Vuoi fare l’Aliyà? Ti serve un approccio pragmatico, il sogno sionista non basta. Ecco le istruzioni per l’uso

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di Ester Moscati

Difficoltà linguistiche, eccesso di illusioni, gap culturale e burocrazia incomprensibile.
Un sito web di italkim aiuterà chi ne ha bisogno. Per risolvere e non sottovalutare i problemi.
Intervista a Alberto Corcos, presidente di Irgun Olei Italia

«Israele è un Paese accerchiato ma reattivo e produttivo, ed è anche un Paese molto giovane, imperfetto, che deve ancora definire molte cose». È il cuore del sogno sionista che attira ancora immigrati da tutto il mondo, in particolare dall’Europa atterrita dai rigurgiti antisemiti. Ma quale realtà gli olim hadashim si trovano ad affrontare oggi? Quali sono i problemi di inserimento, come cercare lavoro, qual è l’impatto con una società dinamica ma anche poco disponibile ad ascoltare e comprendere la cosiddetta “sensibiltà europea”? Alberto Corcos, presidente di Irgun Olei Italia, su Bet Magazine di gennaio 2018 ha lanciato un appello e si è messo a disposizione delle Comunità italiane per gestire al meglio le emigrazioni dal nostro Paese verso Eretz Israel. A lui abbiamo posto alcune domande.

Quali sono i numeri dell’aliyà dall’Italia nell’ultimo anno?
Il 2017 ha visto una diminuzione del numero di nuovi olim: parliamo di 79 persone, delle quali alcune arrivate da sole e altre con il nucleo famigliare. Il numero è apparentemente sorprendente se si confronta con gli arrivi dei quattro anni precedenti, ma l’eccezione è stata il periodo 2013-16. Nel 2013 i nuovi olim erano stati 121, nel 2014, 242; nel 2015, 262 e nel 2016, 141. Numeri che non si toccavano da anni.

Chi sono gli ebrei che fanno questa scelta?
È difficile fare delle generalizzazioni, perché ogni persona, coppia o famiglia, ha delle caratteristiche e motivazioni per l’aliyà con molte sfaccettature. Chi viene per idealismo, chi per poter condividere un’esperienza religiosa, ma anche chi cerca un lavoro o ha altre motivazioni economiche che hanno determinato i picchi di arrivi degli ultimi anni. L’aliyà degli ultimi cinque anni si è caratterizzata per la provenienza (in prevalenza da Roma), per la destinazione (verso le città principali, quali Gerusalemme, Tel Aviv, Nethania, Raanana, Ashdod), per lo stile di vita (per lo più osservanti ortodossi), per il livello di istruzione (diploma di scuola media superiore), per il livello di alfabetizzazione di Ebraico (bimodale: nessuna conoscenza oppure discreta conoscenza).

Quali problemi si riscontrano al primo impatto?
A detta di tutti coloro che, a titolo diverso, si sono occupati degli olim, appare chiaro – e lo confermo anche per esperienza personale – che esiste un serio divario fra ciò che viene prospettato, sia dalla Sochnut in Italia, sia da rassicurazioni seduttive di amici o parenti israeliani, e quanto poi un olé deve effettivamente affrontare nella realtà in cui si proietta. Naturalmente, tanto meno una persona è capace di reperire e verificare alla fonte le informazioni ricevute, tanto più difficile è l’impatto. Perciò quanto dirò adesso riflette le difficoltà di una parte soltanto degli olim.
Il problema linguistico è alla radice di molte difficoltà d’inserimento; ci sono olim giovani e istruiti (a livello universitario, area scientifica) che sanno l’inglese e sostengono che questo a loro basta, ma sono valutazioni di una minoranza. Ci sono i corsi intensivi Ulpan, gratuiti, gestiti dalla Sochnut. Sarebbe fondamentale che, prima di trasferirsi, una persona o una coppia apprenda l’ebraico, in modo da potersi informare e comunicare, per trovare amici e un lavoro adatto. Nessuno può costringere un olé a studiare l’ebraico prima di partire o a valutarne le competenze linguistiche per concedere un visto d’ingresso, ma dovrebbe essere fortemente raccomandato.
Quale altro impatto vediamo? In primo luogo quello di comprendere le “regole del gioco” in quanto ormai cittadini israeliani. Muoversi nella burocrazia in Israele è difficile; molte cose in apparenza sono simili alle regole italiane, ma il pericolo più grande è pensare che “più o meno” si trovano le stesse cose. Invece si scopre abbastanza presto che non è per niente così. Un esempio: le regole dettate dall’Istituto della Sicurezza Sociale – Bituah Leumì – per godere dell’assistenza sanitaria e della residenza, e dal Ministero degli Interni per avere il passaporto, dal Ministero dei Trasporti per omologare la patente di guida, o dal Ministero della Pubblica Istruzione per ottenere il riconoscimento del titolo di studio italiano, infine le condizioni della Sochnut/Ministero dell’Aliyà per godere delle facilitazioni economiche e fiscali. Tutti enti con alcune regole di comportamento diverse e talvolta in contraddizione fra loro, fatto che crea una gran confusione al povero olè hadash. I volontari dell’Irgun sono a disposizione per offrire chiarimenti e chiavi di lettura della realtà.
Non secondario è anche il rapporto con la banca: al di là delle terminologie tecniche simili a quelle italiane, si trovano talvolta condizioni contrattuali molto diverse e svantaggiose per il cliente, per cui è consigliata una consulenza professionale esterna. Anche in banca si può negoziare tutto, dal numero massimo di operazioni che puoi includere nel canone mensile, agli interessi passivi e così via. Sul nostro sito www.oleiitalia.org abbiamo dedicato a questo tema ampio spazio.

Infine, un altro impatto è costituito dal gap culturale fra il mondo civile italiano e quello israeliano; estetizzante, sociale e ancora formale il primo, quanto pratico, individualista e aggressivo il secondo. L’israeliano parte dal presupposto che tutti quelli intorno a lui sono suoi concorrenti e, perciò, “sgomita”; se vede una persona gentile, pensa che sia un po’ tonta (ma con il tempo conoscendola la rispetterà e collaborerà). Su questo aspetto in particolare molti olim si caricano di rancore, ma occorre anche capire che il Paese vive sotto minaccia da prima della sua creazione e di conseguenza le persone comuni qui sono molto ansiose e reattive.
Insomma, su questo insieme di argomenti la Sochnut non dà l’impressione di spendersi abbastanza per far capire in modo realistico all’olé che cosa oggi troverà in Israele e come fare per integrarsi; forse c’è il timore che raccontare le cose come stanno possa intimidire e persino scoraggiare l’aliyà. Ma in realtà, per la Sochnut, ogni olé in crisi o che torna indietro è il vero insuccesso.
L’Irgun Olei Italia, che è una Onlus di diritto israeliano, ne è consapevole e i suoi volontari sono pronti a dare gratis consigli e assistenza ai nuovi arrivati per facilitare il loro processo di integrazione e socializzazione. Quest’anno l’Irgun Olei Italia ha aperto il sito www.oleiitalia.org nel quale l’olé trova una serie di spiegazioni e istruzioni preliminari, senza falsi pudori e speriamo utili, per iniziare a orientarsi e assorbire meglio questi impatti. I volontari dell’Irgun si mettono a disposizione anche per accompagnare l’olé, se non ha altri a cui rivolgersi, per svolgere le prime pratiche (registrarsi all’Assicurazione medica, aprire un conto in banca, identificare un medico che parli italiano…). Israele realisticamente è quello che tutti noi conosciamo, un Paese accerchiato ma reattivo e produttivo, ed è anche un Paese molto giovane, imperfetto, che deve ancora definire molte cose, risolvere diverse contraddizioni. Ma è anche il vero miracolo del secolo scorso: un focolare unico per quello che resta delle dodici tribù d’Israele. La diversità di mentalità, di osservanza religiosa, di lingua e provenienza, mettono alla prova noi italiani, abituati a una cultura fino a oggi piuttosto omogenea, etnocentrica quindi autoreferenziale. Ma non sarà certo per queste difficoltà e questi impatti che l’olè maturo e consapevole tornerà sui suoi passi!

Che cosa possono fare le comunità ebraiche italiane per aiutare a prepararsi adeguatamente a questa scelta di vita?
Le Comunità tramite l’UCEI possono fare molto. Dato che la Sochnut non può rifiutare l’aliyà a un ebreo che ne faccia richiesta (sarebbe una violazione della Carta Costituzionale dello Stato d’Israele di carattere penale), spetta all’UCEI, tramite la sua apposita Commissione Aliyà, di proporsi come tutor o consulente per avviare l’aspirante olé e la sua famiglia a un’aliyà consapevole e responsabile. Non farlo – cosa successa finora fra tante curiose giustificazioni – significa che le Comunità si potranno trovare presto a prendere in carico numerose famiglie “di ritorno”, con i membri adulti della famiglia disoccupati, in una società italiana in grande difficoltà occupazionale e politicamente incerta.

 

Imparare l’ebraico è fondamentale

Quale potrebbe essere dunque un percorso “ideale” di preparazione, che ciascun singolo o famiglia dovrebbe intraprendere prima di partire?
È importante ripetere la raccomandazione di partire soltanto dopo aver imparato le basi dell’ebraico e un mestiere spendibile. Queste due cose devono poi essere inquadrate nella volontà di integrarsi con gli israeliani, al di fuori dai ghetti delle “Little Italy” locali nelle grandi città.
È necessario spiegare bene almeno queste due cose all’aspirante olé. Innanzitutto apprendere l’ebraico almeno al cosiddetto livello di “sopravvivenza” (per chiedere informazioni, fare acquisti, basi di lettura e scrittura, un po’ di linguaggio professionale) per predisporsi al lavoro e alla vita sociale in Israele. Questo faciliterà l’integrazione.

In secondo luogo, verificare con la Sochnut e anche tramite l’Irgun, quali attività e mestieri sono richiesti in un dato momento nell’area della futura residenza. E se è il caso, andare a frequentare corsi, regionali o privati, di abilitazione alle attività richieste e acquisire abilità da “tradurre” nella realtà lavorativa israeliana. E questo significa che l’olé, in Israele, potrebbe non fare lo stesso lavoro che svolgeva in Italia, privilegio riservato ad alcune posizioni di alto livello, ma sfruttare altre competenze acquisite e non utilizzate, o apprese con una formazione mirata. Per facilitare questo approccio, è mia opinione personale che occorrerebbe anche ricreare un’Achsharà urbana (laboratori residenziali di preparazione all’aliyà), sul modello delle achsharoth degli anni ’30, quando venivano organizzate quelle agricole. Oppure promuovere i classici campeggi per le vacanze, costituendo piccoli nuclei di preparazione di olim hadashim che andranno ad abitare nei centri urbani d’Israele.
Non so se questa proposta sia utopistica o superata, ma di certo eviterebbe che si consumassero drammi umani e famigliari, originati dalla faciloneria con cui si sono lasciati partire “olim monolingua” (italiana) e con l’esigenza di un’occupazione immediata. Per questi olim è stato molto difficile affrontare i vari impatti sia dell’integrazione sia dell’offerta di un Ulpan diurno e quotidiano, della durata di sei mesi, dopo un’intera giornata di lavoro. Per non parlare del probabile svantaggio anche sul piano lavorativo, perché gli ultimi olim sono per lo più in possesso di abilità commerciali, basate appunto sul linguaggio e sulle relazioni. A causa delle barriere linguistiche e sociali, è inevitabile che essi abbiano ripiegato su lavori semplici, o rischiosi, e di certo remunerati in modo insufficiente per il fabbisogno di una famiglia media.

L’Irgun Olei Italia, tuttavia, è riuscita a ottenere che a Nethania la Sochnut locale, anche grazie alla disponibilità del suo direttore generale, si attivasse per aprire un Ulpan sperimentale (una sera alla settimana e con due livelli base) al quale si sono subito iscritti 48 olim di età fra 30 e 50 anni. Quando il loro livello linguistico e le loro motivazioni lo consentiranno, sarà anche possibile dare loro una formazione lavorativa adeguata (in parte in italiano) per svolgere e autogestire un lavoro autonomo finanziato con Fondi pubblici. Si tratta di un modello di integrazione sociale che l’Irgun vorrebbe applicare anche negli altri centri popolati dagli olim italiani, utilizzando risorse fornite in parte da donazioni e in parte anche di finanziamenti a fondo perduto del Ministero dell’Aliyà e Integrazione.

Che cosa accade invece agli olim che si stanno integrando bene?
Ovviamente in Israele non ci sono solo situazioni problematiche: infatti sono molti gli olim che hanno superato le difficoltà iniziali con successo. Oltre ai giovani e agli studenti universitari, che possono contare sul movimento giovanile israelo-italiano “Giovane Kehillà” per l’orientamento, a Gerusalemme la Hevrà Yehudei Italia offre di frequente eventi culturali di ottimo livello, talvolta anche in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia e il Centro Italiano di Cultura, e si assiste a una buona partecipazione. L’Irgun Olei Italia quest’anno intende proporre agli olim di tutto il Paese una serie di attività sociali; il 2018 è dedicato alla conoscenza del Paese e del territorio. Il primo evento, a metà marzo, sarà un tour guidato alla scoperta della Tel Aviv “non turistica”. Sarà anche un’occasione per gli olim di Tel Aviv di ri-conoscersi e di allacciare nuove relazioni.
In seguito organizzeremo una visita guidata a Gerusalemme, alla Knesseth, Yad Vashem e Museo U. Nahon. Inoltre saranno proposti incontri d’informazione, in italiano e in varie città, su alcuni aspetti della vita pratica; il primo sarà sul tema degli strumenti di risparmio e pensionistici integrativi in Israele, con tipologie particolari che è utile conoscere. Parleremo in un’altra occasione anche del sistema sanitario. Il nuovo Consiglio dell’Irgun si muove a piccoli passi e volando basso se necessario, in base alle esigenze espresse dai suoi associati e alle emergenze del momento. Riteniamo questo l’unico approccio fattibile, considerando le poche risorse di cui disponiamo; vorremmo fare di più e gratuitamente, ma non riceviamo uno shekel dallo Stato e tanto meno dalla Sochnut. Come organizzazione di utilità sociale, apolitica e apartitica, dunque, non dispensiamo denaro, ma, grazie ai nostri volontari, attività sociali e formative che possano facilitare l’integrazione degli olim hadashim nei loro primi passi nella società israeliana.

 

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