Rimon Buchshtab-Kirscht durante la liberazione parla a un miliziano di Hamas

Rimon Buchshtab-Kirscht rompe il silenzio: la prigionia a Gaza, la resistenza e il dolore per il marito morto in un tunnel

Personaggi e Storie

di Anna Balestrieri
La donna, che oggi ha 39 anni, era stata sequestrata dal kibbutz Nirim e rilasciata il 28 novembre 2023 nell’ambito di un accordo per lo scambio di ostaggi e detenuti. Yagev Buchshtab, rapito insieme a lei, non fece ritorno: la sua morte durante la prigionia venne confermata nel luglio 2024. Il racconto di Rimon è insieme una testimonianza di sopravvivenza, una denuncia delle violenze subite e il ricordo di un legame coniugale spezzato dalla guerra.

 

Per più di due anni Rimon Buchshtab-Kirscht ha custodito gran parte dei ricordi legati alla sua prigionia nella Striscia di Gaza. Ora, in una serie di lunghe interviste, l’ex ostaggio israeliano ha ricostruito il rapimento del 7 ottobre 2023, i giorni trascorsi nelle mani di Hamas, la separazione dal marito Yagev e il momento della liberazione.

La donna, che oggi ha 39 anni, era stata sequestrata dal kibbutz Nirim e rilasciata il 28 novembre 2023 nell’ambito di un accordo per lo scambio di ostaggi e detenuti. Yagev Buchshtab, rapito insieme a lei, non fece ritorno: la sua morte durante la prigionia venne confermata nel luglio 2024.

Il racconto di Rimon è insieme una testimonianza di sopravvivenza, una denuncia delle violenze subite e il ricordo di un legame coniugale spezzato dalla guerra.

Lo sguardo diventato simbolo

Le immagini della sua consegna alla Croce Rossa fecero rapidamente il giro del mondo. Nel video, Rimon appariva mentre affrontava verbalmente uno dei suoi carcerieri, mostrando un’espressione di aperta sfida.

Secondo quanto raccontato, durante il tragitto verso il punto di consegna il miliziano avrebbe continuato a provocarla parlando di Yagev e promettendole falsamente che il marito sarebbe stato liberato dopo pochi giorni. Poco prima di scendere dall’auto, i rapitori avrebbero ordinato alle donne di sorridere e salutare la folla.

Provata dalla fame, dalla stanchezza e dalle settimane di detenzione, Rimon decise invece di rivolgersi al carceriere in arabo, affinché anche le persone presenti potessero comprenderla.

Gli disse che la maschera non sarebbe bastata a cancellarne l’identità, la voce e le azioni, e che prima o poi ognuno avrebbe risposto di ciò che aveva fatto.

Un amore nato nell’infanzia

Rimon e Yagev si conoscevano fin da bambini. Erano cresciuti nella stessa zona, vicino al confine con Gaza, e la loro amicizia si era trasformata in una relazione sentimentale nel 2020. Si erano sposati l’anno successivo e vivevano a Nirim insieme ai loro animali.

Durante la prigionia, i due continuarono a parlare del futuro e del desiderio di avere un figlio. Quando Rimon smise di avere il ciclo a causa del forte dimagrimento, la coppia provò per qualche tempo a convincersi che potesse trattarsi di una gravidanza iniziata prima del rapimento.

Quel progetto di vita diventò uno dei pochi appigli emotivi durante la detenzione.

Rimon Buchshtab-Kirscht e Yagev Buchshtab (Fonte foto: Times of Israel)

L’assalto al kibbutz e il rapimento

La mattina del 7 ottobre, Rimon e Yagev furono svegliati dalle sirene. Dopo alcune ore, gli assalitori riuscirono a entrare nella loro abitazione.

Poco prima dell’irruzione, Yagev si scusò con la moglie, ma Rimon gli rispose che non aveva alcuna colpa e che l’unica cosa importante era restare insieme.

Quando i terroristi tentarono di separarli, i due si aggrapparono l’uno all’altra. I loro vestiti vennero strappati e, non riuscendo a dividerli, gli uomini li trascinarono e li colpirono.

“L’importante è restare insieme” divenne, nelle ore del rapimento, il principio a cui entrambi cercarono di aggrapparsi.

La coppia venne trasportata inizialmente su un piccolo veicolo e poi costretta a camminare nei campi, scalza e ancora in pigiama. Successivamente fu caricata su un’automobile e condotta nella Striscia.

Durante il tragitto, Rimon cercò di coprire gli occhi del marito per risparmiargli la vista delle scene di violenza lungo la strada.

La detenzione tra abitazioni e tunnel

Rimon e Yagev furono portati in una casa nella zona di Khan Younis, appartenente, secondo la sua testimonianza, a un membro di Hamas. Qui la donna ricevette alcuni medicinali per le ferite, ma subì anche la rimozione di un dente già danneggiato.

In un secondo momento, la coppia venne trasferita nei tunnel. Rimon ha raccontato che, nonostante lo spostamento, le condizioni non migliorarono: lei e il marito furono rinchiusi in una sorta di gabbia e tenuti separati da altri ostaggi.

Durante la detenzione incontrò anche Yahya Sinwar, allora leader di Hamas a Gaza. Rimon ha riferito che Sinwar le parlò in inglese, le chiese informazioni sugli ostaggi e volle sapere come venissero trattati.

La donna gli chiese di essere trasferita insieme a Yagev nei tunnel, vicino agli altri prigionieri, denunciando le violenze dei carcerieri. La richiesta venne accolta, anche se il successivo trattamento rimase durissimo.

La resistenza contro i carcerieri

Nel corso delle interviste, Rimon ha raccontato di aver reagito fisicamente in più occasioni. Durante l’irruzione nella sua casa avrebbe colpito uno degli assalitori con un coltello da cucina.

In prigionia nascose invece una forchetta e la utilizzò contro un carceriere che, secondo il suo racconto, stava per picchiare Yagev.

La sua priorità, ha spiegato, era proteggere il marito anche a costo di esporsi personalmente alle percosse e alle ritorsioni.

Rimon ha inoltre dichiarato di essersi rifiutata di leggere un testo preparato da Hamas durante la registrazione di un video di propaganda. Il rifiuto sarebbe stato seguito da un violento pestaggio, che le provocò la rottura di diversi denti.

La violenza sessuale riconosciuta solo dopo il ritorno

L’ex ostaggio ha parlato anche di una perquisizione estremamente invasiva subita durante la detenzione. Solo dopo essere tornata in Israele, confrontandosi con le domande di chi la assisteva, comprese che quanto accaduto poteva essere considerato una forma di violenza sessuale.

La consapevolezza dell’abuso maturò soltanto a posteriori, quando poté osservare l’esperienza della prigionia da una prospettiva diversa.

Il racconto mostra come, nelle condizioni estreme della detenzione, la percezione stessa delle violenze possa risultare alterata dalla paura, dalla fame e dalla necessità di sopravvivere.

La separazione da Yagev

Quando alla fine di novembre 2023 iniziarono le liberazioni, i carcerieri comunicarono a Rimon che sarebbe stata rilasciata senza il marito.

La donna implorò di poter restare e chiese che venisse scelta un’altra persona. Disse di essere disposta a sopportare ancora la fame, i parassiti, le ferite al volto e il dente rotto, pur di non essere separata da Yagev.

La decisione, però, non venne modificata.

A confortarla fu Yarden Bibas, altro ostaggio separato dalla moglie Shiri e dai figli Ariel e Kfir. Bibas le disse di sapere cosa significasse essere strappati alla persona amata in quella situazione.

La liberazione, per Rimon, coincise così con una nuova forma di prigionia: l’incertezza sulla sorte del marito rimasto a Gaza.

L’incontro con la Croce Rossa

Al momento della consegna, una rappresentante della Croce Rossa si avvicinò a Rimon sorridendo. La risposta dell’ex ostaggio fu durissima: le chiese dove fosse stata l’organizzazione nei giorni immediatamente successivi all’attacco.

Rimon ha raccontato di aver atteso un intervento già dal 7 ottobre, mentre lei e gli altri ostaggi venivano trasferiti e nascosti.

Durante l’uscita dalla Striscia, lei e un’altra prigioniera liberata, Meirav Tal, decisero di camminare a testa alta nonostante le urla della folla.

Quell’atteggiamento divenne un ultimo gesto di resistenza: mostrarsi come due donne ancora capaci di conservare dignità e controllo dopo settimane di violenza.

Il ritorno senza il marito

Nel luglio 2024 Israele annunciò ufficialmente la morte di Yagev Buchshtab durante la prigionia. Il corpo venne recuperato il mese successivo insieme a quelli di altri ostaggi e sepolto nel kibbutz Nirim il 21 agosto.

Per Rimon, il ritorno in Israele non segnò quindi la conclusione del trauma. Alla sofferenza della detenzione si aggiunsero il lutto, la perdita dei progetti condivisi e il peso di essere sopravvissuta mentre il marito non aveva potuto fare ritorno.

La sua testimonianza restituisce oggi una storia di amore e resistenza, ma anche il lungo percorso necessario per dare un nome alle violenze subite.

Raccontare, per Rimon Buchshtab-Kirscht, significa sottrarre la propria esperienza al silenzio e impedire che la storia di Yagev e degli altri ostaggi venga dimenticata.