Il premier Beniamon Netanyahu sul luogo colpito da missili iraniani a Arad

Guerra Israele-Iran: escalation al Nord, raid e smentite sui negoziati

Mondo

di Anna Balestrieri

Aggiornamento – 25 marzo 2026, ore 10: La notte tra il 24 e il 25 marzo segna un ulteriore aggravarsi del conflitto tra Israele, Iran e il fronte libanese guidato da Hezbollah, mentre sul piano diplomatico si moltiplicano segnali contraddittori provenienti da Washington.

Una vittima civile nel Nord: colpita durante un attacco missilistico

È di una vittima e due feriti il bilancio dell’ultimo attacco di Hezbollah sulla Galilea. La vittima è Nuriel Dubin, 27 anni, educatrice e riservista, uccisa da schegge dopo l’impatto di un razzo nei pressi di Rosh Pina, nel nord di Israele.

La giovane, che avrebbe dovuto sposarsi a settembre, è diventata il simbolo umano di una guerra sempre più vicina ai centri abitati.

Altri due civili sono rimasti feriti in modo lieve, mentre le sirene hanno risuonato in tutta l’area settentrionale.

Pioggia di razzi e droni: il fronte libanese si intensifica

Secondo l’esercito israeliano, Hezbollah ha lanciato circa 30 razzi in un’unica raffica, accompagnati da droni, in quello che appare come parte di una strategia di pressione costante.

Dall’inizio della nuova fase del conflitto, il 2 marzo, il gruppo sciita avrebbe sparato una media di 150 razzi al giorno, due terzi dei quali contro obiettivi militari lungo il confine, il resto verso il territorio israeliano.

Il Nord di Israele si conferma così il fronte più instabile e imprevedibile, con attacchi sempre più profondi e frequenti.

Missili iraniani: colpita Safed

Parallelamente, Iran ha lanciato una nuova serie di missili balistici contro Israele. Uno degli ordigni ha colpito la città di Safed, causando feriti lievi per schegge di vetro.

Dall’inizio della guerra, il 28 febbraio, oltre 400 missili balistici iraniani sono stati lanciati verso Israele, con un tasso di intercettazione dichiarato del 92% per quelli diretti verso aree popolate.

La risposta israeliana: raid mirati e operazioni in Libano

L’esercito israeliano ha intensificato le operazioni in Libano, colpendo obiettivi di Hezbollah e infrastrutture legate all’Iran.

Tra le operazioni più rilevanti:

ucciso a Beirut un esponente della Forza Quds, braccio esterno dei Pasdaran

eliminati cinque operativi Hezbollah nel sud del Paese, a Bint Jbeil

colpiti centri di comando e postazioni missilistiche

Secondo le stime militari, oltre 600 combattenti Hezbollah sarebbero stati uccisi dall’inizio delle operazioni, insieme a più di 2.000 obiettivi colpiti.

Israele guarda al Litani: ritorno alla “zona di sicurezza”?
Sul piano politico-militare, si rafforza l’ipotesi di una presenza israeliana prolungata nel sud del Libano.

Il ministro della Difesa ha dichiarato che Israele intende mantenere una “zona di sicurezza” fino al fiume Litani, mentre altri esponenti governativi propongono addirittura uno spostamento permanente del confine.

Uno scenario che richiama la lunga occupazione israeliana del Libano meridionale tra il 1982 e il 2000.

Washington e Teheran: negoziati o illusione?

Sul fronte diplomatico, le dichiarazioni restano confuse. Il presidente Donald Trump continua a sostenere che un accordo con l’Iran sia vicino, e che Israele potrebbe raggiungere i propri obiettivi anche attraverso un’intesa.

Tuttavia, da Teheran arriva una smentita netta: “Gli Stati Uniti stanno negoziando con se stessi”, ha dichiarato la leadership militare iraniana, escludendo qualsiasi possibilità di dialogo reale.

Fonti riferiscono che Washington avrebbe comunque informato preventivamente Israele delle condizioni proposte a Teheran.

Una guerra su più livelli

Il conflitto appare ormai articolato su tre piani simultanei: militare, con bombardamenti incrociati tra Israele, Iran e Hezbollah; regionale, con il rischio di coinvolgimento di altri attori mediorientali; diplomatico, segnato da annunci, smentite e trattative opache

Mentre i civili continuano a pagare il prezzo più alto, la distanza tra dichiarazioni politiche e realtà sul terreno sembra aumentare di ora in ora.

I giorni precedenti


Nelle giornate del 21 e 22 marzo il conflitto tra Israele e Iran ha registrato una brusca escalation, coinvolgendo anche Hezbollah e aprendo nuovi scenari regionali e internazionali. Missili, raid mirati e dichiarazioni politiche sempre più dure delineano un quadro in rapido deterioramento, ma ancora privo di un punto di rottura definitivo.

Attacchi incrociati e fronte interno sotto pressione

Il 21 marzo si è aperto con un attacco contro il sito nucleare iraniano di Natanz, seguito da una risposta immediata di Teheran. Missili iraniani hanno colpito il centro di Israele, causando danni a un asilo a Rishon LeZion e feriti.

Nel corso della giornata, la situazione è precipitata nel sud del Paese: Dimona e Arad sono state bersaglio di lanci ripetuti, con decine di feriti. A Dimona si registrano oltre 40 feriti, tra cui un bambino in condizioni gravi. Ad Arad, un missile di circa 450 kg ha colpito direttamente un’area residenziale: oltre 120 feriti, alcuni critici, edifici distrutti e persone intrappolate sotto le macerie. Solo l’accesso tempestivo ai rifugi ha evitato un bilancio di vittime molto più grave.

Parallelamente, l’Iran ha tentato di colpire la base statunitense sull’isola di Diego Garcia con un missile balistico a lungo raggio, segnalando un possibile allargamento del conflitto oltre il Medio Oriente.

Il fronte nord e il coinvolgimento di Hezbollah

Il 22 marzo si è aperto con un attacco di Hezbollah nel nord di Israele: a Misgav Am un missile ha colpito un veicolo, causando la morte di Ofer Moskovitz. Successivamente, un’indagine preliminare ha rivelato che l’uomo sarebbe stato ucciso da fuoco amico, evidenziando la complessità operativa del conflitto.

Nella stessa giornata, nuovi lanci hanno colpito anche Tel Aviv e Petah Tikva, con feriti ma senza vittime.

Israele ha reagito intensificando le operazioni militari: raid su obiettivi strategici in Iran, avanzata nel sud del Libano e decisione di distruggere infrastrutture chiave, come i ponti sul fiume Litani, per ostacolare Hezbollah. Per la prima volta, anche unità haredi sono state impiegate in operazioni in Libano, segno di una mobilitazione sempre più ampia.

Pressione internazionale e rischio escalation globale

Sul piano internazionale, la crisi ha assunto contorni ancora più complessi. Donald Trump ha inizialmente lanciato un ultimatum all’Iran, minacciando attacchi alle infrastrutture energetiche, per poi sospendere temporaneamente l’azione militare a fronte di possibili negoziati.

Le dichiarazioni contrastanti da Washington e Teheran — tra aperture diplomatiche e smentite — riflettono un equilibrio instabile, mentre il prezzo del petrolio reagisce immediatamente alle tensioni.

Intanto, voci dal mondo arabo criticano l’assenza di una risposta coordinata della Lega Araba, mentre da Israele arriva un messaggio chiaro: la guerra è considerata ancora a metà e destinata a proseguire.

Una guerra senza pausa

Nonostante l’alto numero di feriti e i danni diffusi, il bilancio delle vittime resta contenuto rispetto alla potenza degli attacchi — un dato che molti leader israeliani definiscono “miracoloso”. Tuttavia, la quotidianità è segnata da sirene, scuole chiuse e popolazione nei rifugi.

La domanda centrale non è più quando finirà il conflitto, ma quanto potrà ancora allargarsi. Tra missili a lungo raggio, fronti multipli e tensioni globali, la crisi tra Israele e Iran si conferma come uno dei punti più pericolosi dell’attuale scenario internazionale.