Ahi Sud America! Quell’incerto e felice paradiso esotico degli ebrei in fuga

di Ilaria Myr

Prosperi e satolli come in Brasile, o in crollo demografico vertiginoso come in Bolivia. In forma smagliante come in Colombia, o in massiccia fuga come in Venezuela. Gli ebrei del continente sudamericano si presentano oggi come una realtà a macchia di leopardo e tutt’altro che omogenea; una geografia variabile fatta di Paesi accoglienti e in pieno boom, ma anche di isole inospitali e dal volto arcigno. Di fatto, a noi arriva molto poco di quell’ebraismo lontano e antico, arricchitosi con le immigrazioni soprattutto negli ultimi 80 anni. Ne seguiamo le vicende più eclatanti, quelle che i media, con molta parsimonia, riportano qui in Italia. Abbiamo magari anche amici o parenti che vivono in uno di quei Paesi. Ma rimane il fatto che ciò che accade in Sud America è, in Europa e in Italia, poco conosciuto. Questo vale per tutto ciò che avviene alle Comunità ebraiche di laggiù: che si tratti di episodi di antisemitismo o di fatti positivi per l’ebraismo locale, il risultato è che comunque lo spazio loro dedicato dagli stessi media sudamericani resta esiguo, cosa che rende ancor più difficile per noi italiani capire il mondo ebraico dei latinos.

Eppure, l’ebraismo del Sud America ha origini antiche, fortemente intrecciate con la storia europea soprattutto a partire dal XVI-XVII secolo e, poi, del XX secolo. Oggi si può parlare di Comunità ebraiche in tutti i Paesi del Sud America, con evidenti differenze che rendono questa realtà estremamente complessa, molteplice, affascinante. In questa inchiesta cercheremo quindi di capire, a grandi linee, come gli ebrei sono inseriti all’interno di quelle società, alcune delle quali in forte crisi economica e politica, in cui non mancano rigurgiti antisemiti – spesso camuffati da antisionismo -, sostenuti in molti casi dagli stessi governi. Soprattutto, andremo a indagare qual è il sentimento dominante nelle Comunità ebraiche rispetto a ciò che succede oggi e circa il futuro dei loro Paesi.

Una ricerca dell’American Joint Distribution Committee, condotta tra circa 400 leader comunitari di 20 Paesi diversi del Centro e del Sud America, ha disegnato un identikit del continente ebraico sudamericano davvero interessante. Un primo dato riguarda la densità della popolazione ebraica, che risulta essere diminuita in questi ultimi anni del 60%. Solo l’11% segnala un incremento, in gran parte per merito dell’alto tasso di natalità fra gli ortodossi.

Non mancano le criticità: la maggior parte degli intervistati considera come esistano all’interno della propria Comunità tensioni fra le distinte correnti confessionali (ortodossi, non religiosi e conservatori-liberali), il cui senso di appartenenza è molto sentito. Diffusa la paura per una crescente disaffezione nei confronti della vita comunitaria. Ma una delle questioni che genera i maggiori conflitti, e che è sentita come una minaccia, è quella dei matrimoni misti e dell’assimilazione. Per evitare la dispersione dei giovani, gli sforzi delle comunità sono sempre più rivolti all’educazione e al loro coinvolgimento nella vita ebraica.

Per quanto riguarda l’antisemitismo, le opinioni si spaccano: un 50% pensa che i livelli rimarranno stabili nel futuro, mentre un’altra metà sostiene che cresceranno. Interessante, però, è vedere come la maggior parte del mondo ebraico consideri le organizzazioni ebraiche internazionali come uno strenuo baluardo difensivo contro l’antisemitismo. Mentre partiti politici, gruppi religiosi, organizzazioni di diritti umani e gli stessi governi nazionali, sono percepiti come alleati deboli nella lotta contro l’antisemitismo. In generale, emerge un sentimento positivo diffuso circa la vita degli ebrei in questi Paesi. Il feedback migliore ci viene dal Brasile, dove il 100% per cento del campione ha detto di essere molto contento della propria vita ebraica; al secondo posto troviamo il Messico (94%), e poi Cile e Colombia (90%), Perù (89%), Argentina (87%) e Paraguay (70%). Spicca quindi, nero su bianco, il risultato negativo del Venezuela: per il 79% dei dirigenti comunitari di questo Paese le condizioni NON sono favorevoli alla vita ebraica. Non dimentichiamo che risale allo scorso marzo la scomparsa del presidente Hugo Chavez -ben note le sue posizioni filo-arabe e anti-israeliane-, sostituito oggi dal suo delfino Nicolas Maduro in seguito a elezioni molto controverse e il cui risultato ha portato a manifestazioni di protesta in tutto il Paese.

Don’t cry for me Argentina

Uno stabile disequilibrio. O un equilibrio instabile? L’Argentina è il Paese che vanta la comunità ebraica più popolosa di tutto il Latino America, ed è il settimo di tutto il mondo: ci vivono, infatti, più di 250.000 ebrei, dislocati principalmente nelle città di Buenos Aires (200.000), Rosario (20.000), Cordoba (9.000), ma anche in altre località, come Concordia, la Plata e Mar de la Plata, e in piccole comunità rurali. Sono più di 70 le istituzioni educative, inclusi asili, scuole primarie e secondarie: solo a Buenos Aires sono quasi 20.000 i bambini che li frequentano. Ci sono anche 18 cimiteri nel Paese, sette dei quali ancora in uso.

Tutti questi numeri danno un’idea veloce, ma molto chiara, dell’ampiezza e dell’organizzazione della Comunità più importante del Sud America: una realtà antica, le cui origini risalgono all’Inquisizione spagnola e portoghese, e che è stata prospera per la gran parte della sua storia. Nel 2001, tuttavia, con la crisi che ha devastato l’economia locale, molte famiglie ebraiche, fino ad allora appartenenti alla “middle class”, sono diventate da un giorno all’altro dei “nuovi poveri”. Negli anni, lentamente la situazione si è ripresa, anche se si è ben lontani dal raggiungere la stabilità economica e soprattutto politica. Corruzione, populismo, censura dei media sono infatti le più gravi delle molte accuse che vengono mosse contro la “presidenta” Cristina Kirchner, eletta una prima volta nel 2007, dopo la morte del marito Néstor Kirchner (al potere dal 2003 al 2007), e una seconda nel 2011.

Socialmente e culturalmente, la situazione degli ebrei è sostanzialmente analoga a quella degli altri compatrioti argentini. Così spiega, in una convesazione telefonica, al Bollettino, lo scrittore e intellettuale argentino Marcos Aguinis, autore di numerosi bestseller e vincitore di premi letterari internazionali, fortemente critico nei confronti dei governi Kirchner: «Gli ebrei argentini soffrono della decadenza politica, morale ed economica di tutto il Paese. La loro situazione non è peggiore rispetto agli anni passati. Quello che è peggiorato è il quadro politico generale dominato da governi populisti, che utilizzano strumenti demagogici e di corto respiro per rimanere al potere».

Parlando con alcuni membri della comunità locale, si scopre poi che uno dei problemi maggiormente sentiti è quello dell’assimilazione e della difficoltà, anche per ragioni economiche, di partecipare alla vita comunitaria. Come spiega Pablo, pensionato di 67 anni: «Considero la situazione stabile, con un aumento molto importante dell’assimilazione causata in parte dallo scarso lavoro della dirigenza comunitaria. Va anche detto che, per partecipare alla vita comunitaria, è indispensabile una situazione economica familiare molto benestante, per via del costo delle scuole, centri sportivi, club e countries (quartieri privati per il fine settimana, ndr). Questo spaventa e allontana le famiglie giovani, che non dispongono di queste risorse».

E che dire dell’antisemitismo? La sensazione che emerge dalle risposte degli intervistati è che, esattamente come in altri Paesi del mondo, anche in Argentina sia diffuso nella società, ma senza exploit preoccupanti. Come spiega Aguinis: «Non ci sono vigorose manifestazioni contro gli ebrei. Ma se il declino generale del Paese portasse a un’esplosione sociale, sicuramente questo causerebbe delle manifestazioni antiebraiche, così come avverrebbe in qualsiasi altra parte del mondo».

Anche qui, dunque, come in Europa, l’antisemitismo è un bubbone che di tanto in tanto può esplodere (in vignette antisemite, ad esempio, come quelle uscite l’anno scorso sul quotidiano argentino Pagina 12), ma che, se tenuto sotto osservazione, non dovrebbe allarmare troppo. «E poi oggi anche l’antisemitismo è cambiato – continua Aguinis -. In quasi tutto il mondo si evita di esibire apertamente pregiudizi antisemiti, anche se poi finiscono per manifestarsi ugualmente, in forma consapevole o inconscia, come animosità nei confronti dello Stato di Israele».

D’altra parte, non si può dimenticare che stiamo parlando di un Paese che durante il nazismo appoggiò Hitler, e nel dopoguerra, sotto la presidenza di Juan Peron organizzò l’Operazione Odessa di salvataggio dei criminali nazisti. Una nazione, che nel 1994 subì un tragico attentato a un’istituzione ebraica, l’Amia di Buenos Aires, che causò la morte di 85 persone e il ferimento di altre 300, i cui colpevoli – terroristi iraniani – non solo sono tutt’oggi a piede libero, ma addirittura, grazie a un contestatissimo accordo stipulato fra il governo della Kirchner e l’Iran, verranno processati in patria. Un’intesa, questa, che la dice lunga sull’atteggiamento fortemente contraddittorio di Cristina Kirchner nei confronti della comunità ebraica, di cui, da un lato, cerca il sostegno, ma che, dall’altro, non esita a tradire con un trattato dichiaratamente in favore dell’Iran, nemico giurato di Israele. «È un accordo che non serve a niente all’Argentina, agli ebrei e nemmeno al chiarimento di quello che avvenne nell’attentato – commenta critico Aguinis -. È chiaro, invece, che è stato realizzato per soddisfare una richiesta di Hugo Chavez (ex presidente venezuelano, morto nel marzo di quest’anno, ndr), alleato dell’Iran. È una macchia nella storia della diplomazia argentina».

Ma i toni più accesi di Aguinis sono indirizzati a Hector Timerman, il ministro – ebreo – degli esteri argentino, che ha siglato l’intesa con l’Iran: è lui che Aguinis non ha esitato a definire «peggio di un traditore» durante un’intervista televisiva, ribadendolo anche qui sul Bollettino. «Ha tradito gli ebrei prendendo accordi con un governo che apertamente nega l’Olocausto e promette di eliminare Israele dalla mappa del Mondo. E si è comportato in maniera ulteriormente ignobile non dando le dimissioni dopo aver compiuto un tale gesto».

Critica all’accordo con l’Iran è anche Veronica 63 anni, direttrice della Fondazione Tzedakà (associazione di aiuto sociale), che commenta: «Mi sembra ridicolo pensare che i colpevoli facciano da soli. Chiaramente si cerca di manipolare la giustizia per arrivare ad altri accordi politici». Mentre Pablo non risparmia la comunità ebraica locale e punta un dito accusatore: «La dirigenza comunitaria è stata zitta quando serviva, muta come un pesce quando, per esempio, si è sostenuto il governo Chavez, o di fronte a persone dichiaratamente antisemite vicine al governo, come Luis D’Elia (aperto sostenitore di Ahmadinejad e difensore dell’Iran dalle accuse dell’attentato all’Amia, ndr). Adesso rimane solo da accettare il trattato Argentina-Iran».

Fratelli-coltelli nel Venezuela post-Chavez

È l’eccezione più inquietante di un’ondata positiva che circola fra le comunità latino-americane, e le ragioni sono molte. L’insicurezza politica, risoltasi solo da poco con la vittoria controversa del delfino di Chavez, Nicolas Maduro, sull’oppositore Henrique Capriles; la difficile situazione economica; l’aperto sostegno, sotto Hugo Chavez, all’Iran (di cui il Venezuela è il principale alleato) e una retorica antisionista – e, in alcuni casi, antisemita (molte le dichiarazioni di Chavez in questa direzione) -: tutto ciò ha fatto sì che negli anni più recenti molti ebrei venezuelani siano emigrati all’estero (Usa, Spagna, Israele, Colombia o Panama). Al momento si contano nel Paese 9.000 ebrei (90% dei quali nella capitale Caracas), mentre negli anni Novanta, prima della salita al potere di Chavez (1999), si arrivava a 25.000 unità.

Fino all’ascesa al potere di Hugo Chavez, la situazione degli ebrei era stata idilliaca: ben inseriti nella società, erano gli unici nel continente sud americano a poter essere fieri che il proprio Paese non avesse ospitato rifugiati nazisti. Composta per metà da askenaziti scampati alla Shoah e per metà da sefarditi, vantava una vita ebraica serena e fiorente. Con l’arrivo di Chavez, la situazione si è capovolta: rigurgiti antisemiti senza precedenti hanno cominciato a dominare i media locali, uniti a una forte componente populista tipica del regime chavista. A tutto ciò si aggiunge la politica apertamente antiamericana e antisionista di Chavez, coronata in alleanze con gruppi terroristici (come il gruppo narco-terrorista colombiano Farc) e regimi del terrore: fra questi, la Libia, che assegnò a Chavez il Premio Internazionale Gheddafi per i diritti umani, la Siria, Hezbollah e, ovviamente, l’Iran. Amico fraterno di Ahmadinejad, Chavez è stato uno strenuo difensore della politica nucleare iraniana.

Tutto ciò ha portato a una crescita degli atti di antisemitismo (profanazione di cimiteri, atti vandalici contro sinagoghe e centri ebraici), costringendo la popolazione ebraica locale ad una massiccia emigrazione. Questa importante decrescita della popolazione ebraica, di fatto dimezzata, ha portato di recente alla chiusura di una delle due più grandi scuole ebraiche: ne rimane oggi una grande, per bambini dai 4 ai 18 anni, in cui il numero di frequentanti è sceso vertiginosamente, e una più piccola, ortodossa. Come evidenzia anche il report del JDC sugli ebrei dell’America Latina, l’emigrazione, insieme al decremento del numero di ebrei, sono le principali criticità che la comunità ebraica di questo Paese si trova a dovere affrontare oggi. A ciò si aggiunge un forte pessimismo, maggiore rispetto agli altri Paesi analizzati nel report, riguardo alla sicurezza e all’antisemitismo. Ma, soprattutto, un forte interrogativo su come vivranno gli ebrei in quest’era “post Chavez”.

Per capire questa complessa realtà, il Bollettino ha chiesto aiuto a Paulina Gamus. Un passato da deputata del Partido Acción Democrática (1984-1999), senatrice e ministro della cultura (1986-1988), attualmente è editorialista in vari giornali e riviste nazionali, e ha di recente pubblicato un libro di memorie politiche Permítanme Contarles, (Mi permetta di raccontarle).

«Dopo la morte di Chavez, la campagna antisemita e antisionista è cresciuta sui mezzi di comunicazione, perché il principale leader dell’opposizione, Henrique Capriles Radonski, ha nonni ebrei – spiega Gamus -. Nonostante sia un cattolico praticante, viene trattato da ebreo. Il presidente Nicolas Maduro, dal canto suo, ha negato di essere antisemita, ribadendo che lui stesso aveva nonni ebrei. Non credo però che questa situazione porti, nella vita quotidiana, a ripercussioni particolari sugli ebrei: i problemi del Paese influenzano le persone di tutti i credo religiosi e gli ebrei emigrano, così come gli altri venezuelani, per gravi problemi di ordine pubblico e di insicurezza personale, quali sequestri, assassini, rapine».

Per il momento, gli sforzi del nuovo presidente sono focalizzati sul consolidamento della propria posizione in America Latina, essendo molto violenta l’accusa a suo carico di avere vinto le elezioni con brogli. Ma, allo stesso tempo, ha già riconfermato e ribadito l’amicizia con l’Iran. «È probabile che mantenga le relazioni con l’Iran iniziate e sviluppate da Hugo Chavez – spiega Paulina Gamus -. Si pensi solo alla rilevanza di cui è stata fatta oggetto la presenza di Mahmud Ahmadinejad durante gli atti di omaggio alla morte di Chavez: fu lui la vera star del funerale di Stato, l’invitato principale».

In questo quadro, la priorità di Maduro oggi nei confronti della comunità ebraica, con cui aveva relazioni già quando Chavez era in vita, deve essere quella di frenare la campagna antisemita promossa e sostenuta dai periodici venezuelani e le pagine su Internet sostenitrici del chavismo. «Un veleno – conclude Gamus – che viene inoculato tutti i giorni nella società venezuelana dai sostenitori del progetto politico chavista».

Brazil, meu amor

Un paradiso ebraico, non c’è che dire. Sono oltre 150.000 gli ebrei che vivono oggi in Brasile, in quasi tutti gli Stati interni: 75.000 solo a Sao Paulo, città gemellata a Tel Aviv, circa 40.000 a Rio de Janeiro e 20.000 a Porto Alegre. Con una vita comunitaria molto organizzata e vivace, fatta di club, associazioni e luoghi di aggregazione (molto noto è il Centro Hebraica di Sao Paulo, vero club di lusso), essere ebrei in Brasile oggi è una vera pacchia: opulenza economica, posizioni di primo piano in tanti ambiti (politico, militare, accademico, scientifico, mediatico, economico). In virtù di tutto questo, le risposte dei dirigenti comunitari interpellati dalla JDC per il suo report sono assolutamente positive.

«Rispetto ad altre comunità ebraiche dell’America Latina, mi sembra che quella brasiliana sia più integrata nel tessuto sociale – spiega al Bollettino il diplomatico Daniel R. Pinto, ebreo di origini italiane, attualmente impegnato in Svizzera presso l’ambasciata brasiliana -. Non sono un ingenuo (i miei genitori furono espulsi dall’Egitto), ma non vedo fanatismi nella società brasiliana. Anche negli anni Trenta del Novecento, con la crescita della popolazione a seguito di immigrazioni internazionali, gli ebrei furono lasciati sostanzialmente tranquilli. Si ricordi anche che il Brasile fu l’unico Stato dell’America Latina a mandare, durante la Seconda Guerra Mondiale, delle truppe per combattere i nazisti: in Italia, esse svolsero un importante ruolo nella liberazione della città di Monte Castello, vicino a Bologna».

Diverso, però, è l’atteggiamento dei brasiliani nei confronti dello Stato di Israele. «Dalla seconda metà degli anni Settanta, l’opinione pubblica si è spostata da posizioni di sostegno a Israele ad altre più pro-palestinesi – continua Pinto -. In diversi momenti questo cambio di paradigma è stato evidente: nel 1975, con il sostegno da parte del Brasile alla risoluzione dell’Onu che eguagliava il sionismo al razzismo; nel 1982, durante l’invasione israeliana del Libano; dal 2000, con la seconda Intifada; e con l’invasione di Gaza del 2009».

Bolivia: pericolo estinzione


Qui vive una Comunità ebraica di circa 500 persone situate nella capitale la Paz (200) e nelle città di Santa Cruz (150) e Cochabamba (70). Come in Venezuela, anche in Bolivia la comunità ebraica, perfettamente integrata nella società locale, ha subito l’impatto dell’ascesa di un governo populista, quello del socialista Evo Morales, nel 2005: tutt’oggi alla presidenza, Morales ha applicato politiche restrittive nei confronti del settore aziendale privato, colpendo così anche la comunità ebraica.

Non si dimentichino, poi, le posizioni antiamericane e il suo sostegno a Hugo Chavez e ad Ahmadinejad. Dall’operazione israeliana Piombo Fuso su Gaza (dicembre 2008-2009), la Bolivia ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele. In questi anni, molti giovani ebrei hanno lasciato il Paese per cercare condizioni più favorevoli. Ma dato il tasso di decrescita, alcuni esperti temono che fra 20 anni non esisteranno più ebrei in Bolivia.

«Non abbiamo alcun contatto con il governo, dall’ascesa al potere di Morales – spiega al Bollettino Ricardo Udler, presidente della Comunità Ebraica di Bolivia -. Non ci sono frequenti attacchi antisemiti né contro soggetti ebraici: solo quando vi sono problemi con i palestinesi in Medioriente, i nuovi immigrati musulmani che vivono in Bolivia scendono nelle strade per manifestare il loro appoggio. Rimane il fatto che le relazioni fra la società boliviana e la comunità ebraica sono improntate a mutua cooperazione e rispetto».