Con la nuova amministrazione americana, si rischia di tornare indietro rispetto ai progressi di pace regionale

di Paolo Salom

[Voci dal lontano Occidente] Dunque ci risiamo. Una nuova amministrazione a Washington, una vecchia politica nei confronti della questione israelo-palestinese e dell’Iran. Vero: la “nuova” amministrazione sa molto di già visto e sentito: non per nulla Joe Biden ha trascorso otto anni alla Casa Bianca come vice di Barack Obama. E qui sorgono tutti i nostri dubbi. Da una parte la crisi politica dello Stato ebraico non ci aiuta a capire come questi spinosi problemi verranno affrontati nel prossimo futuro. Dall’altra, i timori per il ritorno a metodi e idee degli alleati d’Oltreoceano, già sperimentati come fallimentari, si fanno sempre più concreti. Per capirci: quante volte Israele ha offerto tutto quello che era lecito aspettarsi (e anche di più) ai palestinesi in cambio della fine del conflitto? Ne abbiamo perso il conto. Ma non ha grande importanza, perché le risposte in ogni singola occasione sono state tutte uguali: no, con un immediato ricorso a violenza e terrorismo. E l’Iran? Nonostante il trattato sul nucleare siglato a Vienna, gli ayatollah hanno continuato imperterriti la loro corsa alla Bomba, nel frattempo facendo uso delle risorse finanziarie liberate dall’allentamento delle sanzioni per armarsi e aggredire i vicini (e talvolta i lontani) avversari.

Nei quattro anni della presenza di Trump alla Casa Bianca – discutibile senz’altro per modi, atteggiamenti e “impolitica” – abbiamo per la prima volta da decenni a questa parte assistito a un salutare ritorno alla realtà: niente aiuti ai palestinesi se questi aiuti sono utilizzati per pagare le famiglie degli assassini; via dall’accordo con l’Iran visto che non è rispettato dalla controparte. Ora siamo punto e a capo. Biden ha iniziato i colloqui per rientrare nel patto internazionale mentre ai palestinesi è stato annunciato un fiume di denaro in arrivo. Se le cose andranno davvero così, e purtroppo tutto sembra confermarlo, la pace in Medio Oriente non farà passi in avanti ma tornerà al punto di partenza.

C’è da chiedersi perché questa ostinata visione dei rapporti e dei ruoli. L’America spesso agisce da “fratello maggiore” dei Paesi amici e alleati. Ma, forse senza rendersene conto, talvolta il ruolo assume più i contorni paternalistici di un genitore che non tollera altra visione se non la propria e tende a imporla. In particolare, chi si identifica con il partito democratico ha assunto una predisposizione ideologica secondo la quale la ragione sta sempre da una parte e il torto dall’altra. Nel primo caso, i palestinesi sono le “vittime” e gli israeliani i prepotenti che li sfruttano. A proposito dell’Iran, invece, il regime sciita viene interpretato come un “giusto bilanciamento” della forza percepita come “sproporzionata” dello Stato ebraico (antica dottrina Obama).
Potenza delle idee (preconcette) del lontano Occidente! Sembra, ai nostri occhi, tutto molto lontano dalla realtà delle cose e delle relazioni tra Stati in una regione dove, piaccia o meno, Israele è l’unica, vera, solida democrazia nella quale i cittadini – tutti, senza distinzione di sesso, razza o religione – possono esprimersi senza il timore di finire in carcere. Un Paese dove i primi ministri che violino la legge finiscono sotto processo, e in carcere se giudicati colpevoli. Un Paese che dovrebbe essere sostenuto contro ogni minaccia. Ma che invece è costretto a combattere per la propria legittima esistenza ogni giorno che passa: inutile illudersi, la nostra lotta continua.

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