di Nina Deutsch
Il sindaco di New York lancia la prima strategia municipale contro l’antisemitismo: 6,4 milioni di dollari per la prevenzione, un milione per la sicurezza e nuovi interventi nelle scuole. Ma il piano non definisce l’antisemitismo e lascia aperta la questione più controversa: dove passa il confine tra critica a Israele, antisionismo e odio antiebraico?
«La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni», recita il vecchio detto. E i buoni propositi servono a poco se non sono seguiti da fatti concreti. È una riflessione che sorge spontanea davanti alla notizia diffusa ieri, martedì, dal sindaco di New York Zohran Mamdani: un piano municipale di una trentina di pagine per contrastare l’antisemitismo e i crimini d’odio, con nuovi fondi per la sicurezza, la prevenzione, l’educazione e la tutela delle istituzioni ebraiche.
L’iniziativa è significativa, anche perché arriva dopo mesi di polemiche sul rapporto del sindaco con Israele e sul modo in cui ha affrontato il tema dell’antisemitismo, con posizioni diverse all’interno della comunità ebraica.
È dunque proprio alla luce di questo passato recente che va letto il nuovo piano del sindaco. Se la lotta all’antisemitismo è oggi una priorità dichiarata, resta da capire con quale idea di antisemitismo e, soprattutto, quale sia il confine che Mamdani intende tracciare tra la critica a Israele, l’antisionismo e l’odio antiebraico.
I numeri spiegano in parte la portata del problema. Secondo i dati e le dichiarazioni del New York Police Department (NYPD) e riportate dal Jewish News Syndicate (JNS), negli ultimi anni i crimini d’odio antiebraici confermati hanno rappresentato tra il 50% e il 60% del totale in città. Lo ha riferito il 16 settembre al City Council il vice commissario per gli affari legali Michael Gerber, sottolineando come la tendenza sia cresciuta significativamente dopo il 7 ottobre 2023. Nei primi otto mesi del 2026, secondo i dati diffusi dalla città, i crimini d’odio confermati sono aumentati del 16% e quelli antisemiti del 9%. Gli ebrei sono circa il 10% della popolazione newyorkese, ma rappresentano più della metà delle vittime dei crimini d’odio confermati. Il +182% citato dal JNS per il primo mese del mandato di Mamdani si riferisce invece a un diverso periodo e criterio statistico.
Il piano di Mamdani, come riporta il Forward, interviene su questo terreno con una serie di misure. I fondi per il programma Partners Against the Hate salgono a 6,4 milioni di dollari, raddoppiando i finanziamenti dell’anno precedente, mentre un altro milione viene destinato alla sicurezza fisica di sinagoghe e altri luoghi di culto e organizzazioni vulnerabili. Sono previsti interventi nelle scuole sulla storia ebraica, visite degli studenti al Museum of Jewish Heritage, il completamento del memoriale dell’Olocausto nel Queens con 2 milioni di dollari e 2,5 milioni per il Center for New Jewish Culture di Brooklyn.
I 26 milioni di dollari citati da City Hall riguardano invece l’investimento complessivo annunciato dall’amministrazione nell’Office for the Prevention of Hate Crimes, all’interno del quale il nuovo piano colloca una parte delle iniziative. È una distinzione che consente di capire meglio la dimensione finanziaria effettiva del provvedimento.
Mamdani ha presentato l’iniziativa come una risposta a una preoccupazione emersa ripetutamente nei suoi incontri con gli ebrei newyorkesi: la crescita dell’antisemitismo e il timore per la sicurezza. «Questo non è solo inaccettabile, è qualcosa che tutti noi abbiamo l’obbligo di cambiare. E l’amministrazione comunale sarà in prima linea in questo impegno», ha detto in un video diffuso su diverse piattaforme.
Ma proprio qui il piano lascia aperta la questione politica più controversa. Il documento non adotta una definizione formale di antisemitismo e non chiarisce dove, secondo l’amministrazione, passi il confine tra antisionismo e antisemitismo. «New York City può e deve utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per combattere efficacemente l’antisemitismo, senza bisogno di adottare una definizione per questa specifica forma di odio», si legge nel documento.
La scelta è coerente con l’impostazione data dall’amministrazione. Phylisa Wisdom, responsabile del Mayor’s Office to Combat Antisemitism e autrice della strategia, ha spiegato che l’amministrazione ha seguito un modello simile alla strategia nazionale contro l’antisemitismo elaborata nel 2023 dall’amministrazione Biden, che prendeva in considerazione più definizioni e strumenti, tra cui quella dell’International Holocaust Remembrance Alliance, il Nexus Document e la Jerusalem Declaration on Antisemitism. L’obiettivo dichiarato è proteggere gli ebrei newyorkesi indipendentemente dalle loro posizioni politiche, senza trasformare la disputa sulle definizioni in un ostacolo all’azione.
È però proprio questa scelta a riaprire il nodo che accompagna il primo cittadino fin dall’insediamento.
Nel suo primo giorno da sindaco, Mamdani revocò in blocco gli ordini esecutivi emanati da Eric Adams dopo l’incriminazione dell’ex sindaco nel 2024. Tra questi c’erano anche due provvedimenti particolarmente sensibili: quello che adottava la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) di antisemitismo e quello che limitava il boicottaggio e il disinvestimento da Israele. Mamdani motivò la decisione con la volontà di cancellare gli atti adottati da Adams dopo l’incriminazione, ma la revoca ebbe anche l’effetto di eliminare quelle specifiche politiche.
Da allora la questione è rimasta sospesa: come distinguere la critica a Israele e al suo governo dall’ostilità verso gli ebrei? E soprattutto, quali parole e quali comportamenti devono essere considerati incompatibili con la tutela della comunità ebraica?
È lo stesso nodo che ha accompagnato Mamdani durante la campagna elettorale. Nel giugno 2025, interrogato sulla frase «globalizzare l’Intifada», si rifiutò inizialmente di condannarla, spiegando che persone diverse potevano attribuirle significati differenti. Un mese dopo dichiarò che non avrebbe utilizzato quella formula e che avrebbe scoraggiato altri dal farlo. La frase non era stata pronunciata da lui.
Anche quest’anno il sindaco ha scelto di non partecipare alla tradizionale parata in onore di Israele sulla Fifth Avenue, diventando il primo sindaco di New York a non prendervi parte. La decisione è stata collegata alla sua posizione sul conflitto israelo-palestinese e al suo sostegno ai diritti dei palestinesi.
Sul piano internazionale, lo scontro con il governo israeliano è ormai esplicito. Mamdani ha accusato il governo israeliano di aver commesso un genocidio a Gaza e ha ripetutamente sostenuto che il primo ministro Benjamin Netanyahu dovrebbe essere arrestato sulla base del mandato emesso dalla Corte penale internazionale. Durante il suo discorso all’Assemblea generale dell’Onu della scorsa settimana, Netanyahu ha attaccato direttamente il sindaco, accusandolo di diffondere menzogne su Israele e definendolo «il sindaco antisemita di New York».
In breve, da una parte Mamdani, che ha in più occasioni distinto la propria opposizione alle politiche del governo israeliano dall’antisemitismo, ribadendo il proprio impegno a proteggere gli ebrei newyorkesi; dall’altra, alcune organizzazioni e personalità ebraiche secondo cui la sua retorica sul conflitto rischierebbe di alimentare un clima nel quale l’ostilità verso Israele finisce per riversarsi anche sugli ebrei della città.
Come riferisce The Guardian, Ofir Akunis, console generale israeliano a New York, è arrivato a sostenere che la posizione del sindaco abbia messo in pericolo gli ebrei newyorkesi. Il rabbino Rick Jacobs, presidente dell’Union for Reform Judaism, ha invece accolto positivamente alcuni elementi del piano, ma ha chiesto a Mamdani di abbassare i toni della sua retorica su Israele, sostenendo che in alcuni casi gli attacchi antisemiti siano alimentati dall’antisionismo.
Altri esponenti della comunità ebraica hanno assunto una posizione diversa. Organizzazioni progressiste come Bend the Arc e J Street hanno apprezzato la scelta di non fissare una sola definizione dell’antisemitismo. L’Anti-Defamation League, invece, ha criticato l’assenza di una definizione formale e chiesto che la città adotti un riferimento chiaro.
Ed è forse questo il punto centrale della vicenda. Il piano di Mamdani è concreto in molti suoi aspetti: mette denaro sulla sicurezza, rafforza la prevenzione, interviene sull’educazione, sostiene le vittime e prova a costruire un rapporto più sistematico con le istituzioni ebraiche. Non è quindi soltanto una dichiarazione di principio.
Ma non scioglie il nodo politico che ha reso così difficile, finora, il rapporto tra il sindaco e una parte della comunità che intende proteggere. La strategia sceglie deliberatamente di non stabilire un confine preciso tra antisionismo e antisemitismo. È una scelta che l’amministrazione considera funzionale alla tutela dei diritti e alla libertà di critica; per altri rappresenta invece una lacuna che impedisce di affrontare una delle forme contemporanee attraverso cui l’odio antiebraico può manifestarsi.
È una distinzione difficile, ma reale. E il fatto che il nuovo piano non la risolva non significa necessariamente che sia inutile. Significa che la parte più controversa della storia di Mamdani sull’antisemitismo, per ora, resta aperta.



