Yom Hazikaron: ricordo di giovani morti per Israele

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Martedì 6 maggio è stata celebrata la cerimonia di Yom Hazikaron, organizzata per il quarto anno consecutivo da Sylvia Sabbadini insieme ai madrihim e agli shlichim dell’Hashomer Hatzair e del Benè Akiva nell’aula magna “Aron Benatoff” della scuola ebraica. La serata è stata presentata dalle due madrihot dei movimenti giovanili: Miry Eman e Taliya Bidussa.
Quest’anno la cerimonia è stata dedicata ai soldati di origine italiana che hanno combattuto eroicamente e perso la loro vita per lo Stato d’Israele nei suoi sessant’anni di vita.
Yom Hazikaron venne decretato in Israele per legge nel 1963, ma la consuetudine della celebrazione in questa data risale al 1951, fissando il legame tra il giorno dell’Indipendenza e tutti coloro che, per ottenere e mantenere questa indipendenza, sacrificarono la propria vita per la difesa del Paese. In questo giorno il popolo ebraico si riunisce per celebrare ed onorare la memoria di tutti i caduti in battaglia, dai soldati, ai membri delle forze di sicurezza, ai caduti dei movimenti clandestini precedenti la fondazione di Israele, alle vittime del terrorismo.
In Israele è difficile che qualcuno non abbia perso un familiare, un amico o un conoscente in una delle guerre, per questo motivo Yom Hazikaron è un giorno particolarmente significativo per tutti: l’atmosfera di lutto è percepibile in ogni angolo del Paese. Un’ intera nazione si stringe al dolore delle famiglie per la perdita dei figli, dolore di tutto il popolo per le giovani vite stroncate nella difesa di tutti noi.

Durante la cerimonia, il rabbino capo Arbib ha letto Izkor leggendo i nomi dei soldati di origine italiana deceduti nelle guerre, secondo la lista che è stata inviata dal Tempio italiano di Gerusalemme. Rav Colombo e rav Sciunnach hanno letto rispettivamente El malè rahamim e “la preghiera per lo Stato d’Israele e per i soldati”.
Dopo il minuto di raccoglimento con il suono della sirena e i tristissimi filmati sui soldati e la guerra in Libano, la serata è proseguita con la commemorazione di quattro ragazzi italiani che hanno perso la loro vita durante il servizio militare, in circostanze diverse.

Il giornalista Gabriele Ashkenazi è salito sul palco per ricordare il suo compagno d’infanzia dei tempi dell’Hashomer Hatzair, Angelo Sed (detto Momo).
Momo, nato e cresciuto a Roma nel cuore del Portico d’Ottavia, si è trasferito alla fine degli anni Settanta con i ragazzi dell’Hashomer nel kibbutz di Sasa, inserendosi pienamente nella vita del kibbutz, lavorando la terra, mungendo le mucche e cucinando alla mensa comune. Dopo essersi arruolato alla Ztavà, nel 1978 è morto durante un’esercitazione militare nei pressi del Mar Morto. La sua simpatica personalità e il suo modo di fare e di parlare tipico dei ragazzi cresciuti “in Piazza Giudia”, sono emersi nell’intervento di Ashkenazi che ha descritto alcuni episodi raccontati dagli amici nel libro pubblicato un anno dopo la sua morte.

Manuela Vaturi, madrihà del Benè Akiva, ha ricordato Manuel Sonnino figlio di Patrizia e Tullio, morto il 28 maggio 1993, mentre era all’estero per una missione segreta, lasciando i genitori, tre fratelli e una moglie incinta. Manuel amava molto la natura e il mare e per questo nel 1982 si arruolò nel commando della Marina partecipando a missioni speciali durante tutto il suo servizio Militare.
Ytzchak Rabin, allora primo ministro e ministro della difesa, ha scritto una lettera ai genitori nella quale diceva: “Vostro figlio è stato un combattente ed eroe dello Stato d’Israele. Le sue azioni coraggiose hanno dato un valido contributo ad allontanare il nemico e il pericolo incombente su Israele. Ho sentito grandi cose sul coraggio, sulla personalità e sull’umanità di Manuel: tutti valori acquisiti nella casa dove è cresciuto”.

Molto commovente è stato l’intervento di Diana Aliverti, madrihà dell’Hashomer che ha letto l’articolo scritto qualche settimana fa da Manuela Dviri Vitali Norsa, madre di Yoni Dviri, ucciso in Libano il 26 febbraio 1998, durante un attacco dei guerriglieri Hezbollah nella cosiddetta striscia di sicurezza nel Libano meridionale, mentre usciva dal Libano con il suo battaglione nell’ultimo giorno della guerra. Nelle parole della Dviri, si poteva percepire il dolore di una mamma al quale è stato strappato un figlio, troppo giovane per morire: “Dieci anni sono passati da allora: gli anni più orribili, intensi, importanti, rivelatori, straordinari, difficili, belli, della mia vita. E da allora non sono più la stessa. In molti sensi sono migliore. Mio marito dice sempre che preferirebbe che io fossi come prima: una donna privata, di cui nessuno sa nulla e vive una vita normale, una vita qualsiasi, come tante altre, e non si occupa di politica e di guerre, e degli altri. Peccato! Vorrei tanto, almeno per un giorno, almeno per un’ora, tornare a essere quella di una volta. Ma non c’è niente da fare. Di gioire fino in fondo, di godere al massimo, di urlare di gioia come una volta, di quella libertà, tutto sommato, non ne sono più capace”.

Infine Sylvia Sabbadini ha voluto onorare la memoria di suo cugino Yohai Porat, figlio di Liliana e Giacomo Di Porto di Roma, ucciso barbaramente a soli 26 anni il 3 marzo 2002 ad Ofra, nei pressi di Ramallah, da un cecchino arabo con altri sette soldati e due civili, mentre cercava di soccorrere i suoi compagni feriti. Yochai era un paramedico del Maghen David Adom e studente di psicologia, che era stato richiamato alle armi come riservista. Pochi giorni prima della sua morte aveva confessato ai suoi amici che si sentiva che non sarebbe più tornato a casa dal suo servizio militare. All’età di 13 anni si è offerto come volontario nelle ambulanze del pronto soccorso. A 15 anni ha fatto il suo secondo corso di pronto soccorso, poi durante il servizio militare ha studiato per diventare paramedico diventando il responsabile dell’ambulatorio di Marg Aiun in Libano. Un anno prima della sua morte ha ideato e coordinato un programma del Maghen David Adom in collaborazione con l’Agenzia ebraica, facendo venire dagli Stati Uniti, dal Canada e dall’Europa, centinaia di ragazzi a fare il corso di pronto soccorso come volontari nelle ambulanze israeliane. Oggi il programma che porta il suo nome è in piena attività ed espansione e i volontari continuano ad affluire da ogni parte del mondo. Il nome di Yochai è comparso più volte sui giornali per le sue azioni eroiche e salvataggi nell’ambito del Maghen David Adom. Una settimana prima che morisse, la sua foto era su tutti i giornali mentre stringeva la mano ad Hillary Clinton che era venuta a fare visita ai ragazzi americani che stavano facendo il corso di volontariato sotto la sua guida. Nella sua tomba è scritto: “È facile ricevere, è difficile dare ma tu sapevi solo dare” e questa frase lo rispecchia pienamente.

La serata si è conclusa con l’esecuzione della canzone Light a candle e con l’Hatikva, cantata da tutti i madrihim e i ragazzi del Benè Akiva e Hashomer Hatzair, che con le loro divise bianche e azzurre e le bandiere d’Israele in mano, hanno creato una scenografia commovente e suggestiva, facendo sentire al numeroso pubblico presente la vera atmosfera di Yom Hazikaron, così come viene celebrato nelle scuole di Eretz Israel.

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