di Anna Balestrieri
Una crisi migratoria diventa incidente diplomatico
È bastato un messaggio pubblicato sui social perché l’emergenza migratoria di Ceuta si trasformasse nell’ennesimo terreno di scontro tra Israele e Spagna.
Di fronte all’arrivo di decine di migliaia di persone dal vicino Marocco nell’enclave spagnola sulla costa nordafricana, l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon ha accusato Madrid di impartire lezioni a Israele mentre continua a controllare territori che ha definito «enclavi coloniali» in Africa.
Il riferimento era a Ceuta e Melilla, le due città spagnole situate sulla costa mediterranea del Marocco e rivendicate da Rabat. Le parole di Danon hanno immediatamente provocato reazioni indignate in Spagna e alimentato accuse, non sostenute da prove pubbliche, secondo le quali Israele e Stati Uniti avrebbero avuto un ruolo nell’ondata migratoria. L’ambasciatrice israeliana a Madrid, Dana Erlich, ha quindi preso pubblicamente le distanze dal collega, precisando che quelle dichiarazioni non rappresentavano la posizione ufficiale dello Stato di Israele.
La polemica su Ceuta non apre però una nuova crisi: rivela quanto sia ormai profonda quella già esistente.
Da quasi tre anni, i rapporti tra Madrid e Gerusalemme procedono attraverso richiami degli ambasciatori, convocazioni diplomatiche, accuse reciproche e misure politiche sempre più severe.
Il primo strappo dopo il 7 ottobre
La frattura comincia a diventare visibile nelle settimane successive all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e all’avvio dell’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza.
Nel novembre di quell’anno, durante una visita al valico egiziano di Rafah, il presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez denunciò le uccisioni indiscriminate di civili palestinesi e chiese un cessate il fuoco permanente. Israele giudicò quelle dichiarazioni favorevoli alla propaganda di Hamas e convocò l’ambasciatrice spagnola.
Pochi giorni dopo, Sánchez espresse dubbi sul rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di Israele. La reazione fu ancora più dura: l’ambasciatore israeliano a Madrid venne richiamato a Gerusalemme per consultazioni, mentre il premier spagnolo tentava di ridurre la tensione attraverso un colloquio con Benny Gantz, allora membro del gabinetto di guerra israeliano.
Quel confronto metteva già in luce due interpretazioni destinate a diventare inconciliabili. Per il governo israeliano, le critiche europee rischiavano di indebolire il diritto del Paese a difendersi e di oscurare la responsabilità di Hamas. Per Madrid, la condanna dell’attacco del 7 ottobre non poteva tradursi in un’accettazione incondizionata delle operazioni militari israeliane a Gaza.
Da quel momento la Spagna sarebbe diventata una delle voci più critiche verso Israele all’interno dell’Unione europea.
Il riconoscimento dello Stato palestinese
Sánchez presentò la decisione come uno strumento per rilanciare la soluzione dei due Stati e favorire una pace duratura tra israeliani e palestinesi. Il riconoscimento, spiegò il governo spagnolo, non era diretto contro Israele e non equivaleva a un sostegno ad Hamas. Madrid intendeva riconoscere uno Stato palestinese comprendente la Cisgiordania e Gaza, collegate da un corridoio e con Gerusalemme Est come capitale, salvo eventuali modifiche concordate dalle parti.
Israele interpretò invece la scelta come una ricompensa politica al terrorismo dopo il massacro del 7 ottobre. Richiamò il proprio ambasciatore a Madrid e convocò i rappresentanti diplomatici dei Paesi coinvolti per una protesta formale.
La controversia si estese rapidamente al consolato generale spagnolo di Gerusalemme, al quale il governo israeliano vietò di fornire servizi consolari ai palestinesi residenti in Cisgiordania. Madrid contestò la misura, richiamandosi allo status storico della sede diplomatica e agli accordi esistenti.
Il riconoscimento della Palestina trasformò una divergenza sulla conduzione della guerra in una vera contrapposizione politica.
Per la Spagna si trattava di anticipare, attraverso un atto diplomatico, l’esito auspicato di un futuro negoziato. Per Israele, il riconoscimento unilaterale sottraeva invece agli accordi diretti uno dei loro risultati fondamentali.
Madrid alza il livello dello scontro
Nel corso del 2025 il governo Sánchez irrigidì ulteriormente la propria posizione. La Spagna chiese ripetutamente un intervento più deciso dell’Unione europea, sostenne il rafforzamento dell’assistenza alla popolazione palestinese e continuò a presentare il riconoscimento della Palestina come la premessa politica per una soluzione negoziata.
Il confronto raggiunse un nuovo livello nel settembre 2025, quando Madrid annunciò un pacchetto di misure comprendente il consolidamento dell’embargo sulle armi, il divieto di transito nei porti spagnoli per navi dirette in Israele con materiale militare e restrizioni all’uso dello spazio aereo da parte di velivoli che trasportavano forniture destinate alle forze israeliane.
Il governo spagnolo introdusse inoltre limitazioni sui prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati e incrementò gli stanziamenti umanitari e il sostegno all’Autorità nazionale palestinese e all’UNRWA.
Israele reagì accusando Sánchez e alcuni esponenti del suo governo di antisemitismo e ostilità politica. La Spagna richiamò a sua volta la propria ambasciatrice da Tel Aviv per consultazioni.
Il linguaggio diplomatico tradizionale lasciava progressivamente spazio a formule sempre più drastiche. Sánchez cominciò a definire la campagna israeliana a Gaza un genocidio e chiese che Israele venisse escluso anche da alcune manifestazioni culturali internazionali, analogamente a quanto avvenuto con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.
Ambasciatori richiamati e relazioni ridotte
Nel marzo 2026 la crisi compì un ulteriore salto. La Spagna ritirò definitivamente la propria ambasciatrice in Israele nel quadro dello scontro provocato dall’opposizione di Madrid alle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l’Iran.
La decisione non equivaleva formalmente alla rottura delle relazioni diplomatiche, ma ne segnalava un marcato ridimensionamento. Un rapporto già compromesso dalla guerra di Gaza, dal riconoscimento palestinese e dalle misure economiche e militari entrava in una fase di gelo istituzionale.
Madrid ha continuato a sostenere che il riconoscimento reciproco di Israele e Palestina costituisca la migliore garanzia di sicurezza per entrambi i popoli. Gerusalemme ha invece accusato il governo spagnolo di applicare una pressione unilaterale che indebolisce Israele e incoraggia i suoi avversari.
Le due capitali non divergono soltanto sulle modalità della guerra, ma ormai sul significato stesso della pressione diplomatica: per Madrid è uno strumento per fermare il conflitto, per Israele rischia di diventare un premio concesso ai suoi nemici.
Ceuta e il ritorno dell’accusa di doppio standard
In questo contesto, il messaggio di Danon sulla crisi migratoria assume un significato più ampio.
L’ambasciatore israeliano all’ONU non ha soltanto criticato la gestione spagnola dei confini. Ha rivolto contro Madrid l’accusa di doppio standard che Israele utilizza frequentemente nei confronti dei governi europei: pretendere da Gerusalemme un comportamento che gli stessi Paesi, quando affrontano minacce alla sicurezza o alla propria sovranità territoriale, non sarebbero disposti ad adottare.
La definizione di Ceuta e Melilla come «enclavi coloniali» ha colpito un punto particolarmente sensibile. La Spagna considera le due città parte integrante del proprio territorio nazionale; il Marocco ne contesta invece la sovranità e le inserisce nella più ampia disputa sull’eredità coloniale e sugli equilibri nel Nord Africa.
Danon ha quindi trasferito il conflitto diplomatico israelo-spagnolo dal Medio Oriente al Mediterraneo occidentale, evocando una contraddizione storica della politica spagnola. La sua iniziativa è apparsa però talmente dirompente da costringere l’ambasciatrice israeliana in Spagna a smentire che rappresentasse la linea ufficiale di Gerusalemme.
La stagione delle diplomazie personali
La vicenda mostra anche un fenomeno sempre più frequente: la politica estera viene condotta attraverso messaggi pubblicati sui social prima ancora che attraverso note ufficiali e canali riservati.
Un’ambasciatrice è stata costretta a correggere pubblicamente un altro ambasciatore dello stesso Paese. Un ministro spagnolo ha risposto con una frase ambigua, immediatamente assorbita dalle teorie complottistiche circolate online. Esponenti politici e commentatori hanno collegato senza prove la crisi migratoria a Israele, agli Stati Uniti, al Marocco e alla destra europea.
Quando la diplomazia si trasferisce sui social, la distinzione fra posizione ufficiale, provocazione personale e propaganda diventa sempre più fragile.
Il risultato non è soltanto un aumento della tensione tra governi. È anche la creazione di uno spazio nel quale insinuazioni e accuse non dimostrate acquisiscono rapidamente lo stesso peso delle dichiarazioni istituzionali.
Due Paesi sempre più lontani
La Spagna e Israele stabilirono relazioni diplomatiche soltanto nel 1986, molto più tardi rispetto ad altri Paesi dell’Europa occidentale. Per decenni il rapporto è stato condizionato sia dalla tradizionale attenzione spagnola verso il mondo arabo sia dalla progressiva integrazione di Madrid nelle strutture politiche europee e occidentali.
La guerra iniziata nel 2023 ha rotto quell’equilibrio. Il governo Sánchez ha scelto di fare della questione palestinese uno degli assi visibili della propria politica estera. Israele ha interpretato tale orientamento non come una mediazione, ma come un allineamento con le posizioni più ostili a Gerusalemme.
Il caso di Ceuta aggiunge ora una nuova dimensione al conflitto: la reciproca contestazione della legittimità morale con cui i due Paesi affrontano sicurezza, confini e sovranità.
Madrid accusa Israele di violare il diritto internazionale e di usare una forza sproporzionata a Gaza. Gerusalemme replica che la Spagna applica principi astratti al conflitto mediorientale, ma difende con fermezza i propri confini quando è direttamente coinvolta.
Oltre l’incidente
È possibile che le dichiarazioni di Danon restino formalmente un’iniziativa personale, archiviata grazie alla precisazione dell’ambasciatrice israeliana. Ma il terreno sul quale sono cadute è ormai troppo compromesso perché la polemica possa essere considerata un semplice incidente.
Il riconoscimento dello Stato palestinese, le restrizioni militari ed economiche, i richiami degli ambasciatori e le accuse reciproche hanno modificato strutturalmente la relazione.
Ceuta è soltanto l’ultimo nome geografico di una crisi che ha avuto origine a Gaza e che ormai attraversa l’intero Mediterraneo.
Il vero problema non è più la singola frase pronunciata da un diplomatico. È l’assenza di un linguaggio condiviso attraverso il quale Israele e Spagna possano interpretare gli stessi avvenimenti senza trasformarli immediatamente in una prova dell’ipocrisia o dell’ostilità dell’altro.



