Belmonte: ebrei nascosti per 500 anni

Arte

di Silvia Guastalla

Un viaggio in Portogallo cercando tracce di ebraismo, e inseguendo miti familiari sulle origini iberiche, può mettere a dura prova l’entusiasmo più fervido. Me lo avevano detto in molti, prima di partire: «Il cattolicesimo in Portogallo è penetrante, pervasivo, non lascia spazio ad altro. Della gloriosa cultura sefardita (si stima che prima della cacciata gli ebrei portoghesi fossero il 10% della popolazione) non rimane niente». Nel Paese dove anche le tintorie si chiamano Nossa senhora da piedade, è facile pensare che la cacciata degli ebrei da Spagna e Portogallo, tra 1492 e 1496, sia stata radicale e definitiva. A Lisbona in effetti c’è una sinagoga, ma è stata costruita a inizio Novecento da ebrei nord africani: un salto di quattro secoli rispetto all’editto che imponeva la fuga o la conversione. Anche Porto vanta un imponente Beth Haknesset, che però risale al 1938: singolare controtendenza rispetto agli accadimenti europei di quell’anno.

È l’edificio ebraico di culto più grande della penisola iberica, tenacemente voluto dal Capitano Artur Barros Basto, il “Dreyfus portoghese”, un militare di una famiglia di conversos che, dopo esser tornato all’ebraismo, avviò un capillare progetto di educazione (con pubblicazioni, yeshivà, conferenze), nell’intento di riportare all’ebraismo migliaia di “marrani” portoghesi. La Chiesa e la dittatura di Salazar riuscirono a sbarazzarsi di Barros Basto, portandolo di fronte a un tribunale con l’accusa (risultata infondata), di molestie sessuali nei confronti di alcuni studenti della yeshivà da lui creata. Il capitano fu radiato dall’esercito e solo quest’anno il Parlamento portoghese lo ha ufficialmente riabilitato, ma il suo progetto, che pure infiammò molti ebrei dell’epoca, soprattutto nelle comunità ispano-portoghesi di Amsterdam, Londra e New York, non poté che fallire. Così, ecco che dopo più di quattro secoli di persecuzioni antiebraiche, il processo a Barros Bastos, l’umiliazione, le calunnie, furono per molti conversos il segno che l’Inquisizione aveva solo cambiato forma. L’imponente sinagoga art decó di Porto rimane, come quella medievale della minuscola Tomar, una testimonianza architettonica in un presente quasi privo di ebrei.

Un’indicazione però mi viene data, sia a Porto che a Tomar (dove l’antica sinagoga, acquistata e restaurata da privati, è sede di un museo e talvolta, grazie ai turisti, ha il minian per le funzioni): ogni volta che chiedo se c’è un macellaio kasher, un mikvé, un rabbino, cioè una comunità viva, mi dicono che “no, solo a Belmonte c’è tutto questo”. Non mi rimane, quindi, che andare a Belmonte.

Sulla cartina, un modesto punto segnala il paese sulle montagne del nord-est, vicino al confine con la Spagna. Belmonte si rivela, effettivamente, un piccolissimo centro (settemila abitanti circa), con i resti di una fortificazione medievale e poco più. Trovo facilmente la sinagoga, un piccolo edificio che si distingue dagli altri, tra i vicoli, solo per le scritte in ebraico sulla facciata. All’interno, tutto è nuovissimo. Il Beth Haknesset è stato inaugurato infatti nel 1996, mi spiega Antonio Mendes, presidente della comunità costituita da 140 ebrei. Quarantenne, mi accoglie calorosamente, parlando in portoghese, mentre io gli rispondo in italiano. Abituata a visitare antiche sinagoghe senza ebrei, gli chiedo di narrarmi questa anomalia, e il suo racconto mi riporta indietro di 500 anni. Per cinque secoli, circa trenta generazioni, un tempo biblico, gli ebrei di Belmonte hanno vissuto con una doppia identità. Cristiani all’esterno, con battesimi, matrimoni in chiesa e tombe con la croce. Ma, contro tutto e tutti, ebrei di nascosto, in casa.

Di madre in figlia, generazione dopo generazione, si sono tramandati l’imperativo di sposarsi tra loro, di accendere le candele di Shabbath, cuocere le matzot per Pesach, digiunare per Kippur, intrecciare il lulav per Succoth. L’imperativo di resistere.

Senza conoscere l’ebraico, avendo persa la coscienza di far parte di un popolo che veniva da lontano e che andava oltre le mura di Belmonte, hanno resistito, a rischio della vita. Nel vicino museo, un gioiello di didattica per capire il cripto-giudaismo, scopro che fino a cinquant’anni fa c’erano almeno trenta di queste piccole comunità sparse sui monti del nord-est. Resistere deve essere stato durissimo, e tanti non ce l’hanno fatta. Una parete immensa del museo elenca i nomi di tutti quelli che l’Inquisizione è riuscita a scoprire e perseguitare. Bastava un camino da cui di sabato non uscisse il fumo, o un vicino che ti vedesse sgozzare una gallina con il coltello, e potevi finire sotto processo come “giudaizzante”. Il rogo era la pena estrema, ma anche l’abito penitenziale da portare a vita era un castigo terribile. Tuttavia, in quei luoghi un po’ remoti rispetto a Lisbona e Porto, arroccati sulle montagne e vicini al confine, fu più facile mimetizzarsi, anche perché di immobili e terre da confiscare gli ebrei non ne avevano, e le ricchezze “liquide”, mi dice Antonio Mendes, si potevano nascondere.

Negli anni ’20 Samuel Schwarz, un ebreo polacco che dirigeva le miniere locali, scoprì per caso l’esistenza di quegli ebrei nascosti. Schwarz racconta, nelle sue memorie, delle infinite diffidenze degli ebrei di Belmonte a rivelarglisi come tali, delle donne che gli chiedevano di recitare come prova una preghiera e non credevano alla sua pretesa di conoscerne solo in ebraico, una lingua a loro ignota. E di come finalmente vinse le loro resistenze recitando lo Shemà. Alle prime parole, come per un istinto ancestrale, le donne si coprirono gli occhi, e la più anziana decretò: “è ebreo, ha detto Adonai”. Era l’unica parola ebraica che conoscevano.

Solo trent’anni fa circa, negli anni ’80 del secolo scorso, finita la dittatura che impediva la libertà religiosa, quelli che ancora erano considerati “nuovi cristiani” iniziarono timidamente a uscire allo scoperto. Mentre molti anziani preferirono rimanere legati al cripto-giudaismo, -a quella religione vissuta esclusivamente in casa (compresa la sukkà costruita all’interno delle mura domestiche), officiata in lingua portoghese-, i giovani iniziarono un difficile percorso che li ha portati a costruire una sinagoga, un mikvé e un cimitero, a imparare l’ebraico, a studiare e pregare con un rabbino israeliano che è anche shochèt.

Finalmente hanno incontrato un ebraismo diverso, diventandone parte a tutti gli effetti. Ora vivono la stessa realtà di tante piccole comunità della diaspora: un grande attaccamento alla propria storia, un difficile bilancio tra matrimoni ebraici e misti, giovani che se ne vanno cercando realtà di più ampio respiro.

Come Antonio Mendes, che dopo questo Kippur del 2012, mi dice illuminandosi, farà l’aliyà.

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