Billy Wilder

«Quanto costa questa Torà?» «Nulla». «Allora dammene due!»

Eventi

di Fiona Diwan

Billy Wilder
Billy Wilder

Quando, durante l’ultima notte degli Oscar, nel febbraio scorso, qualcuno chiese al vincitore Michael Hazanavicius regista di The Artist, quale fosse il suo autore preferito, lui rispose senza esitare, Billy Wilder. Disse che gli doveva un ringraziamento speciale non solo per avergli insegnato l’arte della commedia brillante ma soprattutto per quello sbalorditivo gioco di maschere insito in ogni suo film, film costruiti intorno a una trama complessa di ambiguità e travestimenti, un intreccio di paradosso e trasgressione alle regole, capaci di gettare lo spettatore tra le braccia della più travolgente comicità. Insomma, un cinema che usando la lente dell’umorismo sapeva mettere a fuoco le antinomie del cuore umano, le sue sgangherate e contraddittorie pulsioni.

Mascherarsi per fuggire, essere paradossali per sopravvivere, usare la parodia per darsi ragione delle storture sociali. Chissà se il premiato Hazanavicius sapeva che Wilder in realtà attingeva la sua genialità a quel retroterra culturale ebraico -e al fervore creativo della Berlino anni Venti- a quel gusto per il paradosso e per il camouflage del teatro yiddish: uno spirito critico tipicamente ebraico-tedesco che gli avrebbe offerto gli strumenti per investigare la società americana nella quale era emigrato: raccontandone l’infantilismo, il dominio delle pulsioni corporee, le bramosie materiali, il desiderio sessuale intrecciato sottilmente al fascino della ricchezza, da commedie come A qualcuno piace caldo a Un, due, tre, da L’Appartamento a Quando la moglie è in vacanza. Del resto Billy Wilder (come il suo geniale maestro Ernst Lubitsch), faceva film “ebraici” senza che quasi mai fosse pronunciata la parola ebreo, scrive lo storico del cinema Guido Fink. Il tema del doppio, il tema della fuga e dei documenti che non si possiedono mai e che impediscono quel varcare il confine da cui gli ebrei sono da sempre ossessionati (vedi il magnifico La porta d’oro, di cui Wilder firmò soggetto e sceneggiatura); e poi il tema del teatro nel teatro, la dinamica del nascondimento-smascheramento, la perfetta conoscenza dei meccanismi del teatro yiddish…, tutto questo rendono Wilder l’“ebreo assoluto” della commedia Usa. Wilder era nato a Sucha, uno shtetl in Galizia e aveva perso la madre, il patrigno e la nonna ad Auschwitz. Si racconta, ad esempio, che mandato in missione nel 1946 a Francoforte, per il programma di denazificazione del governo americano, Wilder imponesse alla riluttante popolazione cittadina la visione di un documentario, Todesmuhlen (La fabbrica della morte), sugli orrori di Bergen Belsen, come conditio sine qua non per ottenere le tessere del pane e della carne.

Comicità spesso traboccante di grandi conflitti etici e spirituali. Non solo in Billy Wilder. Come è noto, gran parte della commedia americana potrebbe essere letta come una lente capace di dilatare la psiche, il vissuto, i tic, le manie, i sottintesi e il non detto, gli automatismi, il modus pensandi e gli atteggiamenti degli emigranti ashkenaziti trapiantati oltreoceano -e dell’impatto che il sogno americano ebbe su di loro-. Non solo quelli che avrebbero fatto parte della Borscht Belt, ovvero della variegata e numerosa congerie di estimatori della celebre zuppa ashkenazita di cavolo, patate e barbabietole che entrarono nel mondo dei media Usa, dopo l’emigrazione; ma anche coloro i quali, raffinati e colti, da Ernst Lubitsch a George Cukor, da Michael Curtiz a Mervyn LeRoy, da William Wyler a Mel Brooks e Woody Allen, passando per i fratelli Marx, per Jerry Lewis, Danny Kaye, Paul Mazurski, Gene Wilder, Billy Cristal, Barbra Streisand, avrebbero regalato al cinema Usa un universo di topoi, di buffi personaggi, di luoghi del comico e di battute indimenticabili, ormai inscindibili dalla cultura americana.

Utopia e disincanto

Come ha più volte sottolineato Claudio Magris, sa ridere davvero solo chi ha patito la pugnalata, il tradimento. La verve critica che sottende l’umorismo ebraico nasce da una combinazione chimica di utopia e disincanto, perché senza utopia non può esserci riso, dice Magris, che per decenni ha studiato l’apporto della Yiddishkeit alla cultura mitteleuropea (Lontano da dove, Einaudi). Una comicità che si fa koinè culturale: affinata da secoli di angherie e soprusi ma anche da millenni di arte della sottigliezza a sua volta nutrita di ermeneutica talmudica in dosi da cavallo. Nel mondo ebraico, si sa, la lettura è sempre interpretazione, è principio dinamico di crescita, metamorfosi e cambiamento: ecco perché, dice Magris, la tradizione orale e dialogica di dissacrazione del Libro è alla base dell’identità ebraica, e anche del comico. In questa scarna cavalcata che ripercorre ciò che è stato scritto a vario titolo sul tema, mi piace ricordare una mia intervista (risalente agli anni Ottanta), fatta al grande storico del cinema Guido Fink, autore di un libro capitale sul tema (Non solo Woody Allen – La Tradizione ebraica nel cinema americano, Marsilio). Fink diceva che il witz, “il riso tra le lacrime” degli ebrei ashkenaziti, «si pone su un pericoloso e precario crinale, tra l’ironia e l’autocommiserazione, tra la rivendicazione e un rassegnato scrollar di spalle. Elemento chiave di molto humour ebraico, dice Fink, sono proprio le operazioni di pastiche e di riciclaggio parodistico, un attitudine midrashica (e postmoderna) alla rilettura-riscrittura di originali precedenti, spesso volti in risata e in parodia. Oltre allo stesso Wilder, basti pensare a Ernst Lubisch che riprende in funzione comica il celebre dialogo di Amleto nel film Vogliamo vivere!, dialogo che poi Mel Brooks riproporrà nel suo remake Essere o non essere. Se il comico è certamente una delle voci più importanti della cultura ebraica dell’ultimo secolo, non va dimenticato il suo mescolarsi col patetico, quello sdoppiamento costante di riso e pianto, umorismo come l’altro lato della medaglia di una vita che troppo spesso la storia ha imposto come tragedia, scrive Fink citando la celebre battuta di Tevje il lattaio, “Grazie a Dio, per quest’anno abbiamo già avuto il nostro pogrom”. E anche per quell’altro grande storico dell’umorismo che fu Oreste del Buono, è con lo humour che l’ebreo si vendica di tutte le sopraffazioni: il personaggio dello scemo, -vedi lo schlemiel di tanto cinema e letteratura-, riesce a scardinare schemi e leggi sociali; con l’arte del ridicolo sovverte le regole e le gerarchie, vendica gli umiliati e sbeffeggia gli oppressori. Il rovesciamento è da sempre il cuore pulsante del comico ebraico, dice del Buono. La storiella, il witz ebraico, accarezza e contemporaneamente graffia, ride di sé, ride dei propri difetti, sbeffeggia quel mondo che si pretende ordinato e che invece è insensato, idiota, cacofonico. La risata ebraica si contrappone alla follia del mondo e diventa un elemento salvifico: è l’anti-idolatria assoluta, la sintesi più radicale del pensiero ebraico, sostiene da sempre un professionista della comicità come Moni Ovadia.

Seppur vero, sarebbe comunque banale dire che la comicità ebraica nasce da una forma di esorcismo del proprio destino. È  la stessa complessità dell’esperienza ebraica a generare humour: la paura delle persecuzioni, la nostalgia per la vita semplice di comunità, i rimorsi per l’abbandono delle tradizioni, la crisi di identità, i rapporti con il mondo esterno e la voglia di aderirvi… Tutto genera sdoppiamenti e mascheramenti, gioco di parole, linguaggio per sottintesi in cui l’ebreo riesce a vedere, con gli occhi di un altro, se stesso e gli altri meglio e più lucidamente. Inutile dire che, come sottolinea Giuditta Naselli (nella sua rubrica Il proiettore di Oloferne, www.theartship), “il sogno americano offrirà all’umorismo ebraico la possibilità di crescere e maturare e la nascita di un ampio ventaglio di comici: dal mondo anarchico e folle dei fratelli Marx a quello poetico di Chaplin, dal carismatico e energico schlemiel Danny Kaye al bambinone mai cresciuto Jerry Lewis, dall’esilarante Gene Wilder alla satira di Mel Brooks alla nevrosi autoreferenziale di Woody Allen”.

Gioco di sdoppiamenti

In un interessante saggio dell’americano Elliott Oring (The People of the Joke: on the conceptualization of a jewish humor, 1983, California State University), lo studioso sostiene che l’umorismo ebraico è un’invenzione relativamente recente e fondamentalmente moderna, e che diventa una caratteristica distintiva del popolo ebraico solo all’inizio del XIX secolo in Europa (l’iniziatore di questo filone sarebbe stato individuato in Herschel da Ostropol, che descriveva un universo in cui vivevano e litigavano ortodossi e atei, sionisti e chassidim, antisionisti e marxisti, talmudisti e letterati, pochi ricchi e moltissimi poveri). Niente di atavico, quindi, sottolinea Elliott Oring. Piuttosto una virtù reattiva, nata contro un ambiente ostile, persuaso a tal punto che gli ebrei fossero humorless, privi di humour, da spingere, nel 1893 Hermann Adler, Rabbino Capo di Londra, a scrivere una specie di pamphlet in difesa della risata ebraica e della sua peculiarità. L’accusa aveva ovviamente un chiaro sapore antisemita e scaturiva da un clima culturale europeo che ravvisava nella facoltà umoristica e nell’esercizio dell’ironia uno dei più alti risultati dello spirito dell’umanità civilizzata. Facoltà di cui gli ebrei erano “ovviamente” sprovvisti, stando a quanto si ascoltava nei salotti buoni ma ferocemente antigiudaici dell’alta  borghesia europea di inizio Novecento. Persino l’ebreo rinnegato e antisemita che fu Otto Weininger, nel 1903, nel suo Sesso e Carattere, postulava l’incapacità totale e assoluta degli ebrei di coltivare un’attitudine all’umorismo. Ecco perché, spiega Oring, “ci fu solo un ventaglio molto limitato di possibilità per trasformare una storia di sofferenza e disperazione in umorismo. Le possibilità erano di fare della comicità qualcosa di trascendente, qualcosa di difensivo e in definitiva, qualcosa di patologico. Umorismo come arma di difesa; umorismo di natura trascendente in quanto riflesso di una irriducibile volontà individuale di non arrendersi alle intollerabili condizioni di vita, misura di una liberazione da quelle forze sociali, economiche, politiche fuori dal proprio controllo e oppressive”.

Ma c’è anche chi (come ad esempio lo studioso Piero Stefani), ha stabilito un interessante legame tra l’umorismo ebraico come esito della letteratura rabbinica e della tradizione orale della Torà be-al-pè. E di come le scaturigini della comicità ebraica siano ravvisabili in quel processo di trasmissione, discussione, interpretazione della parola orale come componente organica della stessa Rivelazione. Interpretare la Torà vuol dire, da sempre, attualizzarla, renderla vicina a noi e al nostro tempo, suggerisce Stefani in un articolo sulla rivista Servitium nel 1999. “Perché sorgesse l’epopea dell’umorismo ebraico occorrevano almeno tre condizioni: primo, che ci fosse un modo di vita ebraico dotato di dimensioni sociali sufficientemente ampie; secondo, che fosse in relazione stretta e quotidiana con un ambiente non-ebraico di cui si conoscevano gli stili di vita e che si presentasse non di rado ostile nei confronti degli ebrei; terzo, che al suo interno il mondo ebraico fosse variegato e ricco di contrasti dovuti anche al fatto di aver introiettato convinzioni e comportamenti dell’ambiente non-ebraico circostante. Solo con questi presupposti l’umorismo ebraico ha potuto assumere la dimensione dell’epopea, diventando lo specchio di un’intera civiltà”.

Ma è in America che l’umorismo diventa “una via maestra, una scelta obbligata per l’ebreo che voleva farsi strada. E che riusciva a farsela raccontando se stesso in chiave spietatamente  umoristica e autodenigratoria, accettando l’immagine di sé creata e voluta dal pregiudizio degli altri”, scrive conclusivamente Guido Fink sottolineando anche l’iniezione di vitalità e di ironia che l’elemento ebraico portò nel mondo accademico, creativo, giornalistico teatrale e cinematografico Usa.

La celeberrima e irriverente chutzpà come ulteriore declinazione della comicità ebraica, verrà molto dopo, alla fine degli anni Sessanta. La chutzpà del Mel Brooks di The producers, storia di due ebrei, Bialystock e Bloom, che mettono in scena uno spettacolo in favore di Hitler. O ancora di Woody Allen, di Barbra Streisand, Ben Stiller e persino del Mike Nichols de Il Laureato, così Jewish-American, con la centralità della famiglia e la ribellione alla famiglia stessa, troppo protettiva e insieme troppo agiata per non generare ribellione. In fondo è la stessa chutzpà esibita dal popolo ebraico nella celebre storiella: per consolare l’Altissimo, sconfortato dai tanti rifiuti alla sua offerta della Torà, chiese senza cerimonie quanto costasse. E sentendosi rispondere “Nulla”, non esitò a dire “Allora dammene due! (la Torà scritta e quella orale)”.

Due ducati per l’indirizzo di Dio

Masochismo, senso di colpa, autoironia…, sono alla base dello humour ebraico. Ne parla il critico Alberto Fiz

di Ester Moscati

Alberto Fiz, giornalista e critico di arte moderna e contemporanea, è autore del libro Mel Brooks, il fratello maleducato di Woody Allen pubblicato da Carucci con la prestigiosa prefazione di Guido Fink. Era l’argomento della sua tesi di laurea, ma anche dopo l’esperienza universitaria, ha mantenuto vivo un particolare interesse nei confronti dell’umorismo e della cultura ebraica.

Esiste uno “specifico ebraico” nell’umorismo? Da che cosa si origina?

Il mio libro si concentrava sulle due figure più caratteristiche dell’umorismo ebraico provenienti dalla tradizione dello shtetl, ovvero lo schemiel e lo schnorrer. L’umorismo è parte integrante dell’esperienza ebraica che ne ha fatto uno strumento dialettico particolarmente raffinato ed efficace, una vera e propria arma contundente non priva di pericolosità. Tale strumento consente di rivolgersi all’interlocutore creando in lui un senso di perenne disagio come se, improvvisamente, tutte le sue certezze venissero meno. L’umorismo è una vertigine verbale, un territorio di confine, impalpabile e destabilizzante. In arte lo si potrebbe paragonare al Dadaismo. L’ebraismo ne ha fatto un meccanismo intellettuale rintracciabile in comportamenti precisi. Masochismo e autoironia, sospetto e spirito di contraddizione, senso di colpa e amore-odio verso la tradizione, sono tutti atteggiamenti che trovano nell’umorismo il loro sfogo naturale. Credo che all’origine ci sia la tradizione talmudica basata su un sistema di pensiero analitico, non dogmatico ma dialettico, adatto ad analizzare tutti gli aspetti della realtà. Almeno sotto il profilo del meccanismo logico, tra una discussione talmudica e il Witz comico non mancano profonde analogie che Woody Allen ha colto con arguzia. Non è un caso che uno dei metodi del ragionamento talmudico sia soprannominato pilpul, suono onomatopeico che significa peperoncino.

Possiamo rintracciare alcune tipicità dell’umorismo ebraico rispetto ad altre culture?

L’umorismo, evidentemente, non è una prerogativa esclusivamente ebraica ma in questo caso si connota in base a specifiche caratteristiche che lo rendono distintivo. Un grande comico come Totò, per esempio, appartiene ad una tradizione differente rispetto a quella ebraica. Sebbene la componente linguistica abbia un ruolo fondamentale, il suo personaggio accetta fondamentalmente la realtà, non ha sensi di colpa e, con l’astuzia, raggira l’interlocutore che si trova privo di difese. In questo modo riesce persino a vendere la Fontana di Trevi spacciandosi per il famoso cavaliere Antonio Trevi. Il comico ebreo non avrebbe mai osato tanto e avrebbe giocato sulla sua apparente debolezza per poi ribaltare all’improvviso la situazione.

Nel cinema in particolare, com’è cambiato l’umorismo nelle diverse generazioni di registi e attori?

Non credo ci siano stati cambiamenti radicali. Un uomo che scivola su una buccia di banana continua a far ridere oggi come mille anni fa. Le torte in faccia con cui è nata la slapstick comedy si ritrovano nei film di Benigni. L’umorismo ebraico prosegue con Woody Allen, assai più che con Mel Brooks o Jerry Lewis (quest’ultimo, grandissimo artista, merita di essere rivalutato) ma non c’è dubbio che facciano parte di questa tradizione anche i fratelli Coen. Di recente, sono state in parte deluse le attese per La versione di Barney di Richard J. Lewis con Dustin Hoffman. Del resto, portare sugli schermi il capolavoro letterario di Mordechai Richler era davvero una missione impossibile. In Italia, sul fronte letterario, l’umorismo ebraico è più vivo che mai e, accanto a Moni Ovadia, la tradizione prosegue con Alessandro Piperno, recente vincitore del Premio Strega. Basti pensare al suo primo romanzo Con le peggiori intenzioni dove autoironia e masochismo erano tra gli ingredienti principali.

Ridere di sé è una forma di autodifesa? O un modo per farsi accettare dagli altri?

Ridere di sé è una forma di autodifesa per farsi accettare dagli altri. Ma ridere di sé significa anche saper ridere del mondo con una dose di sottile narcisismo. Vi ricordate la battuta di Groucho Marx: “Non vorrei mai essere socio di un club che accettasse un socio come me.” Nulla di più snob.

A proposito del Witz, -il motto di spirito dell’umorismo Yiddish cui lo stesso Freud dedicò un saggio-, Claudio Magris dice che “il riso è sintesi folgorante, guizzo inatteso e sorprendente. Il Witz, come intuisce Freud, viaggia sulle frequenze del mondo del sogno, può farci tornare alla felicità dell’infanzia. E con un Witz ben assestato si può ribaltare qualsiasi situazione, trasformare le proprie sconfitte in vittorie”.

Secondo lei, possiamo dire che per l’ebreo “ridere” equivale a “vivere”?

Direi che è un ottimo modo per togliersi d’impiccio. A questo proposito, mi fa piacere ricordare una bella storiella di Elie Wiesel tratta dalla tradizione talmudica. Alla domanda di un discepolo: “se mi dici dove si trova Dio ti regalo un ducato d’oro”, il rabbino replica: “ve ne regalo due se mi dite dove Dio non c’è.”

Alberto Fiz, nato a Torino nel 1963, vive a Milano. Si occupa attualmente di arte moderna e contemporanea e ha realizzato oltre 50 pubblicazioni. E’ critico d’arte, giornalista e direttore del museo MARCA di Catanzaro dove ha organizzato una serie d’importanti rassegne dedicate ad alcuni dei maggiori protagonisti della scena italiana e internazionale, da Alex Katz a Antoni Tàpies sino a Enzo Cucchi. Ha curato oggi la mostra Kandinsky e l’arte astratta tra Italia e Francia in cartellone sino a metà ottobre al Museo Archeologico Regionale di Aosta. E’ consulente di Intesa Sanpaolo Private Banking nell’ambito dell’art advisor. Dopo l’esperienza universitaria, ha mantenuto un forte interesse nei confronti dell’umorismo e della cultura ebraica. Tra gli artisti che ha studiato con maggior attenzione, va ricordato Aldo Mondino di cui ha realizzato una serie d’importanti mostre e cataloghi.