Stazione Monastirion, foto di Laura Brazzo

Grecia: vogliamo vivere. Dateci il tempo di guarire

di Laura Brazzo

Stazione Monastirion, foto di Laura Brazzo
Stazione Monastirion, foto di Laura Brazzo

Il 17 giugno i cittadini greci hanno finalmente eletto il nuovo governo. L’incertezza, i dubbi, lo stato di attesa che si erano creati nelle ultime settimane si sono sciolti in poche ore: i greci hanno scelto per la continuità con il passato, per l’euro e per l’austerity. Tutto inviariato dunque: le persone, i programmi per il futuro, la crisi. Niente di nuovo si profila all’orizzonte politico greco ed europeo. Il partito di centro-destra Nea Democratia, che ha ottenuto la maggioranza dei voti, formerà il nuovo governo insieme ai social democratici del Pasok e a quelli di Sinistra Democratica. I neo-nazisti di Alba dorata hanno più o meno confermato l’exploit delle elezioni del 6 maggio, ottenendo il 7% dei voti e 18 seggi in parlamento.

Di fronte a questo esito, nient’affatto scontato, molti in Europa hanno tirato un sospiro di sollievo e con essi, seppur in modo molto diverso, anche la piccola comunità ebraica greca. Infatti, se la maggioranza dei voti ottenuti da Nea Democrazia ha lasciato un po’ l’amaro in bocca a molti greci, specialmente i più giovani, ha fatto tirare il fiato a molti ebrei ellenici. E vedremo perché.

Oggi in Grecia vivono circa 5000 ebrei, divisi per lo più fra Atene e Salonicco e poi altre più piccole comunità come Ioannina, Rodi, Corfù, Volos, Larisa. Sono organizzati in Comunità che a loro volta sono rappresentate da un Comitato centrale delle Comunità ebraiche greche (K.I.S. – Kentrikò Israelitikò Sumboulio, la nostra Ucei, per capirci).

Queste comunità sono tutto quel che è rimasto di una presenza ebraica fiorentissima che, fra la fine dell’800 e i primi del ‘900, contava 100.000 persone e che poi è stata quasi completamente spazzata via dalla Shoah.

Oggi la piccola comunità greca è perfettamente integrata nel paese. Ha due sinagoghe – una di rito sefardita e una di rito romaniota; un centro culturale, un museo, una scuola ebraica e anche un Memoriale dedicato alle vittime della Shoah.

Ad Atene la sede della Comunità ebraica, il Memoriale della Shoah e le due sinagoghe – quella di Beit Shalom di rito sefardita e quella di Etz Haim, romaniota – si trovano lungo una stradina assolata del centro, adiacente al grande museo del Kerameikos. Il quartiere è quello del Thiseio, a due passi dall’Acropoli.

Odòs Melidoni e le vie circostanti non formano un quartiere ebraico, che non esiste, ma molti degli ebrei di Atene risiedono in questa zona.

Quando entro negli uffici della Comunità, ad attendermi trovo Rakela, la segretaria del presidente Benjamin Albalas, con cui ho appuntamento. Mi offre subito un bicchiere d’acqua e pasticcini alle mandorle, come ristoro per la camminata sotto il sole.

Rakela parla uno splendido italiano – che ha imparato in un paio di anni di studio alla scuola ebraica di Roma – ed è piacevole scambiare con lei qualche impressione sulla città, i greci, la crisi, le elezioni… nessuno parla d’altro ad Atene in questi giorni. Mi racconta che in questi anni molte cose sono cambiate, ad Atene e in tutta la Grecia. Anche la gente è cambiata, dice, è diventata più povera ma anche più dura. “Atene, i greci, prima non erano così”, mi dice Rakela. C’è un velo di amarezza nei suoi occhi, mentre pronuncia queste parole che più volte in questi giorni ho sentito ripetere da molte persone, le più diverse.

Camminando per la città, appena girato l’angolo dell’Acropoli e dei siti turistici, la tensione si tocca con mano, la si legge sui volti delle persone che incroci, la cogli dal numero di poliziotti che sfrecciano in moto per le strade o che stazionano in gruppo agli angoli delle vie. Balza immediatamente agli occhi che ad Atene esiste un problema di droga e micro-criminalità molto forte; e che alcune strade, anche del centro, da una certa ora del giorno in poi, sono off limits per tutti.

“Gli ebrei di Atene sono colpiti da questa crisi come tutti i greci”, mi dice il presidente della Comunità, Benjamin Albalas. Quando lo incontro nel suo ufficio, mancano ancora due giorni alle elezioni e tutti i discorsi alla fine cadono sul tema di cui tutti i greci parlano in quei giorni, la crisi economica, il futuro.

“Il tasso di disoccupazione in Grecia è altissimo, siamo attorno al 22-23%; gli stipendi e le pensioni sono calati del 30-35%. Una attività su quattro è stata costretta a chiudere perché non ci sono più clienti, perché non ci sono soldi per acquistare nuovi beni, perché non si riescono più a pagare gli affitti. A causa della disoccupazione non si riescono più a pagare le bollette, ma nemmeno comprare le medicine – e questo è un problema particolarmente grave per chi soffre di malattie croniche.

Le tasse sono altissime, colpiscono le proprietà, le rendite provenienti dalle proprietà, e persino le donazioni. Questa è la situazione in generale in Grecia. Dal punto di vista specifico della comunità ebraica, i problemi che stiamo affrontando sono gli stessi”, mi spiega Albalas.

“Come Comunità paghiamo allo Stato il 20% di tasse sulle entrate provenienti dalle proprietà, oltre che sulle proprietà stesse – che siano affittate o vuote non fa alcuna differenza. Ma nel frattempo abbiamo perso il 30% delle entrate mensili e sono aumentate le persone che ci chiedono aiuto – per pagare le rette scolastiche, ma anche per comprare medicinali”.

Molti ebrei, specie i più giovani, sono rimasti senza lavoro; molti hanno dovuto chiudere negozi, attività… con tutte le conseguenze che si possono immaginare. “Le donazioni annuali, che riceviamo specialmente in occasione di Kippur, sono calate del 60% e molte persone ci chiedono di non pagare la retta alla comunità sebbene sia molto bassa, 90 euro all’anno per i giovani”.

“Come Comunità abbiamo degli obblighi nei confronti dei nostri iscritti che ci chiedono aiuto ed è nostro dovere cercare di fare il possibile per andare loro incontro, ma diventa sempre più difficile. Per fortuna – continua Albalas – qualche aiuto ci viene dall’estero, dalle organizzazioni ebraiche Usa e israeliane, il Joint, la Claims Conference, la Jewish Federation of North America e la Jewish Agency for Israel, in Israele. Anche dall’Europa non mancano aiuti, che ci vengono soprattutto dalla Comunità del Lussemburgo”. Oggi la kehillà ateniese è composta da circa 3000 persone, su 5000 ebrei cittadini greci. La maggioranza è di origine safardita, ma soprattutto ad Atene c’è ancora un buon numero di romanioti. Lo stesso Albalas, è di origini romaniote, “ed è per questo, mi spiega, che non parlo nessuna delle lingue ladine!”. (I romanioti sono gli ebrei più vicini al rito italiano ben romì. Il loro nome deriva da “seconda Roma”: sono di lingua greca ma di rito italiano, né sefarditi, né ashkenaziti).

Chiedo al presidente Albalas se in Grecia esista antisemitismo e la sua risposta è rassicurante. “Al momento, nonostante questa crisi di cui non vediamo la fine in tempi rapidi, non abbiamo registrato episodi particolari di antisemitismo. È vero, il partito neo-nazista Alba dorata ha ottenuto un successo inaspettato e il suo leader ha fatto dichiarazioni di tipo negazionista. Ma questa alla fine è retorica… Finora nessuna violenza è stata compiuta contro gli ebrei e le loro proprietà. I neo-nazisti di Alba dorata oggi sfogano tutta la loro violenza contro gli immigrati – africani, pakistani, indiani, maghrebini. Come tutti i greci siamo preoccupati e coinvolti da quanto sta accadendo, dall’aumento della xenofobia e del razzismo, ma, per ora, non percepiamo una speciale minaccia contro di noi, come ebrei. D’altra parte, anche l’estrema sinistra non ci rassicura. Le loro posizioni anti-israeliane rappresentano, dal nostro punto di vista, un pericolo – seppur diverso da quello dei neo-nazisti. Per quanto riguarda invece i partiti di centro, per molti anni sono stati vicini alla comunità ebraica greca e oggi le cose sono diventate ancora più semplici grazie al miglioramento delle relazioni fra Grecia e Israele. In un’area difficile come questa, con la questione di Cipro sempre aperta, Israele può essere un vero amico e una risorsa per tutti i greci”.

Della stessa opinione è anche il presidente del Comitato delle comunità ebraiche greche, David Saltiel: “I partiti greci, fatti salvi quelli delle compagini estreme, hanno stabilito buone relazioni con Israele. C’è un continuo scambio di rappresentanze, diplomatiche ed economiche fra Atene e Gerusalemme. E di questo siamo veramente contenti. Dal punto di vista strettamente ebraico, l’aiuto che ci viene da Israele è enorme: abbiamo ricevuto un sostegno finanziario pari a un milione di euro. Oltre a questo tipo di sostegno, ci aiutano per esempio con l’invio di insegnanti per le scuole. Quest’estate abbiamo organizzato un campo estivo di un mese con insegnanti israeliani. Bambini ebrei da tutta la Grecia avranno modo così di unire all’attività ricreativa e sportiva anche lezioni di ebraico da insegnanti madrelingua”. Per quanto riguarda invece la situazione politica interna, Saltiel si sofferma soprattutto sulla sorpresa con cui gli ebrei hanno accolto la notizia del successo del partito neo-nazista. “Nessuno se lo aspettava. Finora Alba dorata era un partito che non andava oltre lo 0,2%. Secondo noi si è trattato di un voto di protesta, contro gli accordi che il partito di destra ‘storico’, Laos, ha preso con i partiti di governo di Nea Democratia e Pasok. Questo, insieme all’insofferenza ormai fortissima della gente verso il problema dell’immigrazione clandestina, sono a nostro parere le ragioni dell’exploit di Alba dorata. Non possiamo pensare altrimenti; non possiamo pensare che da un momento all’altro i greci (o almeno una parte di essi) che hanno combattuto contro il nazismo, che hanno avuto così tante vittime durante la guerra, siano diventati improvvisamente nazisti loro stessi. Noi comunque come Comitato delle Comunità, abbiamo fatto una manifestazione per ottenere dal governo una legge che escluda questo genere di partiti in Parlamento. Per ora non l’abbiamo ottenuta, ma appena sarà formato il nuovo governo, torneremo a chiedere che per legge nessun partito nazista possa avere seggi in Parlamento, proprio come accade in tutta Europa”.

Chiedo a David Saltiel cosa pensa a proposito del tema di cui tutti parlano da settimane, ovvero l’uscita della Grecia dalla zona dell’Euro. “La mia opinione su questo è che è impensabile un’Europa senza Grecia. Abbiamo tanti problemi, forse abbiamo commesso degli errori, e vogliamo rimediare. Ma abbiamo bisogno di tempo. Non si può cambiare all’improvviso la mentalità della gente, un certo modo di vita. Le riforme vanno fatte con gradualità. Quel che è accaduto sinora, la repentinità dei cambiamenti introdotti ha distrutto il Paese”. “Molti giovani”, osserva Saltiel, “stanno lasciando la Grecia. Vanno all’estero a studiare e poi, data la situazione, stentano a rientrare. Anche questo è un problema per il futuro del Paese. Come si può pensare di ricostruire senza i giovani? E questo discorso vale per la Grecia come anche per la Comunità ebraica. Per quanto ci riguarda, noi stiamo facendo il possibile per aiutare i giovani, e in ogni caso per essi Israele rimane una delle principali mete di emigrazione ed Israele è lieto di accoglierli, nelle università come nel mondo del lavoro. Dal punto di vista della sopravvivenza delle comunità in Grecia, abbiamo pensato che l’adozione di misure non restrittive nei confronti dei matrimoni misti e dell’educazione dei figli di questi matrimoni potessero essere una soluzione. Non si può pensare di creare una scuola con venti bambini! Siamo così pochi da non avere scelta. Per noi quel che è importante è che anche i figli dei matrimoni misti possano ricevere un’educazione ebraica; quando vengono nelle nostre scuole sanno che riceveranno un’educazione ebraica e il genitore non ebreo deve accettare questa regola. Secondo noi questa scelta è positiva, perché alla fine l’importante è la continuità dell’ebraismo e della cultura ebraica. Cerchiamo di andare incontro anche ai figli di matrimonio misto con madre non ebrea. In questo caso i ragazzi, all’età di 13 anni, dopo aver studiato nelle nostre scuole possono decidere se convertirsi all’ebraismo”.

Su questo specifico tema abbiamo voluto sentire anche l’opinione del rabbino di Atene, rav Isaak Mizan. “Se uno dei due coniugi non è ebreo, celebrano un matrimonio civile. I maschietti con mamma cristiana, chiedono di fare la circoncisione. Madre ebrea con padre non-ebreo, la circoncisione è invece, paradossalmente, più rara. Perché in genere i padri goyim si oppongono, ed essendo i maschi più ‘forti’ nella coppia -e in una società maschilista-, prevale la scelta del padre. Non siamo super ortodossi, cerchiamo di andare incontro alle persone. La comunità nel suo complesso, composta da sefarditi e romanioti, è molto unita. Come rabbino ortodosso, mi sento di dover stare vicino a tutti quanti, sefarditi e romanioti, osservanti e laici, senza differenza. La nostra è una comunità molto integrata. Anche i rapporti con la chiesa ortodossa sono buoni, non abbiamo problemi con loro. Proprio la settimana scorsa mi è capitato di celebrare una milà a cui ha partecipato un metropolita ortodosso molto vicino al Pope. È stato per molti aspetti un evento. I rappresentanti della Chiesa ortodossa, per la loro legge, non possono assistere al rito della circoncisione, che pure è una delle loro festività (sul calendario ortodosso, il 1° gennaio è indicato come festa della Circoncisione di Gesù). Il metropolita si è messo la kippà, è stato accanto a me e si è stupito della rapidità con cui avviene la circoncisione. Ma non ha voluto essere fotografato né ripreso. La sua è stata una trasgressione alla legge della Chiesa ortodossa, ma una trasgressione che si è sentito di dover fare. Abbiamo in comune numerose cose, usanze e tradizioni, che nei secoli la chiesa ha voluto dimenticare o negare”.