La stella e il dragone: Israele e la Cina, un rapporto molto complicato

Mondo

di Nathan Greppi

Tra i due paesi c’è un idillio commerciale, nonostante le proteste degli Stati Uniti che vorrebbero che lo Stato ebraico fosse meno collaborativo con Pechino. Problematica la visione geopolitica del gigante asiatico: i cinesi appoggiano i palestinesi in sede internazionale e spalleggiano l’Iran chiedendo l’annullamento delle sanzioni. Due campi, due diverse prospettive

Quando, il 26 giugno 2019, l’azienda Huawei annunciò di voler fare grossi investimenti in Israele per il mercato dei pannelli solari, ciò avveniva in un periodo particolare: solo il giorno prima, la compagnia cinese aveva dichiarato che non avrebbe più operato negli Stati Uniti, soprattutto perché vi era la crescente preoccupazione che attraverso il 5G nelle telecomunicazioni, la Cina avrebbe potuto spiare con maggiore facilità i cittadini dei paesi occidentali. E mentre in Italia diversi analisti hanno denunciato nel 2021 i rischi legati agli investimenti cinesi per prendere il controllo dei porti di Trieste, Taranto e Palermo, già nel 2015 il Ministero dei Trasporti israeliano aveva firmato un memorandum in collaborazione con la compagnia statale cinese Shanghai International Port Group (SIPG), alla quale è stata fatta una concessione per la gestione del porto di Haifa dal 2021 al 2046.
Questi esempi sono indicativi dei rapporti talvolta ambigui tra lo Stato ebraico e la Cina: nemici ai tempi della Guerra Fredda, negli ultimi anni i due paesi hanno stipulato molti scambi commerciali, che hanno spesso irritato gli americani.
Tuttavia, i legami tra le due nazioni non si possono semplicemente definire “buoni o cattivi”, in quanto sullo sfondo ci sono interessi economici e geopolitici spesso contrastanti.

Cenni storici
Come spiega il sito Jewish Virtual Library, già negli anni ‘30 David Ben Gurion predisse che la Cina sarebbe diventata in futuro una delle più grandi potenze mondiali. Tuttavia, il governo di Pechino ha mantenuto posizioni filopalestinesi fino agli anni ‘80, e nella stessa fase non forniva visti d’ingresso agli israeliani che non avessero una seconda cittadinanza. Dagli anni ‘70 in poi, dopo che la Cina si distanziò dai sovietici per avvicinarsi agli Stati Uniti, migliorarono anche le relazioni con Israele.
Le relazioni diplomatiche vere e proprie iniziarono dapprima, nel 1990, tramite canali non ufficiali e poi, a partire dal gennaio 1992, in maniera ufficiale, culminando nella visita in Israele avvenuta nel 2000 dell’allora Presidente cinese Jiang Zeming.

Scambi commerciali e culturali
Oggi la Cina rappresenta il terzo partner commerciale per Israele a livello mondiale (dopo USA e UE), e il primo in Asia. Il valore degli scambi è passato da 50 milioni di dollari nel 1992 a 13,1 miliardi nel 2017. Nel 2020 la Cina è diventata il paese dal quale Israele ha maggiori importazioni, del valore di 9,44 miliardi di dollari. Gli investimenti cinesi nelle start-up israeliane sono triplicati dal 2012 al 2015, e solo nel 2016 valevano un totale di 16,5 miliardi.
Nel 2017, le autorità israeliane e cinesi hanno firmato a Pechino un accordo da 300 milioni di dollari per consentire a Israele di esportare in Cina coltivazioni ecosostenibili e nuove tecnologie nel settore energetico. Mentre nel 2018 si tenne nella Provincia di Guangdong il China-Israel Investment Summit, dove 140 compagnie israeliane e 800 cinesi hanno discusso di temi quali il manifatturiero, la biomedicina e l’economia digitale.
Anche in ambito accademico gli scambi sono proficui: a partire dal 2012, sono state conferite oltre 1.000 borse di studio in Israele a studenti e ricercatori post-dottorato cinesi. All’Università di Haifa, il numero di studenti cinesi è passato da 20 nel 2013 a 200 nel 2016. E solo nel 2018, più di 1.000 studenti cinesi hanno frequentato le università israeliane, e 500 israeliani hanno studiato in Cina. Sempre nel 2013, il miliardario cinese Li Ka-Shing, uno degli uomini più ricchi del continente asiatico, ha donato 130 milioni di dollari al Technion di Haifa, per promuovere una collaborazione congiunta tra l’ateneo e l’Università di Shantou. Un anno dopo, nel maggio 2014, l’Università di Tel Aviv ha siglato un accordo con l’Università Tsinghua di Pechino per investire 300 milioni nella creazione del centro di ricerca XIN, incentrato sulle biotecnologie e le tecnologie per l’ambiente.
Un aumento vertiginoso è avvenuto anche nel flusso di turisti tra i due paesi: quelli cinesi che si recano in Israele sono passati da circa 50.000 nel 2015 a 100.000 nel 2017, per raggiungere la cifra record di 156.100 turisti nel 2019, l’anno prima del Covid. Inoltre, per far conoscere maggiormente il paese asiatico agli israeliani, nel novembre 2017 è stato inaugurato l’Istituto Culturale Cinese di Tel Aviv, creato in collaborazione con la loro ambasciata in Israele.

Interessi militari e geopolitici
Sin dagli anni ‘80, lo Stato Ebraico è un grosso fornitore di tecnologie belliche per Pechino, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo dei carri armati e dell’aviazione: stando ad un report della United States-China Economic and Security Review Commission, Israele è il secondo fornitore al mondo per la Cina di sistemi armamentari, subito dopo la Russia e prima di Francia e Germania.
Ciò ha suscitato non poche preoccupazioni da parte degli Stati Uniti, che in alcuni casi hanno fatto pressione sugli israeliani affinché non vendessero alla Cina le loro tecnologie: nel 2000, ad esempio, Israele stava per vendere un sistema radar chiamato Phalcon per intercettare velivoli, ma Washington li ha costretti ad annullare l’accordo.
Altri problemi sono sorti in merito al già citato porto di Haifa, in quanto le navi della Marina americana vi fanno spesso tappa, e c’era il timore che i cinesi ne approfittassero per spiarli.
Le reazioni da parte della Casa Bianca si sono susseguite sempre più frequentemente negli ultimi anni: durante una visita a Gerusalemme il 13 maggio 2020, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha chiesto testualmente agli israeliani di “fermare qualunque azione possa rafforzare il Partito Comunista Cinese, anche se ciò include annullare progetti già pianificati.” In risposta, l’Autorità Israeliana per la Protezione dei Dati ha proibito ai cinesi di costruire infrastrutture comunicative nel paese, e le compagnie israeliane nel settore delle comunicazioni non usano componenti cinesi nel loro equipaggiamento.
In risposta alle pressioni di Pompeo è intervenuto Wang Yongjun, portavoce dell’Ambasciata cinese in Israele, facendo notare che i loro investimenti nello Stato Ebraico rappresentano solo lo 0,4% di tutti gli investimenti cinesi nel mondo, e che negli ultimi 5 anni, solo il 4% degli investimenti nel settore hi-tech israeliano proveniva dalla Cina.
Un tema su cui invece le due nazioni non vanno molto d’accordo è la questione israelo-palestinese: già nel 2016 il Presidente Xi Jinping, ospite della Lega Araba, ha rimarcato la loro posizione che vuole la nascita di uno stato palestinese a fianco d’Israele, con Gerusalemme Est come capitale. Inoltre, nel 2021 la Cina si è schierata con il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU quando questi ha deciso di indagare su presunte violazioni dei diritti umani da parte d’Israele nei territori palestinesi. Altra questione su cui sono in disaccordo è l’Iran, in quanto per la Cina rappresenta un partner commerciale importante e pertanto si è opposta alle sanzioni tese a impedirgli di sviluppare il nucleare.

Una seconda guerra fredda?
In conclusione, quello delle relazioni israelo-cinesi è un tema molto complesso, che abbraccia molti campi. Amici negli affari ma molto meno nelle relazioni geopolitiche, questi due paesi condividono interessi comuni ma adottano anche posizioni diametralmente opposte su altre tematiche. In particolare, Israele si ritrova incastrata in mezzo ad una sorta di “Seconda Guerra Fredda”, come l’ha definita lo storico scozzese Niall Ferguson, che vede contrapporsi Washington e Pechino per il ruolo di più grande potenza mondiale. Una guerra il cui esito non è ancora stato scritto.

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