Fernanda Wittgens “Chasidat Umot Haolam”, Giusta Tra le Nazioni

Personaggi e Storie

di Paola Fargion

14 luglio 2026. “Finalmente! Era ora!” hanno esclamato alcuni, mentre altri hanno taciuto e altri ancora se ne sono infischiati. È tempo di vacanze e si sa… una notizia come questa interessa poco.

Ci sono persone che sentono di appartenere solo alla propria famiglia; altre alla propria azienda; altre ancora al proprio clan. Fernanda Wittgens apparteneva a Brera, alla sua Milano e a tutta l’Italia. Fernanda appartiene a tutti, proprio come il riconoscimento di Chasidat Umot Haolam – Giusta Tra le Nazioni a lei attribuito appartiene al mondo intero. Ed è – per questo motivo – il più importante riconoscimento al valor civile nel mondo.

È un’onorificenza che – simbolicamente – l’intero popolo ebraico, attraverso il Memoriale della Shoah Yad Vashem, attribuisce a chi ha salvato anche un solo ebreo perseguitato durante la Shoah a rischio della propria vita.

Da parecchi anni noto che sul web (e perfino nella fiction Fernanda della RAI) si dichiara che Fernanda Wittgens è stata riconosciuta Giusta Tra le Nazioni nel 2014. E questo a causa dell’equivoco che la fondazione Gariwo non ha mai chiarito pubblicamente. Vi spiego perché.

In alcuni siti si legge che Fernanda Wittgens è stata riconosciuta Giusta Tra le Nazioni il 6 marzo 2014…” mentre in altri viene riportato solo l’anno. (Forse non tutti sanno che il 6 marzo di ogni anno si nominano i nuovi giusti di Gariwo, non i Giusti Tra le Nazioni).

In altri siti invece si legge – e questo è corretto – che è una giusta inserita nel Giardino di Gariwo del Monte Stella a Milano. Io non sono affatto contraria a commemorazioni e  celebrazioni, anzi… Trovo encomiabile il ricordare e innalzare la memoria di figure generose, ma sono fermamente contraria alla confusione e alle falsità.

E dunque, in questo assoluto – e mi auguro non voluto – disordine linguistico, mi sento obbligata a chiarire alcune cose.

Anzitutto che Yad Vashem è il Memoriale della Shoah dal valore universale, sorto sulle ceneri – e dal genocidio  – di sei milioni di ebrei sterminati nei lager nazisti, mentre Gariwo è una fondazione privata e il Giardino dei giusti del Monte Stella è sorto su ceneri e macerie delle case di Milano bombardate… E dalla successiva riqualificazione di un territorio fortemente degradato.

Da quando è stata costituita la suddetta fondazione milanese si è purtroppo ingenerata quella che chiamo una “sorta di competizione” tra i Giusti di Yad Vashem e quelli di Gariwo, quasi si fosse a un campionato di calcio: si usano i più raffinati strumenti di comunicazione e di  marketing per promuovere e promuoversi, si precisa qual è il vero significato del termine giusto, ci si esercita in arrampicate sulle ripide pareti dell’esegesi biblica, tirando in ballo Kabbalà, Talmud, Torà, perfino lo Zohar con la leggenda dei 36 Giusti che sostengono il mondo in ogni generazione…E così  si alimenta la già imperante confusione in un pubblico distratto e poco documentato.

Yad Vashem, invece, non si promuove perché non ne ha bisogno. L’Ente istruisce, educa, organizza incontri anche al Memoriale e opera nella discrezione per mantenere viva la memoria solo e unicamente della Shoah . Ne rafforza la conoscenza, specie in ambito scolastico, tentando di vincere l’ignoranza con la conoscenza per dimostrare – attraverso l’onorificenza di Giusto Tra le Nazioni – che la riconoscenza ebraica è eterna.

Il riconoscimento di un Chasid Umot Haolam fu istituito dal Memoriale Yad Vashem a favore dei non ebrei che contribuirono a salvare anche una sola vita ebraica unicamente durante la Shoah. Questo è uno dei criteri per cui vengono accettate testimonianze. In Italia il periodo temporale preso in considerazione va dall’Armistizio del settembre 1943 alla Liberazione dell’aprile 1945. E questo non per sminuire i tanti benemeriti degni di riconoscenza di ogni era e di ogni popolo, coloro che hanno scelto il bene mossi da ideali di generosità e abnegazione… Ma perché Yad Vashem ha solo questa mission .

L’obiettivo è che la memoria della Shoah – con  tante pagine ancora da riempire, da correggere e chiarire – non scompaia. E dunque continui a rappresentare – come monito in ogni generazione – il livello più degradante che l’essere umano abbia potuto raggiungere, la forma più abietta di odio verso uno specifico gruppo di persone.

Va ricordato che le Leggi Razziali furono l’anticamera del nostro sterminio e furono rivolte solo e unicamente nei confronti degli ebrei.  E come per noi e per il mondo si rese necessario (direi obbligatorio) il processo ad Adolf Eichmann –  simbolo del buio assoluto – così si è reso necessario, obbligatorio, il riconoscimento dei Chasidei Umot Haolam – simboli della luce assoluta che vi si oppose.

La traduzione corretta non è Giusti Tra le Nazioni (com’è oramai consuetudine chiamarli in tutte le lingue), bensì Pii (Compassionevoli) delle Nazioni del mondo. E dunque mi domando: perché cercare il primato tra chi è più giusto di un altro? E soprattutto… perché “scopiazzare” il termine coniato da Yad Vashem usando il termine giusti del mondo, che alle mie orecchie suona un po’ come un mediocre copia incolla o una traduzione riuscita male? Ognuno ha una vocazione, un suo talento… In questo mondo c’è spazio per tutti… E allora perché sovrapporsi? C’è forse qualcosa che mi sfugge? Nella piena libertà attribuita ad ogni comitato, giardino o città associati a Gariwo, tra gli alberi piantati figura – purtroppo – anche quello in memoria di un cosiddetto “giusto” antisemita e filo terrorista. Ad oggi il povero albero a lui dedicato non risulta espiantato, né è stata tolta la lapide commemorativa. Si è sollevato, mi sembra d’aver letto, solo un flebile dissenso da parte della direzione della fondazione. E una conseguente timida presa di distanza da parte degli enti ebraici affiliati ad essa. Questo non succederebbe mai a Yad Vashem. Ogni benemerito viene analizzato, il suo operato passato al setaccio rigidamente prima di attribuirgli l’onorificenza. Suggerisco pertanto che anche Gariwo si doti di maggior severità prima di attribuire titoli e piantare alberi. E dunque mi chiedo: che c’entra il mondo ebraico con tutto ciò? Non basta il riconoscimento di Yad Vashem? Il Bene non ha macchie e non si mischia al male. Non è lecito onorare la memoria di un deportato e subito dopo quella del suo aguzzino. E tutto questo in nome della libertà di opinione? Evviva dunque la libertà delle associazioni private! Mi ricorda tanto la libertà degli alpinisti associati CAI che di recente hanno dedicato a Gaza una nuova via sul Gran Sasso usando lo slogan terroristico “dal fiume al mare” (vedasi il mio articolo ‘La scalata della vergogna’). Anche in questo caso la direzione del CAI non ha fatto una piega.

Sul giornale La Stampa dell’ 11 marzo 2026, nell’articolo riproposto da Gariwo Anna Foa scrive che… “L’idea di “giusto” non era un’invenzione di Yad Vashem.” Che ovvietà… Sono concetti appartenenti alla tradizione ebraica da millenni. A quei tempi non esistevano Shoah, Gariwo e Yad Vashem. I giusti però sì, quelli esistevano, e la tradizione ebraica faceva riferimento solo ai non ebrei e al loro comportamento virtuoso verso gli ebrei.

Perfino alle recenti Olimpiadi invernali si è assistito alla sfilata dei cosiddetti giusti sportivi rigorosamente a marchio Gariwo. Peccato che la fondazione ne abbia dimenticato uno (forse perché senza marchio di garanzia?), come ad esempio l’alpinista e olimpionico Gino Duilio Soldà, uno che di primati, a parte quelli sportivi, se ne fregava. Uno che, anziché combattere con gli strumenti della comunicazione e del marketing, combattè nella Resistenza sul serio, quale eroico Comandante di una Brigata partigiana veneta. Uno che, da Vicenza, portò fino alla frontiera svizzera decine tra ebrei, partigiani, alleati. E che a sua volta dovette nascondersi tra le alte vette della Valtellina per sfuggire alla soldataglia nazifascista. Gino, un Chasid Umot Haolam che tutti gli Enti organizzatori di MilanoCortina 26 hanno “beatamente” ignorato (nonostante i miei tanti appelli via mail e telefono), ma che vedrà onorata la memoria del suo coraggio domenica 18 ottobre p.v. nella suggestiva location di Villa Carlotta, sul Lago di Como, con la consegna della medaglia e del certificato d’onore nelle mani dei suoi amati nipoti.

In un mondo fatto di fake news e intelligenza artificiale, anche il titolo di Giusto Tra le Nazioni rischia di diventare artificiale.

Nel confondere e annacquare titoli, fatti, storia, protagonisti e valori a breve potrebbe scomparire la Memoria della Shoah ma non, come teme Liliana Segre, perché verranno a mancare i testimoni diretti come lei, ma perché la Shoah sarà banalizzata e assimilata a mille altre shoah, il genocidio a mille altri genocidi e i Pii delle Nazioni del mondo a mille altri giusti del mondo. Noi conosciamo bene il termine assimilazione. Ciò o chi viene assimilato perde la sua identità e la sua unicità diventa parte del tutto e tutti. E nel tempo scompare. Oggi si teme la diversità e l’unicità,  che invece sono ricchezza. Purtroppo di questi tempi i termini Yad Vashem e Israele non vanno più di moda. Essere ebrei è  diventato pericoloso e scomodo, non accettato e inaccettabile, anche per via di ciò che – dopo il massacro del 7 ottobre 2023 – ha portato alla ribalta mondiale una faccia dell’ ebraismo che forse ci rifiutavamo di riconoscere e di cui ho estesamente parlato nell’articolo pubblicato di recente sul Riformista, all’interno della rubrica dell’ amico David Gerbi.

Violenza, divisione, fanatismo, vendetta sono solo alcuni aspetti di quella faccia che, come la Luna, era oscurata e che si è palesata in molti di noi, qui e in Israele, facendo sollevare massicce ondate d’odio contro gli ebrei da parte di chi aspettava solo il pretesto per farlo.

Antisemitismo, odio verso il popolo di Israele, antisionismo, rifiuto di accettare l’esistenza della Terra a noi destinata e antigiudaismo, posizione antiebraica di matrice religiosa si sono fusi in una guerra totale contro ogni cosa, persona, pensiero che oggi parlino ebraico. E dunque anche contro Yad Vashem e i Chasidei Umot Haolam. Oggi è diventato complicato perfino consegnare medaglie e certificati d’onore.

 

Fernanda Wittgens Chasidat Umot Haolam Giusta Tra le Nazioni

Fernanda Wittgens amava il bello, amava l’arte e soprattutto la Vita. Divenne la prima donna Direttrice della Pinacoteca di Brera dopo la destituzione di Ettore Modigliani, uno dei suoi Maestri, a causa delle Leggi Razziali.

Seguì personalmente la ricostruzione di Brera dopo i bombardamenti su Milano nell’agosto 1943. In questo delicato compito paragonò lo sforzo e la comunione di operai, artisti e dirigenti all’armonioso ritmo dell’ alveare. E a tale immagine si ispirò quando, durante la Shoah, costituì una rete di salvezza per perseguitati e opere d’arte. Tutti dovevano essere al riparo dalla distruzione. Fernanda Wittgens fu l’organizzatrice di espatri verso la Svizzera e si avvalse del sostegno di tanti italiani, molti dei quali milanesi, rimasti nell’ ombra e sconosciuti ai più fino ad ora, italiani benemeriti che voglio citare perché la loro memoria riposi nel patrimonio nazionale e non solo nei ristretti circoli di studiosi: il professor Antonio Porta, decorato anche dagli Alleati, nel dopoguerra Preside della Civica Scuola A. Manzoni di Milano (dove tra l’altro mi sono diplomata nel 1975) la cui figlia Rosilde, oggi quasi centenaria, salvò una bimba ebrea jugoslava portandola in braccio oltre confine.

E poi la dottoressa Adele Vegni Cappelli, il medico che operava anche a San Vittore e accoglieva fuggiaschi sia nella sua casa di Via Lucano a Milano che nella villa di Torno sul lago di Como e che, dopo averli visitati accuratamente per confermarne il buon stato di salute, li affidava a staffette esperte che, attraverso un passaggio segreto, dalla villa li accompagnavano fin sulle sponde del lago e da lì in barca sulla riva opposta per raggiungere la Svizzera attraverso impervi sentieri di montagna. Adele Vegni Cappelli fu incarcerata nel luglio 1944 e liberata solo a guerra finita. E poi le coraggiose sorelle Tresoldi Maria Rosa e Ambrogina – entrambe nubili e maestre, residenti nello stesso palazzo di Via Verga 15 dove viveva Fernanda Wittgens, che nel 1944 furono imprigionate come tutti i membri dell’ organizzazione.

Anche alcuni aristocratici milanesi si opposero alla barbarie nazifascista e contribuirono all’opera salvifica messa in campo da Fernanda Wittgens. Tra loro la Duchessa Aurelia Gallarati Scotti, definita “benemeritissima” dalla stessa Wittgens, che nel 1955 ottenne un diploma di benemerenza da parte dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane.

Anche a Como Fernanda contava su collaboratori preziosi: Mario Martinelli, che sarebbe poi diventato Onorevole della Repubblica italiana; Benvenuta Zucchetti, fedele dipendente delle Seterie Mantero, colei che Fernanda  Wittgens chiamava la segreta e silenziosa eroina della nostra organizzazione“ ; Don Luigi Bianchi, prete alpinista e giornalista, parroco prima nella diocesi di Como e poi a Gera Lario per cinquant’anni, dove rimase fino alla sua morte avvenuta nel 2015.

L’organizzazione si estendeva fino a Firenze: uno dei collaboratori di fiducia era il professor Giovanni Colacicchi, pittore e Direttore dell’Accademia di Belle Arti, antifascista e resistente. Egli e la moglie aiutarono molti ebrei indirizzandoli a Milano per cercare rifugio in Svizzera, come la famiglia Camerini di Trieste. Grazie all’organizzazione si salvarono Erminia Kriegler Straus, la figlia Elsa Straus Vig, la nipote Gertrude Vig Camerini, tutte di Trieste. E poi Raffaello Camerini, il cognato Alfredo Vig, Isacco Kostoris, un loro amico di Trieste, insieme a un folto gruppo di ebrei polacchi… Tutti rifugiatisi in Svizzera grazie ai collaboratori di Fernanda Wittgens.

La cosa importante di questa vicenda è l’aver rintracciato Roberto Camerini, figlio, nipote e pronipote dei salvati, grazie al prezioso aiuto della carissima Daniela Misan di Trieste. Roberto sapeva parte delle vicende della sua famiglia ma non aveva mai letto la testimonianza di nonna Elsa, quel racconto dettagliato in cui ella specifica lucidamente nomi, luoghi e circostanze che portarono in Svizzera lei, sua figlia Gertrude – mamma di Roberto – e la bisnonna Erminia. Per Roberto è come aver ritrovato un pezzetto di memoria famigliare che mancava. Nonno Riccardo Camerini invece non volle muoversi da Trieste: passò da un nascondiglio all’altro fino al giorno della Liberazione. E si salvò. I nomi dei salvatori benemeriti sono all’attenzione di Yad Vashem e ho la speranza di vederli presto riconosciuti Chasidei Umot Haolam. Sono ancora tanti i collaboratori operosi che mancano all’ appello ma si sa…. La memoria riserva sorprese se stimolata, anche dopo ottant’anni. Non resta che attendere il miracolo!

Fernanda Wittgens aveva un altro Maestro, il professor Paolo d’Ancona, storico dell’arte ed ebreo come Ettore Modigliani. Fernanda si prodigò per agevolare l’espatrio in Svizzera anche della famiglia D’Ancona. Toccante è la testimonianza della figlia Miriam che descrive ogni frammento della loro fuga verso la salvezza passando letteralmente di mano in mano come preziosi da consegnare al destinatario: la Svizzera. Anche queste “mani sono in attesa di riconoscimento a Yad Vashem.

L’organizzazione con tutti i suoi componenti fu smantellata attraverso un giovane ebreo, rientrato dalla Svizzera dov’era rifugiato con la famiglia, una spia al soldo della Gestapo infiltratasi tra le maglie dell’organizzazione.

Harry Nadelreich, questo è il suo nome. Nato a gennaio 1926, di origine tedesca e successivamente apolide, Nadelreich  viveva a Milano con la famiglia fino all’8 settembre 1943. Entrato in Svizzera chiedendo asilo come rifugiato, il 21 ottobre 1943, tra le 17 e le 18 scomparve dal campo di internamento vicino a Lucerna dove si trovava con papà, mamma e il fratello Ralf di due anni più giovane. Alle autorità elvetiche il padre dichiarerà che “suo figlio Harry è rientrato in Italia mosso dall’entusiasmo giovanile di voler combattere contro i tedeschi.”

Questo è probabilmente ciò che Harry gli aveva fatto credere. In realtà fu aiutato a rientrare in Italia da membri delle milizie nazifasciste e posto al servizio delle SS con il falso nome di “Ettore Pagani”. Insieme a un suo giovane amico, un certo Calesella, Nadelreich si infiltrò nell’organizzazione di Fernanda Wittgens in qualità di ebreo perseguitato e bisognoso di aiuto. Fu presentato alle sorelle Tresoldi da Fernanda stessa, ottenne documenti falsi e frequentò la loro casa fino a luglio 1944 quando i nazifascisti arrestarono tutti i membri dell’organizzazione. Perfino l’avvocato Lelio Vittorio Valobra segnalò alla Delasem in Italia i nomi delle due spie ebree operanti al servizio delle SS tra Milano e Venezia: uno era Harry Nadelreich e l’altro Mauro Grini, nato Grün, ebreo triestino, lo spietato “specialista” di Case di riposo e ospedali, indicato come “pericolosissimo” dallo stesso Valobra. Grini/Grün era in possesso di una falsa identità e girava il nord Italia con il nome di dottor Manzoni . La documentazione a cui ho attinto proviene principalmente dall’Archivio Federale Svizzero e da Giovanna Ginex, storica dell’arte e biografa di Fernanda Wittgens,  a cui devo molto per l’impegno e la disponibilità dimostrati nel lungo percorso che ha condotto Fernanda Wittgens alla meritata onorificenza  di Chasidat Umot Haolam – Giusta Tra le Nazioni.

Altrettanti ringraziamenti rivolgo all’archivio CDEC che conserva le preziose testimonianze ebraiche che mi sono servite, mi servono e mi serviranno per adempiere alla mizvà di richiedere a Yad Vashem il riconoscimento di tanti altri italiani quali Giusti Tra le Nazioni.

Di dove siano finiti Harry Nadelreich e Mauro Grün-Grini dopo la guerra si sa ben poco: qualche fonte afferma che il primo sia morto nel 1945. Del secondo nessuna notizia. Probabilmente si saranno nascosti   nella giungla sudamericana, tra i ghiacci del Canada o nel deserto della Namibia, sotto la protezione della potente rete neonazista operante tra Nord America, Africa di Sud ovest e Sudamerica.

Fernanda Wittgens non fu spinta dalla pietà nell’aiutare i perseguitati, ebrei, partigiani o diseredati che fossero. Fu altresì un proposito che corrispondeva al suo modo di vivere, ai suoi ideali. Amava la Vita e coltivava nella vita un ideale di superiore umanità. Durante la prigionia scriveva a sua madre: “Non si può e non sarebbe giusto tradire se stessi neppure per gli affetti più cari…”

Questa è Fernanda Wittgens, la Chasidà esempio per ciascuno di noi.

Paola Fargion

19/7/2026