L’economia del Tunnel

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Sono i supermercati di Gaza. O il Duty Free, come li chiamano in molti.

Nel 2007 erano solo una ventina, nel 2008 più di 500. Dai tunnel che i palestinesi hanno scavato nella zona del Corridoio Filadelfia, confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, passa di tutto: cibo, capre, benzina, sigarette, vestiti, elettrodomestici.
Ma, soprattutto, armi.

Secondo dati dell’intelligence israeliana, a partire dal ritiro di Israele da Gaza, nel 2005, Hamas ha armato tra i 20.000 e i 30.000 combattenti proprio grazie al contrabbando di armi via tunnel. Un vero mercatino sotterraneo. Sono stati tra i primi bersagli della Operazione “Piombo Fuso”, iniziata lo scorso 26 dicembre. “Non sono visibili, ma è facile individuarli poiché i proprietari addobbano le entrate con veli e tende colorate” raccontano fonti militari.

Il contrabbando di armi è stato quindi fermato, ma anche quello degli alimenti. “Non si trova più cibo” dice Nima Burdeini, 11 figli, residente di Rafah, il campo profughi vicino al confine con l’Egitto; “oggi ho dato ai bambini solo pomodori da mangiare, ma non ho trovato neppure pane”. Burdeini ora conta solo sugli aiuti umanitari per sfamare la famiglia: “I bambini sono anche più affamati del solito, le scuole sono chiuse, nessuno gioca all’aperto e i miei figli sono diventati cavallette affamate”.
A Gaza il costo della farina è salito alle stelle, “un commerciante mi ha chiesto 100 dollari per un chilo di farina” racconta Hiba Dahshan, 22 anni.

Sono più di duecento, secondo fonti palestinesi, i tunnel distrutti dai bombardamenti.
“Più di due terzi della merce venduta a Gaza proviene dai tunnel” racconta Omar Shaban, consulente per lo sviluppo economico di Gaza alle Nazioni Unite. “Dodicimila dei diciottomila abitanti della zona di Rafah lavoravano nella cosiddetta ‘economia dei tunnel’, chi scava, chi porta la merce altrove, chi vende… È la nuova economia di Gaza”.

I tunnel sono lunghi dai 200 metri al chilometro e ci vogliono mesi per completarne uno. Secondo Y-net, il sito internet del quotidiano israeliano Yedioth Ahronot, la costruzione costa ai proprietari del terreno 100 dollari al metro. “Ho perso migliaia di dollari in merce pagata in anticipo agli egiziani” racconta Abu Sufian, proprietario di uno dei tunnel distrutti. “L’economia di Hamas non si basa solo sui tunnel. Tasse e altri tipi di commercio gli permetteranno di continuare ad armarsi”, suggerisce Shaban.

Intanto la diplomazia internazionale cerca di fare pressioni affinché venga firmato un armistizio. “Per raggiungere il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza occorre impedire il contrabbando di armi che dall’Egitto rifornisce Hamas”. Questa la posizione espressa ieri mattina, da Tony Blair, inviato speciale in Medio Oriente. “Bisogna chiudere i tunnel che dall’Egitto vanno alla Striscia di Gaza – ha detto – e consentono ad Hamas l’approvvigionamento di armi e denaro”.
È infatti grazie ai tunnel che la Striscia di Gaza è diventata un enorme arsenale di armi. È entrata pure tecnologia per la produzione di Kassam dalla gittata almeno doppia, di 20 chilometri, per colpire fin nei dintorni di Tel Aviv.

“La creazione di una fascia controllata lungo il confine egiziano di 4-500 metri, per rendere più difficile la costruzione di tunnel, e il controllo militare del Nord della Striscia, l’area da dove partono i Kassam”: questo un probabile scenario per il futuro, secondo Ely Karmon, tra i maggiori studiosi israeliani di terrorismo.
“I tunnel sono uno degli aspetti più importanti per il raggiungimento di una tregua” conferma Mark Regev, portavoce del Primo Ministro israeliano Olmert “è di vitale importanza per Israele che termini il passaggio di armi dall’Egitto”.

“Qualsiasi soluzione fisica potrà funzionare a breve termine” dice Efraim Inbar, direttore del centro per gli studi strategici Begin-Sadat dell’Università di Bar Ilan. “L’unica soluzione è convincere gli egiziani a non far passare più nulla; solo politicamente si potranno ottenere risultati sul campo”.

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