Il 20 giugno è la giornata mondiale del Rifugiato: le attività delle comunità ebraiche per l’integrazione dei migranti

Mondo

di Ilan Cohn 
direttore HIAS Europe, Onlus ebraica di assistenza umanitaria internazionale

Nel corso della storia, gli ebrei sono stati rifugiati, costretti a lasciare le loro terre per sfuggire alle numerose persecuzioni antisemite. Il 20 giugno celebriamo la giornata mondiale del rifugiato, e  fortunatamente ora quasi tutti gli ebrei nel mondo hanno la possibilità di vivere in sicurezza. Adesso è quindi il nostro turno di aiutare chi è in difficoltà.

HIAS Europe, la mia organizzazione, è stata fondata più di un secolo fa a New York e ha aiutato più di quattro milioni di ebrei in Europa a fuggire dalle persecuzioni. HIAS ha sedi in Austria, Belgio e Grecia, e tuttavia siamo un’organizzazione nuova nella comunità ebraica europea. Il mio stesso ufficio a Bruxelles è stato aperto solo nel 2019 e già gestisce progetti umanitari in 13 paesi nel mondo, dalla Colombia all’Ucraina, dal Ciad ad Israele.

Stiamo anche collaborando con le comunità ebraiche europee, quindi permettetemi di approfittare di questa opportunità per invitare gli ebrei europei a farsi avanti ed esprimere solidarietà con i rifugiati. Si può esprimere solidarietà donando o facendo del volontariato con ONG ebraiche, come HIAS, oppure impegnandosi a sostenere i rifugiati nel loro processo di integrazione nelle nostre comunità.

Una classe di orientamento per rifugiati

Per esempio, la comunità ebraica Beth Hillel di Roma sostiene l’Onlus Casa Africa, fornendo tablet agli alunni che devono studiare da casa, organizzando corsi di cucina e serate per celebrare lo Shabbat insieme. Quest’anno, il progetto di Beth Hillel viene finanziato da HIAS Europe e JDC (American Jewish Joint Distribution Committee). Anche l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (Ucei) sostiene i migranti che arrivano in Italia tramite i corridori umanitari. A Milano, Ucei collabora con la Comunità ebraica di Milano e con la Comunità di Sant’Egidio per l’inserimento dei rifugiati nel capoluogo lombardo. Ucei si impegna anche a livello internazionale, sostenendo la comunità ebraica bosniaca nell’affrontare i bisogni umanitari dei richiedenti asilo bloccati al confine con la Croazia.

Chiunque può aiutare e facilitare il processo di integrazione dei rifugiati: organizzazioni non governative, sinagoghe, movimenti giovanili, associazioni di studenti, associazioni professionali o semplicemente gruppi di amici o vicini che condividono questo desiderio. Molto spesso però sono proprio le comunità religiose locali che prendono l’iniziativa e accompagnano i rifugiati sin dal primo giorno del loro arrivo in Europa, aiutandoli ad integrarsi nelle loro nuove case, scuole, lavori e così via. I volontari possono presentare i rifugiati ai loro amici, alle loro famiglie e vicini, invitarli alle cene di Shabbat, a gite o a partecipare ad attività di volontariato nelle associazioni locali o di quartiere.

Il momento è critico. Il 2020 ha registrato un numero record di sfollati, oltre 80 milioni, e solo una piccola parte di loro è riuscita a reinsediarsi altrove. A causa della pandemia, l’Europa ed altri paesi hanno chiuso le frontiere e hanno smesso di accogliere rifugiati, trasformando così un’imminente crisi in un vero e proprio disastro umanitario.

In effetti, la pandemia ha peggiorato notevolmente le condizioni degli sfollati. Più del 70% di coloro che ricevono aiuti da HIAS non erano più in grado di soddisfare i loro bisogni primari di cibo, rispetto al 15% prima della pandemia. Per rispondere alla crisi, HIAS ha aumentato l’assistenza economica e le sovvenzioni ai rifugiati. In tanti paesi quest’assistenza si è rivelata una vera e propria ancora di salvezza. In Ecuador, ad esempio, abbiamo collaborato con i supermercati locali per aiutare i richiedenti asilo ad acquistare cibo a credito.

Molti di noi sono attualmente concentrati sull’impatto negativo che la pandemia sta avendo sulla nostra società ed economia. Inoltre, alcuni di noi temono che i rifugiati, soprattutto quelli provenienti da paesi a maggioranza musulmana, abbiano atteggiamenti antisemiti. Ma anche nel caso in cui ciò fosse vero, dovremmo cercare di interagire con loro, perché quando i rifugiati incontrano di persona– spesso per la prima volta nella loro vita – degli ebrei, tendono in realtà a formarsi un’opinione positiva.

Mostrare empatia e facilitare l’integrazione dei rifugiati, ad esempio attraverso la partecipazione a programmi di integrazione nella comunità, è sicuramente la strategia migliore per superare la sfiducia reciproca. Sebbene alcune volte i rifugiati vengano accusati di non essersi integrati con successo nella nostra società, possono diventare cittadini produttivi e costruttivi – e noi possiamo sostenerli in questo processo. Gli esempi delle comunità ebraiche italiane già coinvolte in tali progetti mostra che possiamo davvero fare la differenza nella vita dei rifugiati, anche all’interno delle nostre comunità.

 

Se sei interessato/a a partecipare, contattaci: HIASEurope@hias.org.

 

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