Israele, Iran, Usa e Italia: un’analisi del contesto geopolitico attuale

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TEL AVIV – dalla nostra inviata Ilaria Myr
Il futuro della guerra in Iran, i rapporti fra Israele e Usa. Ma anche il ruolo degli altri attori del Medio Oriente e le imminenti elezioni politiche in Israele. Di questo hanno parlato, Tamir Hayman, Direttore Esecutivo dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS), e l’Ambasciatore italiano in Israele Luca Ferrari l’11 ottobre scorso durante la prima cena della missione in Israele del Keren Hayesod.

 

«Dopo la guerra dei dodici giorni, l’Iran non è più uno Stato sulla soglia del nucleare militare, la loro base militare-industriale è stata quasi rasa al suolo. Senza contare che la loro economia sta crollando. Ma il regime esiste ancora. Inoltre, non ci sono segnali di defezioni, tradimenti o volontà di colpo di Stato all’interno dell’apparato militare iraniano. Ma la notizia più preoccupante è che stanno costruendo un nuovo enorme impianto sotterraneo di arricchimento chiamato “Pickax Mountain”». Tamir Hayman, Direttore Esecutivo dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS) ed ex direttore dell’intelligence dell’IDF, ha introdotto così la conversazione con l’Ambasciatore italiano in Israele Luca Ferrari davanti ai partecipanti alla missione in Israele del Keren Hayesod in Italia, che si è tenuta dall’11 al 15 ottobre nel Paese. Tre giorni molto interessanti e intensi, che hanno permesso di ascoltare esperti di altissimo livello in materia di geopolitica, sicurezza e innovazione, ma anche di toccare con mano il trauma in cui il Paese vive da tre anni e la sua forza e resilienza nel guardare, nonostante tutto, sempre avanti, pensando al domani senza dimenticare quello che è successo.

La prima sera, durante la cena dell’11 ottobre, siamo dunque subito «entrati» dentro il contesto geopolitico grazie a questo interessante dibattito, in cui i due ospiti hanno parlato di Iran, Israele e Stati Uniti, nonché degli altri attori del Medio Oriente. (N.B.: Le considerazioni non tengono conto dei fatti e degli aggiornamenti di attualità emersi dopo la data dell’evento riportato).

 

La guerra all’Iran

Hayman ha illustrato da un lato le «buone notizie» – la possibilità oggi di ritardare il programma nucleare iraniano e impedire che arrivi alla bomba atomica, una base militare-industriale quasi rasa al suolo, un’economia al collasso – e dall’altro, invece, le «cattive notizie» – il regime esiste ancora, non ci sono segnali di insurrezione nelle forze armate né nella popolazione, decimata a gennaio in pochi giorni e continuamente repressa, ma soprattutto, la ripresa dell’arricchimento dell’uranio e la capacità di trasformazione in armamento.

«Il problema è che in questa guerra Stati Uniti e Israele non hanno un obiettivo comune. Gli Stati Uniti e Trump sono concentrati sull’indebolimento delle capacità strategiche e sull’impedire all’Iran di ottenere capacità nucleari. La leadership e il governo israeliani vogliono invece rovesciare il regime. Se i due partner non condividono la stessa visione, non possono avere la stessa operazione, la stessa strategia e lo stesso risultato. Entrambe le parti, però rivendicano la vittoria. Gli iraniani, in particolare, ritengono di essere sopravvissuti al peggior scenario che un Paese mediorientale possa affrontare, un’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele. Questo dà loro la motivazione per non scendere a compromessi».

Questo, però, non significa che i rapporti fra Israele e Stati Uniti, e soprattutto l’amicizia fra Netanyahu e Trump, sia in crisi. Secondo Hayman, «fra Bibi e Trump esiste un’amicizia particolare, che credo continui a essere rilevante. Al di sotto dei leader, invece, si è accumulato un enorme attrito dopo la guerra recente. Ci sono forti tensioni tra la squadra di Trump e quella di Netanyahu. Il problema principale, però, non è questa dinamica personale: è l’obiettivo condiviso. Finché non hanno gli stessi obiettivi, non possono avere la stessa strategia. Stiamo perdendo tempo e gli iraniani ne approfittano».

Molto interessante anche il punto di vista dell’Ambasciatore Ferrari, esperto conoscitore del Medio Oriente e degli Stati Uniti. «Trump è entrato in guerra perché gli si è presentata una soluzione simile a quella venezuelana: rovesciamo il vertice, tagliamo la testa al serpente, il sistema cade, lui si impossessa di tutto il petrolio e un mese dopo può andare a Pechino con il petrolio venezuelano e mediorientale, dicendo a Xi Jinping: “Io ho il petrolio, tu hai le terre rare: facciamo uno scambio”. Le cose però non sono andate come speravano. I Guardiani della Rivoluzione hanno controllato la situazione molto più di quanto chiunque immaginasse. Concordo con Tamir: non è questione di “se” ci sarà un’altra guerra, ma di “quando”. Ma da parte di chi? Degli americani da soli, insieme agli israeliani, degli emiratini, che hanno avuto un ruolo importante nel sostenere le idee di Netanyahu quando gli israeliani le presentavano agli americani?».

Allo stesso tempo, però, all’interno dell’amministrazione americana c’è un grande dibattito fra falchi e colombe, soprattutto alla vigilia delle prossime elezioni di mid-term, previste per il prossimo 3 novembre.

«Dopo quelle elezioni, Trump avrà una finestra di due mesi per fare ciò che vuole – ha aggiunto Ferrari -. Fra il 3 novembre e il 5 gennaio, quando si insedierà il nuovo Congresso, disporrà ancora di un Congresso che lavora per lui e di pieni poteri. È una delle ragioni per cui quel periodo potrebbe essere quello in cui l’America riprenderà l’azione».

Lo scenario Mediorientale

Ci sono però altri attori in Medio Oriente il cui ruolo si sta evolvendo, come la Turchia, che cerca di ampliare il proprio ruolo di grande protagonista e l’Arabia Saudita, direttamente minacciata dagli Houthi, oltre alla complicata situazione in Siria e in Libano. «Esistono tre sistemi di attori che controllano o plasmano la regione – ha spiegato Hayman -. Il primo è il sistema sciita iraniano, con l’Iran e tutti i suoi gruppi alleati. Uno di questi sono gli Houthi, attualmente impegnati in una guerra attiva contro i sauditi. Su indicazione dei loro leader iraniani, bloccano lo stretto di Bab el-Mandeb per impedire che il petrolio della regione si diriga verso sud, nell’Indo-Pacifico. Il secondo è il sistema “progressista”, un gruppo di Paesi che aspira a un futuro migliore e vuole lasciarsi alle spalle le ostilità del passato. Comprende gli Emirati Arabi Uniti, sostanzialmente i Paesi degli Accordi di Abramo, la Giordania e l’Egitto. Sono Stati che hanno firmato accordi di pace con Israele per affrontare le sfide quotidiane della sicurezza nazionale, dal cambiamento climatico alla tecnologia, all’intelligenza artificiale e a qualunque altro obiettivo di sviluppo, attraverso relazioni con Israele e abbandonando i pesi del passato. Il peso più radicale è il conflitto israelo-palestinese».

C’è poi un terzo blocco, costituito da un nuovo sistema sunnita radicale, anti-israeliano, che sta emergendo e consolidando la propria posizione, grazie al fatto che da un lato l’asse sciita è indebolito e dall’altro la reputazione di Israele nella regione a causa della guerra a Gaza è così negativa che al momento le possibilità di espansione degli Accordi di Abramo sono molto ridotte. «Il resto del sistema sunnita anti-israeliano sta quindi evolvendo verso un nuovo blocco che comprende Arabia Saudita, Turchia e Pakistan – ha continuato l’esperto – e cercano di includere la Siria e forse anche l’Egitto. Sono contrari a Israele, che però affrontano non come un nemico, ma come un concorrente strategico. Cercano di approfittare della debolezza degli sciiti e dell’Iran, sottoposti alla pressione americana. E non si fidano degli Stati Uniti come garanti della loro sicurezza. Il problema è che la Turchia sfrutterà questa evoluzione per competere con Israele e limitarne l’espansione in Medio Oriente, e soprattutto guidare un sistema sunnita in competizione con Israele.»

Questa analisi trova concorde l’Ambasciatore Ferrari, che però aggiunge: «Certamente assistiamo a un ritorno di alcuni Paesi musulmani, come Turchia e Pakistan, ma non credo che abbiano la capacità o la forza di fare molto di più. Hanno firmato un trattato con l’Arabia Saudita, ma non la stanno difendendo. Se l’Arabia Saudita punta su Turchia e Pakistan, ha fatto una cattiva scommessa. Non sarà un buon accordo».

Il ruolo delle elezioni israeliane

Inevitabile, poi, parlare delle imminenti elezioni israeliane del 27 ottobre e di un nuovo governo che dovrebbe nascere da queste, e di come questo potrà essere coinvolto in un nuovo conflitto con l’Iran.

«Questa è la campagna elettorale più cruciale che Israele abbia mai avuto, e non sappiamo come andrà – ha spiegato Hayman -. Al momento non sembra possibile che il cosiddetto “blocco del cambiamento” (che comprende gadi Eisenkot, Yair Lapid, Naftali Bennet, Avigdor Lieberman e Yair Golan, ndr) raggiunga una maggioranza di 61 seggi senza il sostegno dei partiti arabi, mentre la coalizione non avrebbe la maggioranza senza sottrarre parlamentari all’opposizione. La campagna sembra ruotare attorno alla condivisione dell’onere della sicurezza attraverso l’arruolamento degli ultraortodossi, ma credo che questa non sia la vera questione. La vera questione è che cosa sia Israele. È ancora il Paese che è stato storicamente, che aspira alla pace, ad accordi, alla stabilizzazione e all’integrazione mondiale e regionale? Oppure è diventato un Paese post-traumatico, che aspira a una guerra prolungata e a una concezione della sicurezza nazionale estremamente aggressiva? Questa è la vera domanda, ma viene evitata perché politicamente è molto più efficace parlare degli ultraortodossi».

«Non credo che l’attuale governo otterrà una maggioranza tale da tornare semplicemente alla normalità – concorda l’Ambasciatore Ferrari -. Ci saranno cambiamenti. E qualunque siano, Israele avrà un periodo di “luna di miele” con la comunità internazionale, di circa due-quattro mesi, soprattutto con l’Europa ma anche con altri Paesi. Vedremo se la nuova, la vecchia o una leadership mista saprà approfittarne per risollevare il Paese e recuperare parte della sua credibilità internazionale. Credo che questa sia la vera sfida per Israele».