Al confine fra Polonia e Ucraina, per far sorridere i bambini

di Ilaria Myr

L’Hashomer Hatzair ha creato nel campo profughi di Przemysl un “asilo” in cui fare giocare e distrarre
i ragazzini in fuga dalla guerra. Il racconto del milanese Riccardo Correggia

Migliaia di persone che ogni giorno arrivano nel centro di raccolta profughi al confine con l’Ucraina; gli sguardi persi degli anziani costretti a lasciare le proprie case; la disperazione delle madri che sole devono scegliere il futuro delle proprie famiglie. E poi loro, i bambini, vogliosi di tornare, anche solo per qualche ora, a giocare spensierati, per quel poco che è possibile, senza pensare alla guerra. Queste e molte altre sono le immagini che sono rimaste impresse – e lo rimarranno per molto tempo – negli occhi di Riccardo Correggia, shaliach dell’Hashomer Hatzair di Milano con il fratello Ruben, che fra il 15 e il 22 marzo è stato, con la collega Shiri del ken di Roma, al campo profughi a Przemysl, in Polonia, a lavorare nel centro di assistenza per minori organizzato dall’Hashomer Hatzair, insieme a un altro movimento giovanile, HaNoar Hatzioni, e a Natan, Ong israeliana che presta soccorso nei disastri umanitari. In questa grande stanza, ricavata all’interno di uno degli enormi spazi del centro commerciale adibito a campo profughi, i volontari cercano di dare un minimo di sollievo ai bambini e ragazzi che sostano lì anche per poche ore, e alle loro madri, che possono prendere le decisioni determinanti per l’immediato futuro. In questo centro, in cui operano centinaia di organizzazioni umanitarie, fra cui molte israeliane, sono stati ricavati una cucina, un ambulatorio medico e molte stanze con brandine, divise per destinazione di partenza.

Quando è scoppiata la guerra, Riccardo e Ruben si trovano con i bogrim italiani in Polonia per il viaggio della memoria: lì sentono le bombe e vedono le infinite code di macchine ucraine. Da qui la decisione di Riccardo di andare al confine ucraino-polacco, nel centro organizzato dal movimento per i minori, portando i beni donati nel ken di Milano da tante persone della comunità ebraica.

«Scendendo dal furgone dopo 20 ore di macchina mi si è presentato un panorama piuttosto surreale. C’erano rifugiate donne e rifugiati anziani ucraini che andavano e venivano con gli unici beni rimasti e scelti (chi una semplice valigia, chi uno strumento, chi giocattoli) – racconta Riccardo a Bet Magazine -. Ci sono volontari e volontarie da tutte le parti del mondo alla cucina che lavorano 24/24 ore per queste persone. Bagni chimici all’aperto, in un freddo devastante seppure soleggiato. Poi si entra nel centro: qui, c’è il nostro piccolo angolo di incasinato paradiso, dove i bambini e le bambine entrano, ballano, colorano, giocano e si dimenticano che hanno perso tutto e che al contrario di me non potranno più dire “ora torno a casa”».
Qui i volontari intrattengono i bambini, superando le barriere linguistiche e la normale diffidenza iniziale. «Io parlavo mezzo italiano e mezzo ebraico, due lingue abbastanza intuitive. E poi usavamo Google Traduttore – racconta Riccardo -. Ma spesso bastava lanciare una palla per vedere un sorriso, anche se erano traumatizzati da quello che avevano vissuto. Capitava che andassero via anche dopo poche ore, ma che mi abbracciassero, grati. Era il loro modo per ringraziarmi di avergli regalato qualche ora di distrazione».

Le giornate in questa oasi nella guerra sono molto organizzate: giochi, disegni e altre attività ludiche durante il giorno, e alla sera cinema in russo per i bambini. Poi, chi si ferma per la notte, va a dormire sulle brande che riempiono le stanze ricavate negli spazi dei negozi del centro commerciale. «Ma capita che quando arrivano migliaia di persone in un giorno, si mettano anche le brandine nei corridoi – continua Riccardo -. Non dimenticherò mai il volto di un’anziana accovacciata su una brandina: la disperazione nel suo volto, l’incapacità di reagire».
Fin dall’inizio della guerra, l’Hashomer Hatzair, che in Ucraina è attiva a Kharkiv, a Kiev e Odessa, si è attivata subito per portare in salvo i propri chaverim e le loro famiglie, creando anche un canale di informazione continuo su Whatsapp fra i membri del movimento nel mondo. «Così abbiamo saputo che una nostra chaverà si è appena sposata a Lviv! commenta – .
Tornarci? Sì, probabilmente nel prossimo futuro. Finché ci sarà bisogno di aiuto, l’Hashomer Hatzair, ci sarà. E noi con lei».