Le nostre luci

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in queste settimane dell’inverno dove i raggi del sole si fa fanno più brevi e più rari, la luce che accendiamo ha raggiunto il suo culmine. Le otto fiammelle di Hanukkah, la festa ebraica delle luci, riassumono così il significato di un’azione volontaria per combattere l’oscurità, il buio che la stagione ci impone, ma anche l’oscuramento della ragione. Queste fiamme non si esauriscono all’ottava sera della festa, ma sono destinate a rischiarare la nostra strada anche nelle settimane future e a restare accese a lungo nei nostri animi. Si tratta di una piccola luce, rispetto allo sfavillare delle vetrine, in confronto ai rumorosi festeggiamenti di stagione tanto condizionati dalla società dei consumi. Ma si tratta contemporaneamente anche di una luce insostituibile: quella che noi accendiamo con le nostre mani, con il nostro sforzo, con il nostro gesto.

La guerra delle vignette

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di cui si è lungamente dibattuto negli scorsi giorni, nasconde rischi e pericoli che possono essere facilmente identificati. Le masse islamiche, che di norma a Damasco e a Beirut non hanno l’occasione di leggere i quotidiani locali danesi, si lasciano però facilmente manovrare da leader senza scrupoli, pronti ad appigliarsi a qualunque pretesto pur di distogliere l’attenzione sulle malefatte dei loro regimi spietati e reazionari. Condannare e opporsi con forza alle manifestazioni

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