“La catena del bene”: una famiglia ucraina accolta dalla Comunità ebraica di Milano

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di Anna Lesnevskaya

Il padre e lo zio del milanese Giorgio Mann sopravvissero alla Shoah rifugiandosi da una famiglia francese. Ottant’anni dopo è stata la volta di Giorgio, insieme alla moglie Antonella, di rispondere all’appello della Comunità ebraica di Milano e del vicepresidente dell’Ucei, Milo Hasbani, per offrire un rifugio a una famiglia ucraina la cui vita è stata travolta dalla guerra lanciata dalla Russia: Dmitrij, imprenditore 46enne di Kiev, la moglie Evgenija, con sua mamma Olga, i figli Jakov, 6 anni e Serafima, 12 anni. “Giorgio ha portato avanti la catena del bene”, dice a Mosaico Evgenija, che insieme ai suoi cari è rimasta colpita dalla solidarietà della Comunità milanese e dalla accoglienza trovata a casa della famiglia Mann.

Prima della guerra la famiglia di Dmitrij ha vissuto a Kiev una vita piena e intensa, dedicata al lavoro e all’istruzione dei figli. Laureato in ingegneria, Dmitrij ha costruito nel corso degli ultimi tredici anni un business di successo nell’ambito dell’edilizia stradale, importando e producendo additivi per il calcestruzzo, esportati anche in Italia. Così è nato uno scambio con la compagnia partner italiana, Mapei S.p.A.

L’azienda di Dmitrij dava lavoro a 40 persone e negli ultimi anni il volume d’affari cresceva ad un ritmo del 40-50% all’anno. Evgenija, con lauree in economia e in psicologia, dopo un’esperienza nel marketing editoriale, stava lavorando nell’ufficio commerciale dell’azienda familiare. I bambini frequentavano una scuola privata. Jakov giocava a calcio, mentre la sorella prendeva lezioni di pittura, teatro e tennis.

L’obiettivo di Dmitrij era quello di introdurre innovazioni in Ucraina nel suo settore, così iniziò a portare al Politecnico di Milano il personale delle aziende di cui era il fornitore per dei corsi di formazione. Uno di questi viaggi, il primo dopo l’inizio di pandemia, era previsto per i primi di marzo. Dmitrij ed Evgenija dovevano partire per Milano da soli il 23 febbraio, ma spinti dall’incalzare delle notizie sull’imminente offensiva russa hanno deciso di prendere con sé anche i figli con la nonna. Il 24 febbraio, il giorno del suo compleanno, Dmitrij è stato svegliato in albergo non dai messaggi di auguri, ma dalle notizie sui bombardamenti a Kiev.
“Ci hanno chiamato da tutto il mondo per chiedere come stiamo”, racconta Evgenija, “ma non dalla Russia, dove abbiamo dei parenti. Quando alla fine si sono mesi in contatto, non hanno creduto ai nostri racconti e ci hanno rassicurati che dovevamo solo aspettare di essere ‘liberati’, sembrava di parlare con degli zombie. Abbiamo interrotto i rapporti perché era troppo doloroso”.

A Milano la famiglia ha vissuto per un mese in albergo, aiutata dai partner italiani. Si trovavano in uno stato di shock. “La nostra vita con tutti i nostri progetti è stata interrotta troppo bruscamente. Tutto il giorno non facevamo altro che scorrere le notizie. Non vedevo niente intorno a me, non facevo caso alla bellezza della città”, ricorda Evgenija. “Volevamo affittare un appartamento, ma non sapevamo come fare, ci chiedevano di firmare un contratto anche di quattro anni. E poi non conoscevamo la città, non capivamo come organizzarci per la scuola dei figli”.

L’aiuto è arrivato tramite una lontana parente che fa parte di un’organizzazione ebraica a New York, la quale si era messa in contatto con il mondo ebraico di Milano. Così Dmitrij è stato raggiunto da una telefonata di Milo Hasbani che qualche giorno dopo ha organizzato un incontro tra la famiglia ucraina e Giorgio con la moglie Antonella e i loro figli Cosimo e Anna. “Ero molto preoccupata, per noi era un’esperienza nuova”, ricorda Evgenija. Antonella ha subito rotto il ghiaccio dicendo che volevano che gli ospiti si sentissero a casa, come in famiglia. “Mi è venuto da piangere”, dice Evgenija ripensando a quel momento. “È stato il primo barlume di speranza, ho ripreso a respirare dopo un mese vissuto in uno stato catatonico”.

La famiglia Mann ha messo a disposizione degli ospiti ucraini dei locali indipendenti presso la propria casa, dotandoli di tutto l’occorrente. La cura con cui lo spazio è stato preparato per i nuovi inquilini ha toccato profondamente Dmitrij e la sua famiglia. Prima di accogliere gli ospiti da Kiev, Giorgio li aveva avvisati che era malato e che faceva le cure. “Eravamo colpiti che in un momento così difficile per la loro famiglia si fossero decisi ad aiutarci”, dice Evgenija. A giugno Giorgio è scomparso e Dmitrij e i suoi famigliari lo ricordano con tanto affetto e gratitudine. “Non smetteva mai di chiederci se abbiamo bisogno di qualcosa, era una persona nobile, un uomo fuori dal comune”.

Ora il futuro per la famiglia di Dmitrij è incerto. I bambini hanno cominciato a frequentare una scuola a Milano, mentre Dmitrij, che parla perfettamente l’italiano, collabora con Mapei come consulente tecnico, ma dice che non sarebbe mai possibile per lui ricostruire il suo business da zero in Italia. La sua azienda in Ucraina è congelata, alcuni dipendenti sono stati chiamati al fronte, i materiali che dovevano arrivare rimangano stoccati all’estero, il settore al momento è fermo. La famiglia sperava inizialmente di tornare in patria alla fine dell’estate, ma hanno cambiato idea dopo che un razzo russo ha colpito il 26 giugno un appartamento nel complesso residenziale a Kiev dove abitavano prima della guerra. “Se ora mi dicesserò che l’Ucraina non vincerà e non ci torneremo mai, impazzerei”, dice Evgenija. “Spero che l’Ucraina vinca e che sia solo una questione di tempo”.

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