festeggiamenti davanti alla sinagoga Wagon Drivers’ di Budapest

Budapest, dove il futuro dell’ebraismo ha meno di diciotto anni

Personaggi e Storie

di Anna Balestrieri
Alla Wagon Drivers’ Synagogue gli incarichi organizzativi e le responsabilità direttive sono affidati a ragazzi e ragazze sotto i diciotto anni. Gli adulti restano presenti, ma il progetto nasce con una premessa diversa da quella di molte iniziative educative: i giovani non sono destinatari di un programma preparato per loro, bensì i protagonisti della sua realizzazione.

 

La continuità di una comunità non si misura soltanto nella conservazione dei suoi edifici, ma nella capacità di affidare alle nuove generazioni la responsabilità di abitarli. A Budapest, una sinagoga ottocentesca prova a rispondere a questa sfida con un esperimento insolito: mettere gli adolescenti al centro della vita religiosa, lasciando loro le chiavi, le decisioni e l’organizzazione delle attività.

La Wagon Drivers’ Synagogue ha più di un secolo e mezzo di storia. Eppure, dopo la riapertura nell’autunno del 2026, il suo tratto più caratteristico non è il passato che custodisce, ma l’età di chi la frequenta. Qui gli incarichi organizzativi e le responsabilità direttive sono affidati a ragazzi e ragazze sotto i diciotto anni. Gli adulti restano presenti, ma il progetto nasce con una premessa diversa da quella di molte iniziative educative: i giovani non sono destinatari di un programma preparato per loro, bensì i protagonisti della sua realizzazione.

L’iniziativa, raccontata dal Jerusalem Post il 22 ottobre, si propone come un possibile modello inedito di sinagoga gestita da adolescenti. A sostenerla sono l’organizzazione giovanile C-Teen e l’Associazione delle Comunità ebraiche ungheresi (EMIH), che garantisce le risorse economiche e il supporto logistico.

Un edificio antico, una scommessa contemporanea

Fondata nel 1870, la sinagoga ha attraversato stagioni molto diverse della storia ebraica ungherese. Nel periodo successivo alla caduta del comunismo aveva assunto un ruolo centrale per la comunità ortodossa di Budapest, prima di chiudere nel 2014. La ristrutturazione ha restituito vita all’edificio, ma la sua nuova funzione va oltre il recupero architettonico: trasformarlo in un luogo nel quale l’appartenenza ebraica possa prendere forma attraverso l’iniziativa dei più giovani.

L’inaugurazione, celebrata alla vigilia di Rosh Hashanah, il Capodanno ebraico, ha riunito circa duecento adolescenti. A scandire la cerimonia sono stati loro stessi: un ragazzo ha suonato lo shofar, il corno rituale; altri hanno portato la Torah e tagliato il nastro.

Per il rabbino Baruch Oberlander, presidente del rabbinato ortodosso di Budapest, il significato dell’iniziativa sta proprio nel passaggio dalla partecipazione alla responsabilità. I giovani, ha osservato, non vogliono limitarsi ad apprendere le tradizioni, ma contribuire attivamente a determinare il futuro della comunità.

La novità, dunque, non consiste nell’avvicinare gli adolescenti alla sinagoga, ma nel riconoscere loro un ruolo nella definizione stessa della vita comunitaria.

La porta d’ingresso non è la religiosità

A rendere interessante il progetto è soprattutto il pubblico al quale si rivolge. Molti dei frequentatori provengono da famiglie non osservanti; alcuni non hanno mai avuto un rapporto particolarmente stretto con le istituzioni ebraiche e non frequentano le scuole della comunità.

La sinagoga cerca così di intercettare una fascia di giovani che non necessariamente si riconosce nei percorsi religiosi tradizionali, senza chiedere loro di partire da una pratica già consolidata. Il punto di incontro è piuttosto uno spazio condiviso, nel quale lo studio, le relazioni personali e le celebrazioni possono convivere.

Il rabbino Tzami Bassman, emissario di Chabad originario degli Stati Uniti e poco più che trentenne, accompagna il progetto. Il reclutamento passa anche attraverso strumenti lontani dall’immagine consueta della vita sinagogale: i social network, sui quali lui e la moglie sono attivi, e le visite ai negozi della città a bordo del veicolo utilizzato per le attività di Chabad.

La comunità si costruisce così anche fuori dalle sue mura, attraverso incontri informali e relazioni che possono condurre, in un secondo momento, alla partecipazione alle attività religiose.

Dallo Shabbat alle lingue: la comunità prende forma

I primi risultati suggeriscono che l’interesse non si esaurisce nella curiosità per una novità. Poche settimane dopo l’apertura, la sinagoga è riuscita a riunire un gruppo sufficiente per le preghiere di Kol Nidrei, che aprono il servizio serale di Yom Kippur. Per Sukkot, i ragazzi hanno costruito una capanna rituale nel cortile.

La programmazione settimanale combina momenti religiosi e attività formative. Il giovedì sera, tra settanta e ottanta adolescenti prendono parte agli incontri di studio, mentre il venerdì le celebrazioni dello Shabbat raccolgono attualmente fra trenta e cinquanta partecipanti.

Accanto all’ebraico e all’ungherese si studia anche il russo, una scelta che riflette la composizione eterogenea della comunità locale e la presenza di persone arrivate dall’Ucraina dopo l’inizio della guerra. La sinagoga diventa così anche un luogo nel quale lingue, esperienze migratorie e differenti gradi di familiarità con la tradizione ebraica possono incontrarsi.

Il progetto non è ancora arrivato a una fase matura. Tra le prospettive indicate da Bassman figurano una cucina e un ambiente comune attrezzato con divani e giochi. L’intenzione è rendere lo spazio adatto non soltanto alla preghiera, ma anche alla socialità quotidiana.

Il problema della trasmissione

L’esperimento di Budapest tocca una questione che supera i confini ungheresi: come assicurare la continuità delle comunità ebraiche in un contesto nel quale la trasmissione familiare della tradizione non può essere data per scontata? La presenza di giovani non osservanti e di ragazzi che non frequentano scuole ebraiche rende evidente la distanza tra l’esistenza di istituzioni comunitarie e la capacità di coinvolgere chi appartiene alla generazione successiva.

Affidare una sinagoga agli adolescenti non risolve automaticamente questo problema. La partecipazione iniziale dovrà tradursi in un impegno stabile, e l’entusiasmo delle prime settimane dovrà resistere al passare del tempo. Ma la scelta di attribuire responsabilità concrete ai ragazzi introduce una prospettiva diversa: non chiedere loro soltanto di raccogliere un’eredità, ma permettere che contribuiscano a modificarla.

Bassman guarda soprattutto alla crescita degli incontri del venerdì sera, ancora agli inizi, e immagina celebrazioni capaci di diventare appuntamenti centrali della settimana. Le idee non mancano, così come i progetti per ampliare le attività.

La vera posta in gioco non è creare una sinagoga per giovani, ma costruire una comunità nella quale i giovani abbiano ragioni concrete per restare. In un edificio del 1870, il futuro dell’ebraismo ungherese viene affidato a una generazione che non si limita a ricevere una tradizione: comincia a esercitare la responsabilità di trasmetterla.