il premier spagnolo Pedro Sanchez

Sánchez, il fronte europeo e la pressione su Israele

Mondo

di Anna Balestrieri
Pedro Sánchez punta a trasformare la frattura con Israele in una linea di politica estera e in un terreno sul quale contendere all’asse franco-tedesco la definizione della postura europea in Medio Oriente. La sua strategia combina riconoscimento della Palestina, pressione economica, iniziative giudiziarie internazionali e mobilitazione diplomatica. Non è soltanto una condanna della guerra di Gaza: è il tentativo di tradurre una posizione politica in strumenti capaci di restringere i margini d’azione israeliani e di costruire attorno a Madrid un fronte internazionale.

 

La sequenza è concreta. Nel maggio 2024 la Spagna riconosce lo Stato palestinese; il mese successivo interviene nel procedimento per genocidio promosso dal Sudafrica contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia, senza essere parte attrice del caso. Nel settembre 2025 Sánchez annuncia nove misure, fra cui il consolidamento dell’embargo sulle armi, il blocco del transito nei porti spagnoli di navi che trasportino carburante destinato alle forze armate israeliane e restrizioni al passaggio nello spazio aereo spagnolo di velivoli statali che trasportino materiale militare destinato a Israele. Nel marzo 2026 Madrid formalizza il ritiro permanente del proprio ambasciatore da Tel Aviv. La contrapposizione, dunque, non resta confinata alle dichiarazioni: investe i rapporti diplomatici e alcune infrastrutture logistiche attraverso cui si esercita la cooperazione internazionale.

La partita a Bruxelles

La partita più significativa si gioca tuttavia a Bruxelles. Laddove l’Unione europea non riesce a concordare una linea comune, Madrid cerca di costruire coalizioni fra Stati disposti ad agire anche al di fuori di un accordo unitario dei Ventisette. L’8 settembre 2026, dodici Paesi — Spagna, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Regno Unito e Svezia — annunciano l’intenzione di introdurre o sostenere restrizioni commerciali sui prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani.

La dichiarazione non equivale a un embargo generale contro Israele, ma segnala la volontà di colpire economicamente una componente centrale della politica israeliana in Cisgiordania, superando almeno in parte lo stallo europeo.

Il limite della strategia è anche il suo punto più controverso. Sánchez sostiene di voler salvaguardare la soluzione dei due Stati e la sicurezza di Israele attraverso il diritto internazionale; il governo israeliano considera invece alcune delle iniziative spagnole una forma di pressione ostile e ha risposto con misure diplomatiche. Resta aperta la questione decisiva: queste iniziative possono modificare le scelte del governo Netanyahu oppure produrranno soprattutto un irrigidimento delle posizioni e un progressivo allontanamento fra Israele e una parte dell’Europa?

La portata geopolitica della linea spagnola

È qui che si misura la portata geopolitica della linea spagnola. Madrid può contribuire a rendere più costoso, sul piano commerciale e diplomatico, il mantenimento dello status quo nei territori palestinesi; non può però, da sola, imporre una soluzione al conflitto. La sua ambizione è convertire la pressione su Israele in capacità di orientare l’agenda europea. Il risultato dipenderà dalla possibilità di trasformare una coalizione di dichiarazioni e misure nazionali in una politica comune, senza che la pressione diplomatica sostituisca una strategia credibile per la sicurezza di Israele e la nascita di uno Stato palestinese.