Afghanistan, l’ultimo ebreo di Kabul contro la Sharia dei talebani

Mondo

di Paolo Castellano

In Rete e nei media tradizionali sono molte le immagini dei civili afghani che stanno provando a lasciare il paese dopo la caduta di Kabul avvenuta lo scorso 15 agosto, quando le truppe talebane hanno conquistato il paese asiatico dopo 20 anni di presenza americana in Afghanistan.

La comunità internazionale è preoccupata per le azioni di vendetta dei talebani nei confronti di chi ha collaborato con gli occidentali e di chi non voglia sottomettersi alla Sharia, la legge coranica.

C’è però chi ha deciso di non fuggire, di resistere nonostante le minacce dei talebani. Tra loro c’è Zabulon Simantov, 62 anni, l’ultimo ebreo afgano.

Come riporta Israel National News, Simantov ha promesso di restare nella sua patria dove ha vissuto per tutta la vita e dove lavora come custode alla sinagoga della città di Kabul.

Una decisione che si contrappone alle precedenti dichiarazioni di Simantov; l’uomo aveva detto che avrebbe definitivamente lasciato l’Afghanistan dopo le festività ebraiche di settembre, sollevando i timori di una possibile persecuzione da parte dei talebani.

«I talebani hanno cercato di convertirmi e sono stato imprigionato quattro volte», ha dichiarato Simantov a WION News. 

Attualmente non si hanno più notizie di Simantov. Per questo motivo diversi utenti dei social media hanno espresso preoccupazione per la sorte dell’ultimo ebreo di Kabul, pubblicando preghiere e appelli.

Qualora Simantov dovesse partire – o nel peggiore dei casi venire ucciso – la sinagoga verrà chiusa e si perderanno 2mila anni di storia ebraica in Afghanistan. Infatti, all’inizio del XX secolo vivevano all’incirca 40mila ebrei nel paese dell’Asia centrale.

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