Whispered in Gaza: testimonianze palestinesi sulla repressione di Hamas

di Giovanni Panzeri
“…Ogni volta che c’è una guerra si appropriano di soldi e aiuti, mentre noi soffriamo. Si nascondono nei loro bunker mentre noi ne sopportiamo direttamente il peso. Poi ci dicono che è una vittoria, ma dov’è la vittoria se la maggior parte degli edifici di Gaza è distrutta? Se la maggior parte, o anche una buona parte, dei gazawi non ha più un lavoro o una casa?..”

Questo e molto altro si chiedono le voci che emergono dalla prima parte di “Whispered in Gaza”, una serie di video-testimonianze realizzate dal Center for Peace Communications di New York e pubblicate dal The Times of Israel a partire da Lunedì 16 Gennaio, mentre da oggi 23 gennaio è online la seconda parte.

La serie consiste in 25 testimonianze di cittadini gazawi che, protetti dalla distorsione vocale e dal fatto che è una serie animata, denunciano diversi aspetti dell’amministrazione di Hamas: dalla repressione politica a quella dei costumi, dalla semplice corruzione allo sfruttamento di guerre e aiuti umanitari per profitto personale.

Come riportato nello stesso articolo del Times of Israel i casi di corruzione e repressione dell’amministrazione di Gaza sui propri cittadini o altri palestinesi sono già stati oggetto di studio e denunce da parte di diverse organizzazioni non governative internazionali nel corso degli anni.

Tra questi figurano il report di Amnesty International su omicidi, rapimenti e torture da parte di Hamas durante il conflitto del 2014 e lo studio sulla repressione del dissenso pubblicato da Human’s Rights Watch nel 2018.

Ma le testimonianze di “Whispered in Gaza” emergono in particolare perché permettono ai palestinesi di parlare senza filtri e rischi di ripercussione, facendo intravedere agli spettatori anche solo uno scorcio di quella che dev’essere la vita quotidiana di migliaia di gazawi al di fuori delle tempeste mediatiche legate esclusivamente ai periodi di conflitto.

I video denunciano come Hamas, dopo aver preso il controllo di Gaza nel 2007, si è imposto, in più di un senso,  come una presenza sempre più stringente sulla vita dei palestinesi.

“…i muri sono coperti di foto e slogan, e storie della leadership di Hamas. Sembra di essere in una zona di guerra. È una città questa, o una caserma?” si chiede uno dei testimoni mentre ‘Mariam’, una danzatrice di dabke, che ricorda come Hamas ha minacciato la sua famiglia per costringerla a smettere di danzare e limitarsi a studiare il Corano.

‘Basma’ invece, iscritta al gruppo rivale Fatah, è stata per questo costretta a chiudere la propria farmacia.

Le testimonianze cercano anche di sottolineare come i metodi di Hamas e i danni provocati dal conflitto sembrano aver eroso la fiducia di almeno parte dei gazawi nell’organizzazione e nella sua capacità di portare avanti la causa palestinese.

Come affermato da uno dei testimoni: “Abbiamo bisogno di una soluzione più umana. La Palestina è la nostra causa, ed è una causa giusta. Ma ciò non vuol dire che bisogna continuare a mandare Palestinesi al massacro, ancora e ancora, senza nessun risultato”.