Israele: un ritratto sfaccettato nel nuovo libro di Claudio Vercelli

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di Nathan Greppi
Per festeggiare i 5 anni dalla sua fondazione e la ripresa a pieno ritmo degli eventi dal vivo, l’Associazione Milanese Pro Israele (AMPI) ha presentato domenica 6 marzo al Teatro Franco Parenti il libro Israele, una storia in 10 quadri dello storico contemporaneista Claudio Vercelli (si può rivedere la diretta sul sito di Radio Radicale). Edito da Laterza, il saggio ripercorre la storia d’Israele nel suo complesso e, per usare le parole del presidente AMPI Alessandro Litta Modignani, “è un libro che analizza tutte le controversie possibili da tutte le sfaccettature possibili sul sionismo, dagli albori del movimento sionista ai giorni nostri.”

Dopo l’introduzione di Litta Modignani e l’aver osservato tutti insieme un minuto di silenzio in rispetto delle vittime della guerra in Ucraina, ha preso la parola Fiona Diwan, direttrice di Bet Magazine – Mosaico che ha dialogato con l’autore. Ha spiegato che quello di Vercelli “non è un libro per addetti ai lavori, […] ma soprattutto è uno strumento con cui orientarsi oggi nella lettura di un paese sfaccettato, poliedrico e complesso come Israele.” Ha puntato il dito contro i manicheismi con cui viene spesso trattato l’argomento, citando come esempio il recente documento di Amnesty International che accusa Israele di apartheid, nonostante ci siano numerosi arabi che ricoprono ruoli importanti nella politica e nella società israeliana.

Nel suo primo intervento, Vercelli ha spiegato che ci sono diversi paradossi in Israele: “Il primo paradosso […] è quello demografico: il fatto che abbiamo a che fare con una nazione le cui dimensioni non solo spaziali ma anche numeriche sono contenute. Sul piano sociale e demografico ha conosciuto però un’evoluzione incredibile negli ultimi 70-80 anni,” in quanto ha decuplicato la propria popolazione nel corso dei decenni. “Un altro paradosso è quello della sopravvivenza: […] non era per nulla scontato che Israele sopravvivesse a sé stessa.” Mentre il “paradosso dei paradossi” secondo lui è il fatto che Israele è una società estremamente pluralista, e il pluralismo è la linfa delle democrazie.

Una parte del libro che la Diwan ha messo in risalto è quando parla dell’ascesa della B, dopo che per i primi trent’anni della sua storia è stato guidato dal centrosinistra laburista. A tal proposito, la Diwan ha raccontato che nel 1977, quando ci furono le elezioni che portarono alla vittoria di Menachem Begin, lei era una studentessa a Gerusalemme, e assieme ad altri studenti furono chiamati a presidiare le urne, in quanto il clima era molto arroventato. All’epoca non era solo il contesto politico israeliano a cambiare, ma anche la destra al suo interno, sull’onda dei cambiamenti portati in Occidente da figure come Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Ha anche messo in risalto l’apparente contraddizione per cui in genere sono i leader di destra come Begin e Netanyahu a siglare la maggior parte degli accordi di pace, perché partono da una posizione più dura; chi è “soft” invece storicamente ottiene meno risultati.

In merito allo stesso argomento, Vercelli si sofferma in particolare sulla figura di Zeev Jabotinsky, il padre del sionismo di destra, che adottava un “realismo pessimista”: Jabotinsky riteneva illusorio pensare che gli arabi gli avrebbero gli avrebbero lasciato il territorio per far nascere uno stato dove si sarebbero sentiti serventi, a prescindere da ciò che gli israeliani avrebbe fatto concretamente. Passando invece all’attualità odierna, per quanto riguarda il desiderio di Naftali Bennett di mediare tra Russia e Ucraina, è stato fatto notare che in Israele vivono oltre un milione di russi e russofoni, il che ha un certo peso sulle decisioni che prendono in politica estera.

Ecco il link per guardare la registrazione dell’evento: https://www.radioradicale.it/scheda/661865

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