La miccia del Golan

di Aldo Baquis

A marzo, dopo le nevicate e le piogge di un inverno straordinariamente generoso d’acqua, le alture del Golan sono al loro meglio. Il lungo altopiano verdeggia ed è punteggiato di fioriture sgargianti, dal giallo al viola. In cielo volteggiano i falchi e le aquile, la cui popolazione è molto cresciuta negli ultimi anni grazie agli sforzi della Società per la protezione della natura.

A Katzrin, il capoluogo ebraico del Golan, escursionisti fanno la coda nel moderno centro commerciale che magnifica una gamma di vini locali che vanno per la maggiore nel mondo. In lontananza, si intravvede la innevata altura del monte Hermon, mentre il vicino valico di Quneitra apre ora i cancelli per far transitare le prime consegne di mele dai drusi del Golan verso i loro connazionali in Siria: le prime sono destinate agli ospedali siriani, mentre le altre si avventureranno lungo tutte le piste della Regione, fino a raggiungere i mercati ortofrutticoli di Teheran.

Nel Sud delle alture, fervono attività di ben altro genere. Una compagnia di trivellazioni ha appena ottenuto la licenza per cercare petrolio nelle viscere della terra, mentre a breve distanza – lungo le linee di demarcazione -, si sta erigendo a tempi serrati una nuova barriera rafforzata. Sarà lunga 85 chilometri e ricorderà da vicino quella appena completata lungo i 230 chilometri di confine con l’Egitto, nel Sinai.

Le alture del Golan sono state occupate da Israele nel 1967. In seguito alla guerra del Kippur (1973) Henry Kissinger compì una spola durante la quale mise a punto sul Golan (come nel Sinai) una separazione delle forze. Si tratta di uno dei maggiori successi della diplomazia americana in questa Regione: per 40 anni sul Golan non si sono registrati incidenti, né frizioni, né infiltrazioni di terroristi, né attentati. Probabilmente, la zona più distensiva di Israele: con i suoi campi da sci, con le fattorie, con i maneggi dei cavalli, con i ciliegi, con l’aria pungente anche al culmine dell’estate, quando a Tel Aviv gli abiti ti si appiccicano addosso alla pelle.

Questo quadro idilliaco rischia però di appartenere al passato. Dopo aver travalicato i confini con la Turchia, con l’Iraq, con il Libano e con la Giordania, la guerra civile siriana rischia adesso di scollinare anche qui e sconvolgere la vita sul Golan.

In due anni di guerra, Israele è stato ben attento a non schierarsi né dalla parte di Bashar Assad (che peraltro è legato da un’alleanza militare con due dei suoi maggiori nemici: l’Iran e gli Hezbollah), né con gli insorti, fra cui si moltiplicano, di mese in mese, le formazioni radicali islamiche vicine ad al-Qaida. A fine gennaio, l’aviazione di Israele ha fatto un’eccezione bombardando, nei pressi di Damasco, un obiettivo la cui natura esatta ancora non è certa: alcuni dicono si trattasse di una batteria di missili sofisticati russi destinati agli Hezbollah, altri sostengono invece che forse si voleva eliminare un alto comandante iraniano.

Il deterioramento della situazione è stato comunque avvertito dagli abitanti del villaggi israeliani che si trovano lungo la linea di demarcazione. Succede, talvolta, che nei loro campi esplodano colpi di mortaio o proiettili di cannone. Secondo l’esercito si tratta di colpi vaganti, sparati nelle immediate vicinanze dall’esercito di Bashar Assad e dai guerriglieri che gli si oppongono.

Nei villaggi in basso

A marzo l’intensità di questi incidenti è andata aumentando. Proprio la Zona smilitarizzata concepita 40 anni fa da Kissinger è divenuta adesso un elemento destabilizzante. Al suo interno vi sono una catena di villaggi drusi e circassi dove l’esercito siriano non può entrare e dove i ribelli islamici hanno avuto buon gioco a penetrare. Gli osservatori delle Nazioni Unite (Undof), essendo disarmati, non hanno potuto né fermarli, né espellerli. Adesso, al contrario, sono semmai i ribelli che cercano di espellere gli osservatori: per lo più austriaci, scandinavi, giapponesi, filippini. A marzo, 20 osservatori filippini sono stati rapiti per alcuni giorni da ribelli islamici, presentatisi col nome di “Martiri delle Brigate al-Yarmuk”.

Da lontano, con i suoi obici, l’esercito di Assad colpisce i ribelli e, talvolta, il territorio sotto controllo israeliano. Di notte i giovani del villaggio druso di Buqata (Golan) si recano su una collina ed assistono dall’alto ai combattimenti in corso nella zona sottostante. Sembrerebbe un gioco: ma poi, grazie a Skype, gli abitanti di Buqata parlano con i loro congiunti che vivono “nei villaggi in basso’’ e fanno la conta delle vittime.

A breve distanza, nel villaggio israeliano di Alloney Habashan, un colpo di mortaio siriano è caduto a poche centinaia di metri dal collegio rabbinico. La popolazione – per lo più ebrei religiosi, originari di una decina di Paesi -, si dice tranquilla. «L’esercito ci protegge», fanno notare indicando una vicina base militare, in cima a un cucuzzolo, da dove si domina mezza Siria.

Senza contare inoltre, al di là dei movimenti di truppe, il recente spostamento di due batterie antimissili Iron Dome (sono cinque in tutto), verso i confini nord.

C’è Al Qaida sul confine

Ma ormai è chiaro che al di là dei recinti, la presenza dell’Undof è sempre più evanescente e così pure quella dell’esercito siriano.

Lungo i reticolati ci sono adesso bruschi miliziani, con Kalashnikov, dal grilletto facile, che si esprimono come detta al-Qaida, anche se si presentano con etichette “locali” (Brigate al-Furan, Le Aquile del Golan, eccetera). Si tratta di alcune centinaia di irregolari, oggi impegnati in una lotta serrata contro Assad: ma in futuro, annunciano loro stessi, proseguiranno la loro battaglia “contro i sionisti’’ al di là della Barriera.

Dice il generale riservista Giora Eiland, ex Consigliere per la sicurezza nazionale, che questi gruppi filo al-Qaidisti possono rappresentare in un futuro non lontano una minaccia tattica per gli abitanti del Golan. Eppure, aggiunge, il futuro non è necessariamente nero per Israele: perché in questi due anni l’esercito siriano si è dissanguato; non si è esercitato; non si è riammodernato; è stato indebolito da defezioni. Se ci sarà un dopo-Assad, chiunque venga al potere a Damasco avrà quindi a disposizione una macchina da guerra molto meno minacciosa e completa di quella di due anni fa. E dunque, sul piano strategico, Israele si trova adesso in condizioni migliori.

Mentre le vedette di Tsahal seguono con i loro binocoli le attività dei Martiri dello Yarmuk e delle Aquile del Golan, sulla stampa c’è anche chi rileva che è una vera fortuna che i molteplici premier di Israele (fra questi, Yitzhak Rabin e Benyamin Netanyahu), non abbiano ordinato un ritiro dal Golan, anche se la cosa era stata loro sottoposta svariate volte. Certo, in un contesto di pace, chissà, forse il regime di Assad non sarebbe, forse, andato in frantumi. O magari, il crollo del regime sarebbe avvenuto lo stesso e i ribelli sarebbero adesso a due passi dalle acque del lago di Tiberiade. Ma la politica, com’è noto, non si fa con i se né con i ma.