Carlo Levi: un maestro (eclettico e poliedrico) del pensiero libero

di Michael Soncin

120 anni fa nella fiorente Torino ebraica dei primi del Novecento nasceva Carlo Levi (1902-1975), antifascista, versatile intellettuale, medico, giornalista, pittore e scrittore tra i più rappresentativi della sua epoca, oggi al centro di una grande riscoperta, con mostre e conferenze in tutta Italia: da quelle di Lucca e Torino, recentemente terminate, a quella in corso aperta fino al 19 giugno in Sardegna, al MAN di Nuoro. Per parlare di questo formidabile personaggio abbiamo raccolto voci, in un dialogo che racconta la sua essenza, tratteggiando le sue principali fasi artistiche e i suoi più importanti capolavori.

L’attualità degli scritti di Carlo Levi

«Forse non tutti conoscono quella storiella ebraica che dice: “Devo andare dal maestro!”, “Perché cosa vuoi che ti insegni?”, risponde l’altro, “Per vedere come ci si allaccia le scarpe”. Questo per spiegare che io sono stato non soltanto nipote di Carlo Levi, ma anche allievo, la sua influenza era nel frequentarlo e nel vedere anche i suoi comportamenti, perché la trasmissione di un sapere è nel modo di vivere, di parlare. Per me è stato molto importante assorbire il suo atteggiamento di dissoluzione degli aspetti ideologici, era un maestro nella fluidità del pensiero, nel vedere affinità tra cose molto disparate», racconta a Bet Magazine Stefano Levi Della Torre, professore d’architettura, pittore e saggista, il quale sottolinea l’effettivo occultamento che c’è stato della figura di Carlo Levi, rispetto alla qualità dei suoi valori.

Oggi dove risiede la sua attualità? «Prendiamo il libro Paura della libertà – sottolinea Levi Della Torre. Scritto nel 1939, descrive i terribili fenomeni che portarono alla Seconda guerra mondiale, una malattia estesasi nella civiltà europea, assumendo le sembianze del nazismo, del fascismo e poi dello stalinismo: tutti fenomeni abbracciati dall’idea della paura della libertà. Purtroppo, tutto ciò sta aleggiando attualmente in Europa. L’attualità è quindi l’avvertimento, che quando comincia a serpeggiare la paura della libertà, i pericoli aumentano». Italo Calvino a proposito di questo testo disse: “Da questo libro raro nella nostra letteratura deve cominciare ogni discorso su Levi”.

La suggestione artistica nello ‘Shtetl’ parigino

Conosciuto dai più come scrittore (suo è Cristo si è fermato a Eboli), in verità Carlo Levi si è sempre definito un pittore. Esordì giovanissimo, dipingendo con la tecnica a olio, migliaia di tele. Come tratteggiare una produzione così vasta? Come leggere le sue immagini e la sua evoluzione pittorica anche in relazione al contesto dei tempi vissuti?

«La sua primissima fase, da collocarsi all’inizio degli anni Venti, è fatta di uno stile molto severo, marmoreo, quasi spigoloso, che ricorda molto la nuova oggettività tedesca. Subito dopo, una volta divenuto allievo di Felice Casorati, si avvicina molto al realismo magico. Fu una svolta. Ci sono alcuni anni in cui lo si può definire un ‘casoratiano’. Però, il vero cambiamento avviene a Parigi, dove vede i vari fermenti artistici in atto. Non sarà però il Surrealismo a colpirlo o le varie avanguardie in genere, ma l’arte di Chaïm Soutine, di Jules Pascin o di Amedeo Modigliani (si noti la traccia modiglianesca nel volto e negli occhi di alcuni dipinti, come l’Autoritratto del 1930), che era già morto da pochi anni. Questo gruppo di artisti ebrei lo suggestionerà moltissimo, innescando un cambiamento radicale nella sua tecnica: da un tratto in precedenza molto attento al dettaglio, passerà ad una pennellata corposa, ondulata, la tipica pennellata di Carlo Levi, un segno distintivo. Di questo stile è L’eroe cinese (1932), considerato un capolavoro, uno dei dipinti più belli, più importanti, più famosi», spiega lo storico dell’arte Paolo Bolpagni.

C’è poi un altro particolare leviano non chiaramente intellegibile. «Oggi non lo cogliamo – specifica Bolpagni – ma è stato negli anni Trenta un pittore di opposizione al regime fascista. Una pittura così francese era una provocazione, in netto contrasto con artisti, ad esempio, della cerchia di Mario Sironi».

L’ebraicità nella figura femminile

La fama smisurata del romanzo Cristo si è fermato a Eboli ha rischiato di offuscare non soltanto la sua arte, ma anche altre opere letterarie, come L’Orologio (1950), testo da molti ritenuto di ancora maggior spessore, definito come uno dei migliori scritti di narrativa politica del dopoguerra.

Di questo abbiamo parlato con Daniela Fonti, presidente della Fondazione Carlo Levi di Roma. «Il libro L’Orologio è un testo affascinante e intellettualmente complesso, che non ha avuto lo stesso apprezzamento del suo più noto romanzo; anzi è stato trattato dagli stessi intellettuali e amici con una certa sufficienza, ed ha faticato per essere pubblicato, anche dalla stessa Natalia Ginzburg, che all’Einaudi in qualche modo ne rallentò la stampa, poiché lei stessa non lo aveva pienamente compreso».

Mentre tornando a parlare di dipinti è importante menzionare l’opera La madre e la sorella (1926): «È un quadro molto importante, che non ha mai voluto vendere. La centralità della figura materna è fortissima nella sua personalità, presente in quasi tutte le stagioni della sua pittura. L’opera ci consente di comprendere quanto fosse forte il valore della famiglia soprattutto nell’accezione del ruolo ricoperto dalle figure femminili, che è molto riconoscibile come un dato caratteristico della tradizione ebraica, anche in una famiglia laica come quella di Levi».

La mostra in Sardegna

Fino al 19 giugno, al MAN di Nuoro è allestita una grande mostra antologica, che esplora i sentieri meno conosciuti di Carlo Levi intitolata Tutto il miele è finito: la Sardegna, la pittura, con un dettagliato catalogo edito da Allemandi, che merita veramente di essere consultato.

Opere che complessivamente abbracciano l’intero percorso artistico, dal 1925 ai primi anni ’70, fra dipinti, disegni, incisioni, per un totale complessivo di 89 pezzi, oltre a 10 fotografie inedite esposte per la prima volta dall’Album di viaggio di Carlo Levi del 1952, provenienti dalla Fondazione Carlo Levi di Roma, che hanno costituito il fulcro delle ricerche avviate, alla base della mostra stessa.

La mostra vuol essere un omaggio non solo in occasione del centoventesimo anniversario della nascita, ma anche degli anniversari dei suoi due viaggi che fece in Sardegna, rispettivamente nel maggio 1952 e nel dicembre 1962.

Come si può facilmente intendere, il titolo dell’esposizione trae origine proprio dal libro Tutto il miele è finito, edito da Einaudi nel 1964, che si riferisce a quei viaggi. Un profondo e suggestivo ritratto culturale, poetico, politico, ma anche della natura e delle persone della Sardegna di quei tempi, un testo che lo stesso Carlo Levi paragonò ad un ritratto: “Così, questo scritto, che non è né un saggio, né un’inchiesta, né un romanzo, ma un semplice, laterale capitolo di quella storia presente che tutti viviamo, o scriviamo, in noi e fuori di noi, mi sembra possa assomigliarsi piuttosto a un ritratto, a un tentativo, soltanto accennato e parziale, di ritratto di una persona conosciuta nel tempo, il cui viso racconta e comprende, oggi, i diversi momenti della sua storia. È, questa persona, soltanto la Sardegna?”.

 

 

 

Foto in alto: Carlo Levi, 1929 circa. Courtesy Fondo fotografico Fondazione Carlo Levi – Roma