“Riascoltare” Primo Levi

Il “Rapporto sulla organizzazione igienico-sanitaria del campo di concentramento per Ebrei di Monowitz (Auschwitz-Alta Slesia)” e l’edizione in versione audiobook di “Se questo è un uomo” letto da Roberto Saviano. In questa fine 2013 sono dunque almeno due le proposte editoriali su Primo Levi, l’una il seguito dell’altra, ed espressione dell’inizio del percorso di Levi come testimone e scrittore della Shoah.

Il “Rapporto su Auschwitz“, che esce ora in edizione speciale Einaudi a cura del Centro Primo Levi di Torino con tiratura limitata (400 copie numerate), fu il primissimo racconto di Primo Levi su Auschwitz, dai giorni della partenza da Fossoli, fino all’arrivo e alla destinazione all’Ospedale del Campo. In tutto  una decina di pagine che Levi scrisse nel 1945 insieme a Leonardo De Benedetti, su richiesta delle autorità russe che gestivano il campo per ex prigionieri italiani di Katowice, dove Levi e De Benedetti furono accolti dopo la liberazione di Auschwitz.
Quel testo venne pubblicato nel 1946, sul numero del 24 novembre della rivista specialistica «Minerva medica»: era il primo resoconto apparso in Italia sulla realtà dei campi di sterminio nazisti. In esso per la prima volta si descrivevano le condizioni di vita e l’organizzazione del lavoro nel Campo, ma più in particolare le condizioni igienico-sanitarie e l’organizzazione dell’Ospedale che i nazisti allestirono solo pochi mesi prima dell’arrivo di Levi ad Auschwitz, nel febbraio del 1944. “Prima di quell’epoca – si legge nel Rapporto –  non esisteva alcun servizio sanitario e gli ammalati non avevano alcuna possibilità di curarsi, ma erano costretti a lavorare ugualmente ogni giorno fino a che cadevano esausti sul lavoro”.

A rileggerlo oggi, il “Rapporto su Auschwitz” del 1946 appare come un’anteprima, un’avantesto, quasi un brogliaccio di quella che sarebbe divenuta poi l’opera fondamentale di Levi “Se questo è un uomo”, pubblicata un anno dopo il “Rapporto”, per una piccola case editrice torinese – la Francesco De Silva.
“Un magnifico libro” scrisse Italo Calvino nel 1948 nella recensione per l’Unità, “che non è solo una testimonianza efficacissima ma delle pagine di autentica poesia narrativa che rimarranno nella nostra memoria”.

Ci vorranno però quasi dieci anni prima che la maggiore casa editrice di Torino, la Einaudi, accolga “Se questo è un uomo” – rifiutato nel 1947 e poi ancora nel 1952.
Con la prima edizione Einaudi del 1958, pubblicato nella collana “I Saggi”, la testimonianza di Primo Levi su Auschwitz raggiungerà finalmente il grande pubblico, dando inizio ad un successo che da allora è rimasto ininterrotto e di livello planetario.
Oggi la casa editrice Emons ripropone questo classico in una nuova versione: come audiolibro. La lettura delle pagine di Primo Levi è affidata a Roberto Saviano che a proposito di questa esperienza ha detto: “Dare voce a Primo Levi, a un testo fondamentale come Se questo è un uomo è stata un’esperienza soprattutto dolorosa perché leggere ad alta voce ha un significato diverso rispetto a leggere con la voce della propria mente e, in qualche modo, declamare queste pagine ha inflitto alla carne nuova sofferenza in una forma a me sconosciuta”.

Saviano, in un articolo su Repubblica del 6 novembre ha spiegato lo speciale rapporto che lo lega a Primo Levi e a Se questo è un uomo: “un rapporto talmente stretto che mi sembra quasi che Levi sia per me un maestro conosciuto, che mi giudica in maniera severa e sa confortarmi quando subisco ingiustizie.”
E ancora, aggiunge: “Se questo è un uomo è sicuramente il libro che più di ogni altro ha determinato la mia visione della letteratura. Cito la risposta che Philip Roth dà quando gli si chiede quale sia stato per lui il libro più importante. Roth risponde Primo Levi. Risponde Se questo è un uomo perché, dice, dopo averlo letto non vieni semplicemente a sapere che è esistito l’orrore di Auschwitz, no. Dopo averlo letto non puoi più dire di non esserci stato ad Auschwitz. Non vieni soltanto a conoscenza di quello che è successo, ma sei lì e hai la certezza che la tua vita non possa più andare avanti senza metabolizzare quella esperienza”.