Il cantante israeliano Yishai Levi

La voce che attraversava le fratture d’Israele

Personaggi e Storie

di Anna Balestrieri
Per molti israeliani non è morto soltanto un cantante. Se n’è andata una delle rare figure capaci di attraversare mondi che spesso faticano a riconoscersi reciprocamente: la periferia e il centro, la tradizione orientale e il mainstream nazionale, la religiosità popolare e la modernità urbana.

Israele ha salutato questa settimana Yishai Levi, scomparso a 63 anni dopo un ricovero in gravi condizioni. Per molti israeliani non è morto soltanto un cantante. Se n’è andata una delle rare figure capaci di attraversare mondi che spesso faticano a riconoscersi reciprocamente: la periferia e il centro, la tradizione orientale e il mainstream nazionale, la religiosità popolare e la modernità urbana.

La sua parabola artistica coincide con l’ascesa della musica mizrahi (orientale) da espressione marginale a linguaggio emotivo condiviso da un intero Paese. E, in controluce, racconta anche una parte decisiva dell’evoluzione culturale e politica di Israele negli ultimi quarant’anni.

Dalla periferia al centro della scena

Nato nel 1963 a Rosh HaAyin da una famiglia religiosa di origine yemenita, Levi iniziò a cantare fin da adolescente nelle feste popolari e nei locali della scena orientale israeliana. Dopo il servizio militare pubblicò il primo album nel 1984, ma il successo arrivò due anni più tardi con Behold, Days Are Coming, il disco che lo impose come una delle voci più riconoscibili della musica mediterranea israeliana.

Da quel momento avrebbe inciso oltre venti album, accompagnando generazioni di ascoltatori attraverso trasformazioni sociali, tensioni politiche e mutamenti demografici. Brani come Dance, Romantic Dance e My One entrarono stabilmente nella colonna sonora quotidiana del Paese.

Quando Levi emerse sulla scena, la musica mizrahi era ancora guardata con sospetto da parte delle élite culturali ashkenazite; quando raggiunse la maturità artistica, quel repertorio era ormai diventato patrimonio nazionale.

Il cantante dell’istinto

Chi lo ha ascoltato dal vivo ricorda soprattutto il timbro: caldo, graffiato, capace di alternare forza e vulnerabilità. Levi amava spiegare il proprio modo di cantare con una semplicità quasi disarmante: «Non penso, apro la bocca e canto».

Dietro quella frase c’era una vera poetica. La sua voce sembrava nascere più dall’esperienza vissuta che dalla tecnica accademica, più dalla biografia che dall’esercizio.

Per questo il musicista Kobi Oz arrivò a definirlo «l’ultimo grande cantante» della tradizione mizrahi classica, mentre Aviv Geffen — proveniente da un universo musicale e culturale molto diverso — lo indicò come uno dei più grandi interpreti soul israeliani.

In una società dove le appartenenze culturali coincidono spesso con linee di divisione politica, il riconoscimento trasversale ottenuto da Levi rappresentò un fenomeno raro.

La canzone che entrò nella storia

La carriera di Levi si intrecciò con uno dei momenti più simbolici e traumatici della storia israeliana contemporanea.

Nel 1993 registrò Shalom Lach Azza (Addio Gaza), canzone dedicata al ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia dopo gli Accordi di Oslo. Il brano ebbe un’eco internazionale insolita per la musica mizrahi e venne interpretato come la colonna sonora di una stagione di speranze.

Secondo un racconto più volte ricordato, Shimon Peres gli avrebbe stretto la mano dicendogli: «Tu canti quello che io sto dicendo».

Due anni più tardi Levi fu invitato a eseguire la canzone al grande raduno per la pace di Tel Aviv del novembre 1995. Quella manifestazione sarebbe passata alla storia per l’assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin.

Il cantante raccontò successivamente di aver notato Yigal Amir aggirarsi nell’area riservata poco prima degli spari. Lasciò il palco pochi minuti prima dell’attentato e apprese la notizia mentre stava tornando a casa in automobile.

Da quel momento la sua figura smise di appartenere soltanto alla storia della musica e divenne parte della memoria civile israeliana, come testimone involontario di uno spartiacque nazionale.

Negli anni successivi Levi lamentò spesso che il suo nome venisse dimenticato nei resoconti dedicati agli artisti presenti quella sera.

Cadute, dipendenze e rinascite

La biografia di Levi non seguì mai una traiettoria lineare. Fu segnata da dipendenze, crisi personali, problemi giudiziari e periodi di carcere che più volte ne interruppero la carriera.

Ne parlava apertamente, senza cercare attenuanti o costruire una narrazione eroica del proprio passato. Ammetteva di aver provato «ogni sostanza e ogni drink», riconoscendo nella musica e nell’affetto del pubblico gli elementi che gli avevano permesso di rialzarsi.

La sua autenticità derivava anche da questa esposizione della fragilità: Levi non appariva come un’icona irraggiungibile, ma come una figura umana e imperfetta capace di ricominciare.

Il ritorno sulle scene con Romantic Dance nel 2008 fu vissuto da molti come una seconda nascita artistica. La sua storia finì così per incarnare un tratto profondamente radicato nell’immaginario israeliano: la convivenza tra vulnerabilità e resilienza.

L’eredità della musica mizrahi

Pur essendo uno dei protagonisti della rivoluzione culturale mizrahi, Levi non amava essere rinchiuso in una definizione identitaria.

Negli anni Duemila la sua musica aveva ormai superato ogni recinto: matrimoni, radio nazionali, programmi televisivi, collaborazioni con artisti pop e rock, duetti con i figli e persino apparizioni in format televisivi di grande audience come The Masked Singer nel 2025.

Eppure guardava con crescente preoccupazione all’evoluzione dell’industria musicale. Già nel 2008 denunciava il declino qualitativo dei testi e delle melodie, sostenendo che qualsiasi musica — mizrahi o meno — avesse bisogno di «buoni testi e buone melodie» per restare cultura e non trasformarsi soltanto in intrattenimento.

Paradossalmente, la sua forza non risiedeva tanto nell’eleganza letteraria delle canzoni quanto nella capacità di rendere vera ogni parola che cantava.

L’ultimo palco

Negli ultimi anni le condizioni di salute andavano peggiorando progressivamente. Dal 2005 soffriva di una broncopneumopatia cronica ostruttiva che attribuiva alle conseguenze di un grave incidente automobilistico.

Nel 2025 fu costretto ad annullare diversi concerti per motivi medici. All’inizio del 2026 smise definitivamente di esibirsi.

La notizia della sua morte ha generato una reazione trasversale. I messaggi di cordoglio del presidente Isaac Herzog e del primo ministro Benjamin Netanyahu hanno sottolineato come la sua voce abbia accompagnato intere generazioni di israeliani.

Più di un cantante

C’è un motivo se molti in Israele descrivono Yishai Levi come «la colonna sonora delle nostre vite». Le sue canzoni hanno accompagnato matrimoni e lutti, feste di quartiere e lunghi viaggi in automobile, momenti di speranza collettiva e stagioni di disillusione.

In un Paese attraversato da fratture identitarie, religiose, sociali e politiche, Levi riuscì a offrire qualcosa di sempre più raro: un’emozione condivisa.

Il suo lascito non consiste soltanto in una discografia di successo né nella consacrazione della musica mizrahi. Resta soprattutto la testimonianza che una voce può attraversare le divisioni senza cancellarle, trasformando differenze e contraddizioni in un linguaggio comune.

Per questo la sua scomparsa viene percepita da molti israeliani non soltanto come la perdita di un artista, ma come l’uscita di scena di una voce collettiva che per decenni ha raccontato, con le sue ombre e le sue speranze, l’anima stessa del Paese.