Irving: la sentenza di Vienna e il veleno di Sergio Romano

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David Irving è stato con- dannato a tre anni di prigione per sue dichia- razioni fatte in Austria nel 1989 in violazione alla Legge che proibisce di mettere in dubbio l’Olocausto o l’esaltazione del nazismo nella terra natale del dittatore nazista. Ma cosa ha detto di così grave per far sì che la festa per il suo 70° compleanno che si sarebbe dovuta tenere a un raduno di nostalgici avrà invece luogo nel cortile di una prigione austriaca?

Durante un suo viaggio in Austria nel 1989, Irving affermò che ad Auschwitz non erano mai esistite camere a gas, che i sopravvissuti erano “casi psichiatrici” e che sei milioni di ebrei non erano stati uccisi dal regime hitleriano, ma che 74.000 di loro erano morti per cause naturali nei campi di lavoro e che i restanti erano stati nascosti dopo la guerra in campi di raccolta e quindi portati in Palestina, dove vivono oggi sotto nuova identità. Diversamente dalle fantasie e sbruffonate di altri millantatori e dietrologi, le parole di Irving – soprattutto se son dette da uno che si autodefinisce “storico” – hanno davvero il potenziale di suscitare il male. E per questo la condanna è stata dura.

Tre anni per Irving sono tanti, ma bisogna capire. Ecco perché è intuibile che mentre altri Stati – ad esempio, la Gran Bretagna e gli Usa non hanno leggi antinegazioniste – non avrebbero ragione di condannare Irving, Austria e Germania hanno decretato che la negazione dell’Olocausto e il genocidio e l’apologia del nazismo è un crimine e quindi perseguibile penalmente, anche se questo rischia di conferire agli antisemiti l’aureola di vittime.
Coloro che interessatamente cercano di fondere la questione controversa delle vignette danesi col caso Irving dovrebbero non dimenticare che le leggi antinegazioniste di Austria (e Germania) non sono tanto intese a proteggere i sentimenti di una minoranza religiosa quanto lo strenuo sforzo di impedire che la storia si ripeta. Come si suol dire: “Mai più”.

La persona più qualificata a commentare la sentenza di Vienna ci sembra sia Deborah Lipstadt, che subì un processo per diffamazione intentato da Irving e del quale conosce quindi bene i risvolti e le malizie. Sentiamo cosa dice: “Ho combattuto per sei anni in un processo per diffamazione di quest’uomo contro di me. Per tre mesi al tribunale di Londra ho dovuto ascoltare le cose più orribili che diceva contro gli ebrei, i neri e i sopravvissuti. Sbeffeggiava quelli che parlavano di camere a gas e derideva i racconti dei sopravvissuti su quello che avevano patito. Quando si trattava di demolire il ‘mito dell’Olocausto’ lo pervadeva un sacro furore. Noi siamo riusciti a dimostrare che ciascuna – non qualcuna, non la maggior parte, ma tutte – delle affermazioni di Irving erano marciume, menzogne, distorsioni, falsi.
Perse clamorosamente. Quando il giudice – che lui con un lapsus significativo aveva chiamato ‘mein Fuehrer’ – sentenziò che aveva distorto e falsificato la storia e che le sue conclusioni erano solo una messa in scena, la reputazione di Irving fu ridotta a brandelli a cui fece seguito un crollo finanziario”.

Alla lunga la giustizia sembra prevalere. Tuttavia all’indomani del verdetto di Vienna (20 febbraio 2006), che lo ha condannato a tre anni di detenzione, la Lipstadt non esulta.

“Noi ebrei che per secoli da parte di tutte le autorità abbiamo patito sulla nostra pelle quello che è la censura, non dovremmo sostenerla. E poi io non credo che la censura sia efficace perché trasforma la persona censurata in un frutto proibito, lo rende più attraente. Io sono per principio contraria a leggi che favoriscono la censura, sono contro leggi sulla negazione dell’Olocausto, sono contro leggi che impediscono la pubblicazione di vignette in Danimarca.

C’è un modo migliore di combattere il negazionismo che non contare sulla transitoria forza della legge. La verità storica è la nostra arma migliore. Sotto l’aspetto sia ideologico sia strategico la verità e la storia sono più potenti delle leggi, specie quelle che sembra che contrastino l’ideale di libertà di espressione.

Il modo migliore per contrastare il negazionismo è quello di insegnare a quanti più possibile la storia, perché chi sa non cade preda di distorsioni della verità di stile-Irving. Nella tradizione ebraica la parola ‘emet’, verità, costituita com’è della prima, della mediana e dell’ultima lettera dell’alfabeto, comprende ogni cosa, e per quanto dolorosa sia da ascoltare, è la nostra difesa più potente. Non abbiamo bisogno di combattere i negazionisti. Abbiamo la storia dalla nostra parte”.

Ma l’ultima interpretazione avvelenata ce la offre Sergio Romano che, rispondendo a una lettera sul Corriere del 25 febbraio, scrive: “Irving ha avuto la cattiva sorte di finire nelle mani di un paese che era costretto a dar prova di particolare zelo. … dopo il caso di Waldheim e di Haider … l’Austria per riscattarsi è diventata in queste faccende più realista del re. …un risultato … prodotto dall’istituzione dei ‘Giorni della Memoria’ decretati da alcuni Parlamenti … è stato quello di elevare una verità storica (il genocidio) al rango di “verità di Stato”. E alcuni gruppi di pressione pretendono ora che il diniego di quella verità sia trattato alla stregua di un reato. E offrono così a qualche malizioso musulmano il diritto di affermare che anche l’Europa ha un Maometto di cui è vietato parlare male”.

Da parte di un editorialista del Corriere che ha il potere di influenzare e creare l’opinione pubblica queste parole sono velenose e pericolose.

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