di Pietro Baragiola
Questo rafforzamento significativo, oltre il 5% dall’inizio del 2026 e più del 20% nell’ultimo anno, è sostenuto dall’ottimismo dei mercati per un possibile allentamento delle tensioni geopolitiche, tra la tregua in Libano e le prospettive di fine del conflitto con l’Iran. Un segnale di fiducia nell’economia israeliana, nonostante i costi elevati delle operazioni militari. Eppure, quella che appare come una buona notizia rischia di trasformarsi in un problema per il panorama economico globale.
Mercoledì 15 aprile lo shekel israeliano è volato ai massimi da oltre trent’anni, scendendo dai 3 fino a quota 2,993 per dollaro: un livello che non si vedeva dal 1995.
Questo rafforzamento significativo, oltre il 5% dall’inizio del 2026 e più del 20% nell’ultimo anno, è sostenuto dall’ottimismo dei mercati per un possibile allentamento delle tensioni geopolitiche, tra la tregua in Libano e le prospettive di fine del conflitto con l’Iran. Un segnale di fiducia nell’economia israeliana, nonostante i costi elevati delle operazioni militari.
Eppure, quella che appare come una buona notizia rischia di trasformarsi in un problema per il panorama economico globale.
I problemi dell’aumento dello shekel
“Un tasso di cambio sotto i 3 shekel per dollaro è un colpo mortale alla reddittività delle esportazioni” ha avvertito Avraham Novogrocki, presidente dell’associazione dei produttori israeliani, durante la sua intervista rilasciata al sito i24News.
Secondo l’industria, l’apprezzamento della valuta non rappresenta un segnale di resilienza ma un rischio crescente per occupazione e competitività. Il rafforzamento dello shekel, infatti, comprime i margini delle aziende esportatrici, che incassano in dollari ma sostengono costi, salari e produzione, in valuta locale.
“Un cambiamento cumulativo del 20% cancella completamente i profitti e spinge le fabbriche verso la chiusura” ha aggiunto Novogrocki, citando un sondaggio pubblicato dalla sua associazione a febbraio. “Il 79% delle aziende prevede un calo dei profitti lordi, mentre il 63% si aspetta una diminuzione delle vendite”.
Il fenomeno produce effetti contrastanti: da un lato uno shekel forte rende più economiche le importazioni, frena l’inflazione e riduce il costo del credito favorendo i consumatori; dall’altro erode la competitività delle imprese, in particolare di quelle orientate all’export, che rappresenta fino al 40% dell’attività economica israeliana.
Le conseguenze non riguardano solo l’industria tradizione, ma anche il settore high-tech e le multinazionali. Una valuta forte rende Israele più costoso in termini di dollari, scoraggiando nuovi investimenti.
Secondo il sondaggio dell’associazione dei produttori israeliani, il 51% di queste aziende prevede di ridurre le attività nel Paese, mentre il 40% sta valutando di spostare parte della produzione all’estero.
“Senza un intervento immediato l’intera economia pagherà il prezzo” ha avvertito Novogrocki. “Le stime oggi parlano di perdite per le esportazioni fino a 31,5 miliardi di shekel nel 2026, con un impatto aggiuntivo di 16,5 miliardi sul PIL”.
L’ottimismo dei mercati
Nonostante le preoccupazioni dell’industria, per ora la Bank of Israel non è intervenuta per frenare l’apprezzamento della valuta, né attraverso acquisti massicci di dollari né con un taglio dei tassi di interesse. Questo perché, secondo gli analisti, la forza dello shekel riflette fondamentali economici solidi più che dinamiche speculative.
“Quando lo shekel si rafforza i consumatori ne beneficiano ma gli esportatori ne pagano il prezzo” ha spiegato Jonathan Katz, capo economista di Leader Capital Markets. “È un’erosione della competitività che prima o poi si riflette sulle esportazioni. Tuttavia, non si tratterebbe di una bolla. La banca centrale difficilmente interverrà: l’economia si è dimostrata resiliente e non c’è una minaccia inflazionistica.”
Una posizione condivisa anche da Ronen Menachem, capo economista di Mizrahi Tefahot Bank, secondo cui il rafforzamento della valuta è guidato dalla fiducia dei mercati: “il mercato anticipa una riduzione del rischio geopolitico e possibili accordi regionali, anche con l’Arabia Saudita, che potrebbero rafforzare il potenziale di crescita dell’economia israeliana.”
L’ottimismo sta attirando investimenti stranieri e un aumento delle esportazioni nel comparto della difesa: fattori che continuano ad alimentare la domanda di shekel.
Per ora il quadro resta sospeso tra due letture opposte: una moneta forte che racconta la fiducia dei mercati, e il rischio di un indebolimento dell’economia reale. Un paradosso che Israele dovrà affrontare nei prossimi mesi, tra ripresa e nuove incognite.



