solitudine come fece Spinoza.

C’erano certamente cattivi ebrei e peccatori, ma non ebrei che si discostassero apertamente dagli usi e dalle prescrizioni tradizionali. A partire dall’emancipazione, questa situazione è cambiata. Ci sono diversi gruppi ebraici: coloro che rispettano in maniera più o meno integrale le leggi della Torà e le tradizioni comunitarie, quelli che se ne distaccano completamente e si assimilano spesso non a un’altra religione ma al laicismo della modernità occidentale, e coloro che continuano, naturalmente in modi assai differenti, a mantenere la loro identità ebraica, osservando solo in parte o per nulla le regole tradizionali.

Fra il bianco e il nero delle sue scelte estreme, possiamo chiamare questo largo e diversificato gruppo di scelte di vita “zona grigia”. Almeno così fa Simone Somekh, giovane autore di un romanzo (Grandangolo, pubblicato da Giuntina), che è molto godibile per la sua abilità narrativa, per la lingua disinvolta e la bella caratterizzazione di personaggi e situazioni, ma che interessa anche per il fatto di essere un viaggio attraverso queste diverse zone di esistenza ebraica, dall’osservanza chassidica della comunità di una cittadina vicino a Boston, alla vita frenetica e del tutto irreligiosa della New York della moda, fino a un approdo a Tel Aviv, con la scoperta di Israele come spazio dell’identità ebraica contemporanea.

Il protagonista è un giovane che vive con disagio quel che gli appare la costrizione e il conformismo della sua famiglia e della comunità tradizionale in cui vive. Si scopre fotografo, diventa amico di un altro ragazzo emarginato per le sue tendenze omosessuali; espulso da scuola riesce a entrare in un liceo “modern orthodox” e di lì passa a New York per cercare di lavorare nel mondo della moda, attraversando rapidamente la “zona grigia”, cioè rinunciando progressivamente all’abbigliamento tradizionale, alle regole alimentari, alla preghiera, ai legami con la famiglia. Cade in depressione anche se ha successo, ma si riscopre come ebreo assistendo in un paese del Golfo alle rivolte della primavera araba. Fugge in Israele, sempre più depresso, dove riconosce la propria appartenenza a una città che è sì “come New York”, ma tutta ebraica e ricca di speranza. E qui ritrova, per una sorta di miracolosa riscoperta, l’amico d’infanzia.

La macchina narrativa è costruita molto bene e coinvolge facilmente il lettore. Il contenuto di pensiero, che non è mai esposto esplicitamente in un romanzo molto “americano”, diretto e ritmato, sembra indicare che un’autentica identità ebraica oggi si possa raggiungere solo cercando la propria verità, non lasciandosi ingabbiare né nell’irreggimentazione dello stile di vita tradizionale ma neppure inseguendo a tutti i costi il successo e l’assimilazione. La divisione in tre zone (tradizione, assimilazione, “grigia”) non è ciò che conta, sembra concludere l’autore. Quel che è importante è l’onestà verso se stessi, la capacità di sentire il proprio ebraismo dal di dentro, per realizzarlo a modo proprio.
È un modo di vedere che si può condividere o meno, perché la storia dell’ebraismo mostra che la spontaneità del sentire non è sempre libera, ma influenzata dall’ambiente e di conseguenza spesso non garantisce l’identità. Ma che questa sincerità di sentimento si realizzi per il romanzo con l’arrivo in Israele è un particolare importante, perché ci dice che la libertà di sentimento dell’individuo è certamente resa più possibile – o se vogliamo, meno rischiosa – solo dalla forza di una libertà di popolo, da un’identità collettiva che la garantisce.

Simone Somekh, Grandangolo, Giuntina, pp. 192, euro 15,00.

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