di Roberto Zadik
A 89 anni, il carismatico e schivo attore ebreo californiano Dustin Hoffman si racconta, senza filtri, nella sua prima autobiografia, Look at me (Rizzoli, pp. 352, euro 20,50), in uscita, nelle librerie italiane, il prossimo 11 novembre. Realizzata assieme alla scrittrice Ariel Levy, è un’opera coinvolgente e non priva di quel sottile senso dell’umorismo che ha sempre caratterizzato l’attore.
Hoffman, nel libro, rivela verità inconfessate ed una serie di curiosità, riguardo alla sua famiglia e alla sua identità ebraica, completamente nascosta per molti anni, riscoperta in tarda età, e alla sua complessa personalità, timida e insicura. Infatti il suo carattere si rispecchia in molti dei ruoli che scelse, a cominciare dal giovane protagonista de Il laureato che, nel 1967, quasi sessant’anni fa, lo lanciò nel cinema internazionale e che costituisce un ritratto intimista, accompagnato dalla splendida colonna sonora di Simon and Garfunkel come The sound of silence in apertura.
Ma che tipo di persona è Dustin Hoffman e quale il suo rapporto con l’ebraismo e Israele? L’attore, nato a Los Angeles l’8 agosto 1937 appartiene ad una famiglia ebraica ashkenazita, di origini ucraine e romene, segnata da un passato di pogrom e persecuzioni antisemite, come ricorda un articolo apparso su Forward.com. I suoi genitori erano originari di Chicago ma erano emigrati a Los Angeles a causa della Grande Depressione del 1933.
In un’intervista sottolineò di non aver mai incontrato i suoi nonni perché morirono, a causa delle persecuzioni antisemite, nell’ex Impero russo, e che lui, colpito da queste vicende e bullizzato da adolescente, in quanto ebreo, nascose le sue origini ebraiche per molto tempo. Come sottolinea, anche nel suo memoir, crebbe in una famiglia estremamente laica e lontana da qualsiasi valore ebraico, cresciuto in costante contrasto con il padre Harry totalmente ateo e che, ironia della sorte, sognava anche lui di fare carriera nel cinema, lavorando come scenografo per la Columbia Pictures ma divenne venditore di mobili per mantenere la famiglia.
Nonostante questo, con gli anni, l’attore riscoprì sempre di più la propria identità ebraica arrivando a interpretare alcuni ruoli ebraici, diretto da registi correligionari. Hoffman impersonò infatti Benjamin Braddock de Il laureato, del bravo cineasta Mike Nichols, e fu protagonista del capolavoro adrenalinico, Il maratoneta, uscito mezzo secolo fa, diretto dal suo correligionario inglese John Schlesinger che lo aveva affiancato, anni prima, in Un uomo da marciapiede e il simpatico Tootsie di Sidney Pollack.
Anche negli anni duemila fu interprete in Barney’s version trasposizione cinematografica del romanzo La versione di Barney dell’ autore ebreo canadese Mordechai Richler.
Hoffman ebbe un passato famigliare doloroso per la morte dei nonni e le difficoltà col padre mentre stretto fu il rapporto con la madre Lillian Gold, una pianista di Jazz che lo introdusse alla musica, fin da piccolo.
Trascorse una giovinezza totalmente lontana dall’ebraismo ma, più avanti negli anni, lo prese il desiderio progressivo di riscoprire non solo le proprie radici ma anche di instaurare un legame con Israele, come dimostra la sua partecipazione, lo scorso 20 ottobre, all’evento Letters, Light, Love, tenutosi all’UCLA (Università della California), celebrazione del rapporto fra ebrei e Stato ebraico con la lettura di una serie di lettere scritte da personaggi famosi, da Einstein, a Golda Meir.
Ma di cosa parla il libro e perché è importante? Nel testo, più che soffermarsi su questi aspetti, egli rivela interessanti aneddoti sulla propria infanzia e le sue difficoltà, come il bullismo in quanto ebreo, e le domande che egli poneva al padre sulle proprie origini. E poi una serie di ricordi, fra malinconia e brillantezza, riguardo a grandi amici come Robert Redford e Gene Hackman, scomparsi durante la stesura di queste pagine.
In questa preziosa autobiografia, l’iconico attore ricostruisce la sua monumentale carriera ricordando, con impressionante lucidità, episodi buffi come, quando, sul set di Papillon del 1973, interpretato a fianco di un’altra leggenda del cinema come Steve McQueen, gli arrivarono degli strani biscotti alla cannabis; o le passeggiate per New York assieme a Robert Duvall, a metà degli anni Sessanta, poco dopo il misterioso omicidio di John Kennedy.
A livello cinematografico Dustin Hoffman è stato un interprete unico nel suo genere. Estremamente espressivo, versatile e perfezionista incallito, capace di passare dai generi più disparati, dal western de Il piccolo grande uomo, alla commedia brillante con la sua unica produzione italiana, il divertente Alfredo Alfredo interpretato accanto a Stefania Sandrelli e diretto da Pietro Germi, autore del primo episodio della saga Amici Miei, al genere drammatico, in cui diede il suo meglio con ruoli anche molto forti come in Kramer contro Kramer e, soprattutto, Rain Man, nella parte di Raymond Babbit, un uomo affetto da autismo, con cui ottenne una serie di prestigiosi riconoscimenti come il Premio Oscar, come attore non protagonista, per quest’ultimo, nel 1989.
Tutto questo e molto altro emerge in questa sua autobiografia che, come sottolinea il sito bertlesman.com, racconta gustosi episodi come la sua fuga a New York, negli anni Quaranta, e il suo trionfo, come divo, alla fine degli anni Sessanta, periodo in cui la rivista Life lo definì “voce di una generazione”.
Molto toccante anche la parte riguardo al passare degli anni e la sua personalità. Nel testo egli parla di come, a quasi novant’anni, ogni giorno sia prezioso; del conflitto fra la sua timida insicurezza e la celebrità e l’essere sempre al centro dell’attenzione; degli ostacoli vissuti per affermarsi come attore, fra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, e della sua intensa vita famigliare, sposatosi due volte, con la ballerina Anne Byrne da cui ebbe due figlie e, dal 1980, con l’avvocatessa Lisa Gottsegen dalla quale ha avuto altri quattro figli.



