Palazzo distrutto in Iran da attacco israelo-americano

La guerra contro il regime islamico iraniano e la fine dell’illusione europea della distanza

Mondo

di Davide Cucciati
L’offensiva contro il regime iraniano chiama in causa direttamente anche l’Europa, come spazio esposto a una minaccia che Israele considera ormai sistemica. Questo il messaggio principale trasmesso dall’ambasciata israeliana in Italia il 6 marzo durante una conferenza stampa per i giornalisti. Non a caso, una delle formule usate nel corso della conferenza stampa è stata questa: “wake up call for Europe and for the West”.

Jonathan Peled, ambasciatore israeliano in Italia
Jonathan Peled, ambasciatore israeliano in Italia

L’ambasciatore Jonathan Peled ha precisato fin da subito che l’operazione è guidata dagli Stati Uniti e risponde a due obiettivi essenziali: neutralizzare la minaccia dei missili balistici iraniani e fermare il programma nucleare prima che il danno diventi irreparabile. È stata ribadita anche un’altra linea, niente “boots on the ground”. La guerra, secondo quanto sostenuto dai relatori, deve essere breve, intensa e concentrata sugli assetti che rendono il regime iraniano una minaccia regionale e potenzialmente globale. La linea israeliana è netta: una guerra preventiva contro una minaccia che, nella lettura di Gerusalemme, ha ormai superato la soglia della tollerabilità. Sul piano interno iraniano, Peled ha richiamato un dato attribuito a fonti statunitensi, secondo cui il regime avrebbe ucciso 35.000 manifestanti in un mese e mezzo. In questa chiave, l’indebolimento militare del sistema può aprire uno spazio di scelta al popolo iraniano.

Quanto al conflitto in corso, i numeri evocati servono a restituirne la scala. Israele ha richiamato in servizio attivo oltre 100.000 riservisti, più di 1.300 abitazioni israeliane sono state danneggiate, gli sfollati superano quota 2.400, i cittadini israeliani uccisi sono stati 11 e i feriti più di 120. Sul versante operativo, la linea israeliana rivendica oltre 1.500 obiettivi colpiti in Iran e in Libano, più di 40 alti ufficiali eliminati, oltre 5.700 munizioni impiegate e più di 200 velivoli dell’aeronautica coinvolti. Peled ha inoltre sottolineato che, in questi sei giorni, circa 10 milioni di israeliani hanno dovuto cercare riparo negli shelter.

La minaccia iraniana: oltre il Medio Oriente

La Repubblica islamica è stata descritta come un attore che ha già dimostrato in passato di poter colpire lontano dai propri confini e ben oltre il fronte israeliano. In questo quadro è stato richiamato l’attentato del 1994 contro l’AMIA, l’Associazione Mutualità Israelita Argentina di Buenos Aires, citato come prova storica della capacità iraniana di proiettare terrore su scala internazionale.

Su questo sfondo si colloca l’insistenza sul programma missilistico. Durante l’incontro è stata sostenuta con forza la tesi secondo cui l’Europa meridionale rientrerebbe nel raggio potenziale dei vettori iraniani e che, con adattamenti tecnici e una riduzione della testata, persino Roma potrebbe teoricamente essere raggiungibile. In particolare, è stato richiamato il caso del Khorramshahr-4, presentato come missile basato sul BM-25 di derivazione nordcoreana, con una gittata standard di circa 2.000 chilometri e una testata da 1.500 chilogrammi. Secondo quanto illustrato, una versione modificata del vettore, alleggerita fino a una testata di circa 750 chilogrammi e accompagnata da un’ottimizzazione della traiettoria, potrebbe estendere il raggio fino a 3.000 chilometri, arrivando teoricamente a includere Roma.

Israele ha voluto chiarire agli europei che la minaccia non si esaurisce in Medio Oriente e che la distanza gografica non costituisce più una garanzia. Nella stessa logica si inserisce la rappresentazione molto ampia delle azioni attribuite a Teheran nella regione. Il discorso israeliano ha insistito sull’idea di un Iran che colpisce e prova a colpire, anche con missili a grappolo, una pluralità di Paesi, dall’Azerbaijan al Golfo, fino alla Turchia, membro della NATO, e a obiettivi europei come Cipro. Sul punto, l’ambasciatore Peled ha tenuto a citare le parole del viceministro degli Affari Esteri Edmondo Cirielli: “Colpire infrastrutture civili è inaccettabile e rappresenta un atto irresponsabile e criminale, che si aggiunge alla serie di attacchi terroristici che l’Iran sta conducendo in questi giorni nel Golfo e nella regione, lanciando deliberatamente missili e droni contro infrastrutture e popolazione civile in spregio ad ogni regola del diritto internazionale”.

Altrettanto rilevante è stata la ricostruzione proposta sul medio periodo. Secondo quanto sostenuto dall’ambasciata israeliana, il regime islamico iraniano disponeva di circa 3.000 missili all’epoca dell’operazione “Rising Lion”. In seguito, ha recuperato parte delle proprie capacità e oggi, pur in condizioni degradate, manterrebbe ancora circa 2.500 missili. Il punto decisivo è questo: se lasciato indisturbato, il programma avrebbe potuto portare Teheran a quota 8.000 missili entro il 2027.

Il Libano e il fallimento del contenimento

Il secondo grande pilastro dell’incontro è stato il Libano. Hezbollah è stato descritto come un attore pienamente operativo e ancora armato. Soltanto il 2 marzo, il movimento sciita avrebbe lanciato oltre 140 tra razzi e missili e più di 20 droni contro Israele, colpendo il nord del Paese e la fascia costiera. Il punto forse più duro ha riguardato il fallimento dei tentativi di contenimento. La tesi sostenuta dall’ambasciata israeliana è che Hezbollah abbia continuato a rafforzarsi più rapidamente di quanto la comunità internazionale e lo Stato libanese siano riusciti a disarmarlo o anche solo a limitarlo. I numeri citati vanno in questa direzione: circa 2.284 violazioni del cessate il fuoco dal novembre 2024 e solo circa 672 affrontate dall’esercito libanese. A questo si aggiunge una descrizione del riarmo di Hezbollah come processo continuo e multilivello, traffico di armi attraverso Siria, Iraq e Turchia, importazione di componenti elettronici e materiali da costruzione, circuiti finanziari e operazioni di riciclaggio legate a fondi dei Pasdaran.

Da qui discende anche la critica frontale a UNIFIL e alle Forze armate libanesi: la missione internazionale ha fallito i propri obiettivi e l’esercito libanese non ha la capacità reale di fermare Hezbollah. È questa la tesi che Israele illustra per giustificare sia la propria libertà d’azione sia il rafforzamento della postura difensiva nel sud del Libano. Le operazioni di Tzahal nel Paese dei Cedri sono state presentate come una campagna mirata contro un’infrastruttura militare complessa. In questa chiave sono stati descritti attacchi contro nodi di comando e controllo, bersagli di alto valore, reti di finanziamento e rifornimento e infrastrutture offensive. Parallelamente, Israele ha voluto valorizzare il tema della mitigazione del danno ai civili libanesi, richiamando avvisi preventivi, ordini di evacuazione, uso di munizioni precise e sorveglianza aerea. È un punto che Gerusalemme considera sempre più decisivo anche sul piano della legittimazione internazionale. Infine, il rafforzamento delle postazioni nella parte meridionale del Libano è stato spiegato come misura necessaria a proteggere i centri abitati israeliani e a impedire il ripetersi di uno scenario simile a quello del 7 ottobre.

La cornice strategica

L’Iran è stato presentato come il centro strategico della minaccia, Hezbollah come il suo braccio avanzato sul fronte libanese e l’Europa come lo spazio politico che non può più permettersi l’illusione della distanza.

È questo il punto essenziale. Israele ha cercato di fissare una cornice strategica, quella di una guerra che riguarda l’intero Occidente, chiamato ad aumentare la cooperazione anche in funzione di contenimento di un asse sempre più stretto tra Iran, Russia, Corea del Nord e Cina.