“Concedici la pioggia e la rugiada, le messi e il raccolto…”. Con il digiuno chiediamo la pienezza della vita

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di Fiona Diwan

Perché digiuniamo? Che significato ha questa antichissima pratica? Ce lo spiega il Trattato talmudico di Ta’anit tradotto oggi integralmente. Digiuno come forma rituale di contrizione e memoria; come escamotage per tenere a bada lo Yetzer haRà, la parte oscura e TORBIDA di sé. Ma anche come strumento di ritorno alla dimensione spirituale

 

“Concedici la pioggia e la rugiada… E riecheggino le chatzotzerot per la fine della siccità, risuonino le trombe per l’inizio del digiuno…”. Che le condizioni Meteo fossero al cuore di un intero trattato del Talmud, non è mai sembrata cosa che potesse apparire strana, essendo il Talmud un’opera totale, nel senso che non disdegna nessun aspetto della vita, dai più astratti ai più concreti e sordidi. Molto prima del global warming quindi, vento, sole, pioggia, maremoti o temporali erano tema di timore e tremore, di attesa e speranza, a seconda dei casi. Che si trattasse di una punizione divina o di un regalo dei cieli lungamente aspettato. Meteo e digiuni: ovvero ciò che l’uomo è in grado di mettere in atto per chiedere ciò che il suo cuore desidera (e anche il suo fazzoletto di terra da coltivare), digiuno come forma di richiesta, di riflessione, di pentimento e strategia per entrare in comunicazione con la parte abissale di noi stessi… Privazione volontaria che dissigilla la strada del desiderio aprendosi all’invocazione sincera e sofferta. Che cos’è il digiuno per la tradizione ebraica, si chiede il Talmud Ta‘anìt? Quale il suo significato profondo? Forma rituale che esprime contrizione di fronte a una disgrazia che ha colpito o sta per colpire la collettività o il singolo? Strumento di teshuvà, di rammarico, di ritorno alla dimensione spirituale e divina? Un escamotage per tenere a bada lo Yetzer haRà, l’ombra, la parte oscura e torbida che abita ciascuno di noi? Sì, certamente, il digiuno ebraico esprime tutto ciò. Ma è anche il modo in cui l’uomo sancisce che quanto avviene non è casuale, bensì opera di Dio e conseguenza delle nostre azioni terrene. A dispiegarsi ampiamente ed esaustivamente sul tema del digiuno è il Trattato Ta‘anìt (Digiuno) del Talmud Babilonese, a cura di Michael Ascoli, pp. 386, € 50, una disamina oggi finalmente tradotta integralmente e disponibile grazie a Giuntina e al Progetto Talmud che è alla sua terza uscita, dopo i Trattati di Berachot e Rosh HaShanà.

Un lettore del Talmud quando studia il testo per la prima volta non può non rimanere sorpreso dalla molteplicità delle opinioni espresse su uno stesso tema: Hillel e Shammai, Rabbì Akivà e Rabbì, Ishmael, Rav Chuna, Rav Chisda… Un’incessante polemica dove non si persegue la conciliazione: al contrario. Se ha un senso usare il termine dialettica per il Talmud, è di dialettica aperta che si deve parlare, poiché qui nessuna sintesi giunge mai a sopprimere la contraddizione. Dire e disdire, scrivere e cancellare, destabilizzare il senso, questa è la struttura della Machloket, la discussione talmudica. Interpretazione, esplosione del senso, eccesso di senso: un pensiero che si sviluppa nel dialogo, mai nella solitudine, poiché “la verità ha inizio con due persone”. Ecco perché lo scambio di idee tra Maestri del Talmud non mira ad accordarsi su una Verità, non è un incontro tra persone che condividono lo stesso pensiero.
E allora quand’è che possiamo dire che un libro è degno di questo nome, degno della maiuscola? Quando “il suo poter dire supera il suo voler dire, se contiene più di quanto contiene…», scriveva il filosofo francese Emmanuel Levinas in una delle sue opere, Al di là del versetto. Tutte queste considerazioni valgono ovviamente anche per Ta‘anìt (Digiuno).

Il digiuno è la pratica che i Maestri hanno stabilito per adempiere il comandamento biblico di invocare l’Altissimo qualora vi sia una minaccia incombente o quando si sia già stati colpiti. Ma rimarrebbe tuttavia privo di significato se non fosse accompagnato dalla preghiera e dall’analisi scrupolosa del proprio operato, tutte componenti essenziali del processo di teshuvà. L’istituzione del digiuno è quindi strettamente correlata con eventi che possono accadere o non accadere: siccità, carestie, pestilenze, guerre. Ai tempi della Mishnà e del Talmud, la minaccia maggiore e più frequente era quella della mancanza di pioggia. Pertanto il trattato affronta soprattutto questo argomento per poi estendere la disamina agli altri casi.

Vengono analizzati i vari tipi di privazione dal cibo, legati ai digiuni fissi, collegati a eventi storici e alla memoria collettiva, nei quali si aggiunge anche la componente del lutto. In particolare, i Maestri discutono sui digiuni inerenti alla distruzione del Bet haMiqdàsh (il Tempio di Gerusalemme): il digiuno di Tishà BeAv e il digiuno di Ghedalià, in ricordo dell’assassinio del governatore di Gerusalemme dopo la distruzione del Primo Tempio. A questi si aggiunge il giorno di Kippur per il quale i Maestri hanno deciso l’obbligo di digiunare deducendolo sulla base del testo biblico Impoverirete le vostre persone (Lv16,29). Brani di Aggadà, cioè di racconto e insegnamenti morali, non strettamente normativi, sono una caratteristica dell’intero Talmud. Nel trattato di Ta‘anìt ve ne è una particolare abbondanza, soprattutto per suffragare l’idea che i premi e le disgrazie devono essere intesi come ricompense e punizioni, conseguenti alle azioni dell’uomo. Alcuni racconti, soprattutto quelli del terzo capitolo, sono sorprendenti per l’audacia delle loro narrazioni; e la lettura è pervasa da un senso di inquietudine di fronte a quella che sembra un’eccessiva severità verso i protagonisti dei miracoli e i loro familiari.
Si può considerare il trattato di Ta‘anìt come una forma di nostalgia per la perduta immediatezza nel rapporto con il divino: la correlazione così netta e diretta fra meriti e pioggia, ovvero colpe e siccità, ci sembra oggi appartenere a una dimensione lontana, e anche la dipendenza così forte dalla pioggia per la sopravvivenza, almeno per una parte della popolazione mondiale, appare un problema del passato. Eppure, oggi, il riscaldamento globale, la desertificazione di intere regioni del mondo, la carestia presente in alcune aree, non sono forse un’allarmante preoccupazione, causa di guerre e migrazioni? L’ossessione di molti di noi per il Meteo la dice lunga su quanto siano importanti le previsioni del tempo, dagli uragani in Florida alle grandinate campagnole all’equilibrio ambientale in generale. Tutto sommato l’esito di una stagione più o meno piovosa o il verificarsi di cataclismi riguardano ancora, oggi come ieri, l’umanità tutta. L’immediatezza è forse venuta meno, ma non l’incidenza dei fenomeni naturali che è rimasta immutata e in cui l’azione degli uomini ha un ruolo di fondamentale importanza. Ecco perché il trattato di Ta‘anìt sembra richiamarci a nuove responsabilità e consapevolezza rispetto alla cura della terra. Il trattato di Ta‘anìt contiene quattro capitoli, per ognuno dei quali si può identificare un tema principale: le piogge e i loro tempi; quando stabilire digiuni nel caso non ne cadano o non ne cadano abbastanza, o comunque non nei momenti in cui serve; le preghiere e gli usi dei giorni di digiuno; le circostanze in cui si fa digiuno; i digiuni fissi in ricordo di eventi specifici. Il trattato si conclude con un’immagine bucolica, la descrizione festosa dei giorni più felici dell’anno: il 15 di Av e Yom Kippur, occasioni nelle quali le ragazze, vestite a festa, uscivano nelle vigne e cercavano di conquistare i loro futuri mariti.

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