I relatori della serata su Israele e mondo arabo

Israele e il mondo arabo: un dibattito al CAM

Eventi

di Nathan Greppi
In contemporanea con le elezioni israeliane martedì 17 settembre si è tenuto, al centro CAM in zona Garibaldi, il dibattito “Israele e Mondo arabo: è cambiato qualcosa?”, organizzato dall’Associazione Milanese Pro Israele (AMPI). E infatti all’inizio dell’evento si sono seguiti in diretta gli exit poll delle elezioni. I relatori del dibattito, moderato dal presidente AMPI Alessandro Litta Modignani, sono stati Stefano Magni, giornalista e docente dell’Università degli Studi di Milano, e Marco Paganoni, direttore del sito Israele.net.

Magni e lo scontro Iran-Arabia Saudita

Dopo aver seguito e commentato gli exit poll il primo a parlare è stato Stefano Magni, che ha voluto inquadrare i concetti di guerra e pace come li concepiamo noi: “Noi viviamo in un mondo europeo estremamente privilegiato, non conosciamo più un vero conflitto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Anche se non ce ne rendiamo conto, nel Medio Oriente è l’opposto, è raro trovare un momento di pace, che spesso è una conseguenza di un conflitto in un’altra zona del Medio Oriente, che assorbe le energie circostanti.” Su questo ha fatto l’esempio del periodo di pace degli anni ’90, dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, e in cui i sauditi si sono sentiti minacciati al punto di dover accettare la presenza militare occidentale in terre islamiche, “cosa che ha provocato non intenzionalmente la nascita di Al Qaeda.” 

Dal 2011, ha spiegato, intorno a Israele vi è una relativa calma perché con le Primavere Arabe i suoi nemici sono impegnati in conflitti interni, e in particolare quello in Siria, “che ha mietuto un numero di vittime pari a due volte l’insieme di tutte le guerre arabo-israeliane.” Attualmente, secondo lui, la più grande minaccia è una possibile guerra tra l’Arabia Saudita e l’Iran, poiché “c’è uno stillicidio di attentati contro la produzione petrolifera saudita, che il 14 settembre ha visto l’episodio più grave, il bombardamento degli impianti petroliferi.” Sebbene sia stato rivendicato dagli Houthi, le milizie sciite yemenite, si sospetta che i droni siano stati lanciati dall’Iraq o peggio ancora dall’Iran, il che costituirebbe un atto di guerra. 

Attualmente Israele teme soprattutto gli Hezbollah, che avendo fatto esperienza nella Guerra Siriana potrebbero diventare più forti, e anche per questo ha fatto diversi raid contro le loro basi in territorio siriano. Ha aggiunto che spesso gli analisti tendono “a prevedere degli sfracelli per scelte politiche d’Israele che in realtà non sono successi, come per lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Oggi si teme molto per l’annuncio di Netanyahu di una possibile annessione della Valle del Giordano,” ma secondo lui non è detto che ci siano risposte serie da parte del mondo arabo.

Paganoni: “Non dobbiamo abbassare la guardia”

Subito dopo è intervenuto Marco Paganoni, il quale alla domanda “è cambiato qualcosa?” nel titolo dell’incontro ha risposto: “Si, è cambiato molto. Ma è cambiato abbastanza da poter stare tranquilli? No.” Ha spiegato che per anni si è detto che Israele avrebbe visto un’apertura con il mondo arabo solo dopo che fosse stata risolta la questione palestinese, “ma Netanyahu ha costruito la sua politica sull’assunto contrario: è la questione palestinese che si potrà risolvere solo dopo che il mondo arabo avrà aperto le porte ai rapporti con Israele.” La scommessa fatta da molti analisti, ha spiegato, è che nel mondo arabo sia maturata una posizione diversa verso Israele, che non sia solo in funzione anti-iraniana, ma che ci siano anche interessi economici. Su questo ha ricordato che Israele parteciperà all’EXPO di Dubai nel 2020.

Ma nonostante tutti i segnali positivi in tal senso, Paganoni ha invitato a porsi dei dubbi: “Io sono uno di quelli rimasti scottati dall’esperienza degli anni ’90, anche lì si aprirono i paesi arabi, sembrava una strada in discesa e invece non era così.” Ha ricordato che questi paesi restano dittature, con cui ci si allea per realpolitik ma pur sempre instabili perché soggetti a colpi di stato. “Abbiamo a che fare con regimi che non danno garanzie di continuità,” e ciò fa sì che magari chi oggi è alleato di Israele domani potrebbe non esserlo più e viceversa. Inoltre, anche quando i politici si aprono a Israele “le società del mondo arabo sono molto più arretrate nello sviluppare dei rapporti,” anche in paesi già in pace con esso come l’Egitto e la Giordania.

Per dare un’idea dei cambiamenti repentini nella politica araba, ha raccontato che Assad, che fu espulso dalla Lega Araba quando sembrava sul punto di cadere, ci sta rientrando, e con la stabilizzazione della Siria ha ripristinato nel 2017 la Fiera Economica di Damasco, un tempo molto importante, e in cui quest’anno sono tornati anche degli imprenditori degli Emirati Arabi Uniti. In sostanza, finché vi è questo contrasto tra sunniti e sciiti Israele è alleato dei primi, ma non è detto che ciò possa durare.

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