Un leader a tempo

Mondo

di Giulio Meotti

C’è grande confusione in Occidente sulla rivoluzione iraniana, ovvero l’illusione che sia esaurita, che aspetti un regime-change e una glasnost, quando invece è vitale ed espansiva. La leadership di Teheran non è costituita da burocrati arricchiti come i comunisti a Mosca, ma da rivoluzionari, fanatici e arrivisti. La rivoluzione, purtroppo, a differenza dell’Unione sovietica, ha una sua “legittimità”, ovvero nasce e trova ancora fondamento in un movimento popolare, che pure ristretto al quaranta per cento della popolazione, è un blocco sociale rivoluzionario di venti milioni di iraniani e che ha egemonizzato facilmente il resto della popolazione. Il regime iraniano non si regge dunque soltanto su un micidiale apparato di violenza religiosa, poliziesca, giudiziaria e politica che fa impallidire la Stasi della Ddr. La rivoluzione è legittimata dal fatto che il regime iraniano non è frutto di un golpe, ma è l’erede di una rivoluzione popolare e popolana di successo.

Per questo l’elezione dei suoi presidenti ha un valore “relativo”. Per questo Israele ha accolto senza alcun entusiasmo l’arrivo del nuovo presidente Hasan Rohani, salutato dalla stampa occidentale come un “moderato” (un errore per l’ex ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, che lo ha definito “sofisticato”). È stato Maxime Rodinson a spiegare che la creazione di Khomeini, che viveva in quaranta metri quadrati, passando la giornata fra la stuoia-letto e la poltrona, è stata «al tempo stesso banale ed eccezionale». Banale come ogni rivoluzione. Eccezionale perché, nel XXI secolo, Khomeini ha saputo coniugare la rivoluzione con la religione. E infatti nella Foggy Bottom iraniana il “domino” è la Guida Suprema, Ali Khamenei. I presidenti vanno e vengono, lui resta. Scegliendo Rohani, teorico di una qualche apertura all’occidente, Khamenei ha gratificato la piazza e le masse, visto che l’Iran arranca sotto il peso delle sanzioni, l’inflazione è alle stelle, il prezzo del latte è aumentato del cento per cento, un chilo di manzo costa ventitre dollari e la produzione petrolifera è la più bassa di sempre.

Eppure Israele non si fida di nessun leader iraniano. Un altro leader “moderato”, come l’ayatollah Hashemi Rafsanjani, vicino a Rohani e al suo elettorato, ha così giustificato l’uso di armi atomiche contro Israele: «L’impiego di una bomba atomica non lascerebbe nulla dello Stato ebraico, ma se la stessa venisse utilizzata nel mondo musulmano produrrebbe solo dei danni di minor entità». La leadership iraniana è interessata alla sopravvivenza e deposita denaro in conti all’estero, ma non esiterebbe a sacrificare milioni dei suoi “martiri”. I mullah non sono come la giunta di militari in Pakistan o gli autocrati sauditi. È una leadership antisemita, apocalittica, ossessiva, che avrebbe una tentazione fatale nel potenziale utilizzo di armi atomiche.

Rohani non avrà l’ultima parola sulla bomba atomica; ce l’avranno invece i militari, le Guardie della Rivoluzione, e al fine Khamenei. È il loro capolavoro strategico e politico prima che militare. È vero che l’atomica servirebbe all’Iran per consolidare il regime e per egemonizzare il golfo Persico. In questo senso i mullah sono “razionali”. Ma l’Iran è prima di tutto una “rivoluzione” che agisce per il tablighi eslami, la propagazione dell’islam, e la sudur inqilab, l’esportazione dell’ideologia. Per questo Abdul Qadeer Khan, lo scienziato che ha aiutato gli iraniani ad accendere le centrifughe, la chiama “bomba islamica”.

Presto gli iraniani avranno abbastanza materiale per produrre una bomba come quella di Hiroshima. Non significa che saranno un Paese nuclearizzato, ma un “threshold”, ovvero mancherà solo la decisione di costruire la bomba. È la “linea rossa” di Israele, mentre l’America vuole aspettare l’ordine di Khamenei. Per questo ci sono ancora due diversi orologi atomici, israeliano e americano. E gli iraniani sono maestri nella dissimulazione. Lo stesso Rohani in un libro recente ha spiegato in maniera piuttosto eloquente che, da capo negoziatore sul nucleare, mentre si accordava con gli europei tra il 2003 e il 2004 faceva allestire le centrifughe atomiche.