n° 9 - Settembre 2012

A qualcuno piace ridere

2012
Cari lettori, care lettrici,

in questo numero, in occasione di Rosh Ha Shanà, troverete allegato un bel libretto a firma di Rav Jonathan Sacks, Rabbino capo d’Inghilterra, Lettere alla prossima generazione 2- Riflessioni sulla vita ebraica; e inoltre, nel Bollettino, c’è un lungo articolo, sempre di Rav Sacks, su che cosa significhi per il pensiero ebraico essere un leader e su che cosa si intenda per esercizio del potere e della leadership. Due magnifici scritti, un prodigio di chiarezza e di capacità comunicativa che, in buona sostanza, puntano lo sguardo sul principio di responsabilità individuale che, secondo molti, è uno dei grandi regali dell’ebraismo alla coscienza umana e al pensiero filosofico: quel principio che si può riassumere con il celebre “accendi una candela invece di maledire il buio”, ovvero con l’invito a prendere su di sé il proprio destino, con il coraggio di operare delle scelte e con il fare come unica e inevitabile opzione del vivere.

Leggendo le parole di Rav Sacks, riflettevo sui meccanismi dell’identità, sulle trappole del pensiero universalistico e sul marmellatone omologante e globalizzato dentro cui viviamo immersi fino al collo. Casualmente sono inciampata in un bell’articolo di David Brooks, editorialista del The New York Times (riportato su la Repubblica). Il celebre columnist scriveva intorno alla formula del successo, in particolare di Harry Potter, di Bruce Springsteen e della magnifica serie tv Downton Abbey. “Il loro successo è qualcosa che ti fa comprendere lo straordinario potere del particolare. Se la tua identità ha confini ben definiti, se vieni da un posto specifico, se incarni una tradizione ben precisa, se i tuoi interessi si esprimono in un paracosmo specifico, avrai più profondità e definizione che se sei uno cresciuto nelle vaste reti del pluralismo e dell’eclettismo, che naviga da un punto a un punto successivo, sperimentando uno stile e poi un altro, con un’identità dai confini labili o del tutto inesistenti”, scrive David Brooks. E conclude: “Non cercate di essere cittadini di un’artificiale comunità globalizzata. Scendete più in profondità nella vostra tradizione. Ricorrete di più alla geografia del vostro passato. Siate diversi e credibili. La gente accorrerà”, e con lei, il successo. Ecco. Non è Rav Sacks a parlare, ma un giornalista (ebreo) del New York Times. E incredibilmente, dicono la stessa cosa. Un invito a scendere in verticale nelle proprie scaturigini e a farne la propria forza nonché la misura della propria riuscita.

Shanà Tovà umetukkà a tutti!

Fiona Diwan

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