Viva Israele

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Si aprono le celebrazioni per i 60 anni.

Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunitasi a Flushing Meadows, presso New York, approvò con 33 voti favorevoli, 13 contrari e 10 astenuti la risoluzione 181 con la quale si sanciva la spartizione della Palestina in due Stati: uno ebraico (Israele) e uno arabo con Gerusalemme sotto controllo internazionale. Esattamente 60 anni dopo, il Keren Hayesod e l’Aes onlus hanno organizzato il 29 novembre a Milano, all’Auditorium Leone XIII, un evento che ha visto la partecipazione di più di mille persone. Un evento di spessore culturale e politico sia per il filmato che è stato proiettato all’inizio di serata (un film originale in bianco e nero del 1947 – a tratti tremolante – con la votazione alle Nazioni Unite delle singole nazioni) sia per la presenza di rappresentanti politici: Manfredi Palmeri, presidente del Consiglio comunale di Milano, che ha ricordato il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv che quest’anno compie 10 anni; il rappresentante dell’associazione “Israele 60” a nome del presidente Giancarlo Elia Valori, impossibilitato a intervenire; Walker Meghnagi, presidente KH, che ha fatto gli onori di casa dando anche la notizia dell’impossibilità per l’ambasciatore Gideon Meir di intervenire per l’improvvisa scomparsa del padre.
L’attesa del pubblico era però costituita dagli oratori che si prospettavano di tutto rispetto: Magdi Allam, vice direttore del Corriere della sera, Fiamma Nirenstein, del Giornale, e Piero Ostellino, del Corriere della sera, nella veste di moderatore. E infatti l’attesa non è andata delusa.

Piero Ostellino ha introdotto il dibattito ribadendo l’importanza del riconoscimento generale all’esistenza completa e definitiva dello Stato d’Israele in modo che, come ebbe a dire Ben Gurion, la caccia all’ebreo debba considerarsi definitivamente finita. Solo una speranza, però. Magdi Allam ha infatti subito rilevato che tutto questo non solo non è avvenuto ma probabilmente non avverrà mai. L’analisi del giornalista è stata infatti netta: i paesi arabi non riconosceranno mai Israele perché non fa parte della loro cultura di musulmani; potranno forse accettare una “tregua” (hudna), che sarà però solo uno “stratagemma” che durerà più o meno a lungo, a secondo del tempo necessario per organizzarsi ad attaccare e distruggere definitivamente il nemico (Israele). E a suffragare questa sua tesi ha portato esempi lontani (dell’epoca di Maometto) e recenti.
Da egiziano nato al Cairo, Allam ha sentito di poter affermare che il pregiudizio popolare antiebraico nei paesi arabi, anche in quelli come Egitto e Giordania che mantengono normali relazioni diplomatiche con Israele, non solo non è cessato ma è aumentato. Prova questa, se ce ne fosse bisogno, che occorre combattere contro la “teologia dell’odio” portata avanti da tutti gli estremismi. Difendendo Israele, ha concluso, si difenderà la sacralità della vita di tutti, ebrei, cristiani, musulmani. Per cui “Viva Israele” (anche titolo del suo libro).

A lui ha fatto eco Fiamma Nirenstein, con la passione e la foga che la contraddistinguono (un po’ velata questa volta nella voce dal viaggio in aereo di ritorno dalla conferenza di Annapolis). La giornalista è passata dal commento al filmato appena proiettato (“come si permettono questi Stati di arrogarsi il diritto di decidere chi deve avere una casa e chi no?”), a commenti sulla conferenza appena conclusa ad Annapolis (“un Bush perfettamente padrone del campo”, ma anche quella richiesta incombente del “diritto al ritorno” dei profughi che non lascia speranze di pace future).

Si è poi ancora parlato di terrorismo internazionale, della sua origine e ideologia, della nuova strategia che anima i gruppi terroristi, ma anche della responsabilità morale dell’Occidente (compresa l’Italia) rispetto a quanto sta avvenendo, con l’accettazione e l’appoggio a regimi e personaggi pronti a scatenare guerre di religione, odio e distruzione.
E così, in nome di questo “anti illuminismo” c’è chi, come Magdi Allam, è costretto a vivere blindato, con la scorta, per difendersi dai suoi stessi fratelli.

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