di Nathan Greppi
Nel complesso, Democrazie e culti di morte del giornalista britannico Douglas Murray non è un libro che parla solo di Israele e dei palestinesi, ma anche dell’Occidente e di cosa è diventato. Un mondo convinto che la guerra appartenga al passato, senza capire che Israele non può concedersi il lusso di questa illusione.
Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, la solidarietà del mondo nei confronti d’Israele fu di breve durata, e talvolta cessò prima ancora dell’operazione militare israeliana a Gaza. Già il giorno dopo, a New York, attivisti pro-Palestina andarono a Times Square per tenere una manifestazione non contro Hamas, che aveva compiuto il più grande massacro di ebrei dai tempi della Shoah, ma contro Israele.
A raccontarlo è il giornalista britannico Douglas Murray, che ha dedicato ai fatti del 7 ottobre e a ciò che hanno innescato il suo libro Democrazie e culti di morte, recentemente tradotto in italiano in una edizione curata dal filosofo Corrado Ocone.
Il volume può essere visto come la sintesi di numerosi reportage, interviste e inchieste realizzate da Murray nel corso di almeno un ventennio. Un lavoro iniziato nel 2006, durante la prima guerra con Hezbollah, quando si trovava nel nord d’Israele dove spesso doveva recarsi nei rifugi per ripararsi dai missili.
Diverse sono le interviste rievocate nel libro a volontari dell’organizzazione di pronto soccorso United Hatzalah, medici che lavoravano negli obitori dove sono stati portati i cadaveri delle vittime e alcuni terroristi responsabili dei massacri che l’autore ha incontrato in carcere. Una delle testimonianze più intense è quella di Avida Bachar, superstite del massacro nel Kibbutz Be’eri che si era nascosto nella camera blindata con la sua famiglia. Purtroppo, quando quelli di Hamas entrarono in casa e spararono verso la porta, Bachar perse la moglie e uno dei due figli.
Ampio spazio viene dedicato alle radici dell’odio nei confronti d’Israele: se per i paesi arabi ha ricordato un suo viaggio in Egitto, dove nelle librerie è facile trovare in vendita il Mein Kampf di Hitler e i Protocolli dei Savi di Sion, in Occidente sostiene che esso sia frutto del fatto che per anni gli israeliani sono stati dipinti come colonialisti e razzisti. Così come viene ricordata l’infatuazione pluridecennale delle élite culturali occidentali per il fondamentalismo islamico, testimoniata dal fatto che nel 1979 la rivoluzione iraniana di Khomeini venne esaltata dal filosofo francese Michel Foucault e dal giurista di Princeton Richard Falk (quest’ultimo in seguito ottenne dal 2008 al 2014 il ruolo di relatore speciale ONU per i territori palestinesi, lo stesso ricoperto oggi da Francesca Albanese).
Va precisato che parallelamente a molte informazioni importanti, il volume racchiude anche alcune imprecisioni; Murray dice che la Lista Araba Unita aveva preso parte al governo Bennett, quando in realtà il partito arabo di Mansour Abbas che era entrato nella coalizione di governo era Ra’am.
Nel complesso, Democrazie e culti di morte non è un libro che parla solo di Israele e dei palestinesi, ma anche dell’Occidente e di cosa è diventato. Un mondo convinto che la guerra appartenga al passato, senza capire che Israele non può concedersi il lusso di questa illusione.
Douglas Murray, Democrazie e culti della morte. Israele, Hamas e il futuro dell’Occidente, a cura di Corrado Ocone, traduzione di Camilla Balsamo, Guerini e Associati, pp. 304, 26,00 €.



