Alla prossima edizione della Biennale Arte di Venezia 2026, Russia e Israele non potranno concorrere per i riconoscimenti ufficiali. La decisione, annunciata dalla giuria internazionale, segna una presa di posizione netta e senza precedenti recenti nel panorama dell’arte contemporanea.
La commissione, guidata da Solange Farkas, ha dichiarato all’unanimità che non prenderà in esame quei Paesi i cui leader risultano accusati di crimini contro l’umanità presso la Corte Penale Internazionale. Una scelta che si traduce, nei fatti, nell’esclusione di Russia e Israele dalla corsa ai Leoni, inclusi il Leone d’Oro per la miglior partecipazione nazionale e quello per il miglior artista.
Una decisione politica dentro un’istituzione culturale
La giuria ha motivato la propria posizione sottolineando il ruolo storico della Biennale come spazio di dialogo tra arte e attualità. “Abbiamo una responsabilità nei confronti del presente”, affermano le giurate, evidenziando il legame strutturale tra produzione artistica e rappresentanza statale, elemento cardine dell’architettura stessa della Biennale.
In questa prospettiva, la scelta non viene presentata come un atto isolato, ma come un’estensione coerente dell’impostazione curatoriale lasciata da Koyo Kouoh, orientata a rafforzare il ruolo etico dell’arte. L’intento dichiarato è quello di riaffermare un impegno concreto nella difesa dei diritti umani, anche a costo di ridefinire i criteri di valutazione artistica.
Tra guerra e boicottaggi: il contesto internazionale
La decisione si inserisce in un clima già fortemente polarizzato. Negli ultimi anni, i padiglioni di Russia e Israele sono stati spesso oggetto di proteste e campagne di boicottaggio, in particolare alla luce della guerra in Ucraina e del conflitto a Gaza.
In questo contesto, la Biennale si è progressivamente trasformata in uno spazio in cui l’arte rivendica apertamente una dimensione politica, oltre che estetica. Non a caso, nelle settimane precedenti, un gruppo di artisti e curatori coinvolti nella mostra principale aveva diffuso una lettera aperta chiedendo misure ancora più radicali.
Nel documento si sosteneva che “esiste una soglia oltre la quale la partecipazione non può essere normalizzata”, proponendo l’esclusione di delegazioni ufficiali provenienti da Stati coinvolti in crimini di guerra. Tra questi venivano citati non solo Russia e Israele, ma anche gli Stati Uniti, ampliando ulteriormente il perimetro del dibattito.
Una giuria internazionale e plurale
La giuria della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte si distingue per la varietà di provenienze e competenze. Accanto a Farkas figurano la curatrice Zoe Butt, la direttrice Elvira Dyangani Ose, la docente Marta Kuzma e la storica dell’arte Giovanna Zapperi. Un gruppo eterogeneo che ha scelto di esprimersi in modo compatto su una questione destinata a far discutere.
La linea adottata dalla giuria apre interrogativi destinati a segnare il futuro delle grandi esposizioni internazionali.
Scontro con l’Unione Europea: taglio ai finanziamenti
Parallelamente alla scelta della giuria, un altro fronte di tensione si è aperto sul piano istituzionale ed economico. La Commissione europea ha deciso di revocare circa due milioni di euro di finanziamenti alla Biennale, contestando la decisione di ammettere nuovamente la Russia alla 61ª esposizione dopo anni di assenza legati all’invasione dell’Ucraina. Bruxelles ha concesso trenta giorni alla Fondazione per giustificare la propria posizione, mentre il portavoce Thomas Regnier ha espresso una condanna esplicita per la riapertura del padiglione russo. La Biennale, dal canto suo, rivendica di non avere l’autorità di escludere Paesi riconosciuti dallo Stato italiano, riaffermando la propria vocazione come spazio di dialogo, apertura e libertà artistica. Una frattura che evidenzia il difficile equilibrio tra autonomia culturale e pressioni politiche internazionali, destinato a incidere non solo sul dibattito simbolico ma anche sulla sostenibilità economica dell’istituzione.



