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Addio ad Alberto Sed, sopravvisse alla Shoah

di Redazione
È scomparso nella serata di sabato 2 novembre, Alberto Sed, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.
Nato a Roma nel 1928, sfuggì miracolosamente al rastrellamento del 16 ottobre 1943 ma venne catturato alcuni mesi dopo dalla polizia fascista insieme alla madre e alle sorelle. Trasferiti prima a Fossoli, arrivarono il 23 maggio del ’44 ad Auschwitz Birkenau dove la madre e una sorella furono subito uccise. Lì gli venne tatuato il numero A-5491.

La sua esperienza è contenuta nel libro Sono stato un numero. Alberto Sed racconta (Giuntina, 2009).

«La sua scomparsa rappresenta un dolore immenso per tutta la Comunità. Una perdita ancora più dolorosa in questi tempi cupi in cui si riaffaccia l’odio antisemita. Con il sorriso ha saputo raccontare l’inferno e renderci persone migliori. Dio ne benedica la memoria»: sono le parole di commiato che gli dedica Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma, nel comunicarle la scomparsa di Alberto Sed.
“Esprimo anche a nome dell’Anpi Provinciale di Milano profondo cordoglio per la scomparsa di Alberto Sed sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz Birkenau – ha commentato Roberto Cenati, presidente dell’ANPI provinciale di Milano -. È un lutto che colpisce tutti noi in un momento in cui   in Europa e nel nostro Paese si stanno manifestando episodi sempre più frequenti di antisemitismo. In questo dolorosissimo momento esprimo la mia vicinanza ai familiari, all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, alla Comunità Ebraica di Roma, alla Comunità Ebraica di Milano”.

“Io vissi l’inferno a 15 anni”

La storia di Alberto Sed è raccontata in modo dettagliato nello speciale del Corriere della Sera per il giorno della memoria nel gennaio 2018.

Qui si dice tra le altre cose, come nel 2009, con la pubblicazione del volume Sono stato un numero. Alberto Sed racconta (Giuntina), di Roberto Riccardi, si è compreso il perché della paura di Sed all’idea di prendere un bambino in braccio: «Mi assale la paura che qualcuno mi gridi di lanciarlo», in quanto le SS ordinavano ai prigionieri di lanciare i bimbi in aria per fare il tiro a segno. Alla liberazione di Auschwitz, seguì un’ulteriore esperienza a Nordhausen, nel campo di concentramento di Dora-Mittelbau, il sito dove i nazisti produssero i missili V1 e V2 di von Braun, quelli che Hitler puntò contro l’Inghilterra per intimidirla all’armistizio. «Ci trasferivano. Tre giorni e tre notti a piedi, fino alla stazione. A volte dovevamo camminare sopra i morti perché non c’era altro spazio. La neve era diventata più rossa che bianca perché i tedeschi sparavano a chi restava indietro. In alcuni paesi abbiamo trovato dei magazzini aperti e abbiamo potuto mangiare carote, rape. Poi c’erano gli alberi e riempivamo le tasche di foglie per riscaldarci. A Dora eravamo rimasti in pochi e si mangiava la neve».

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