Andrée Ruth Shammah. Foto Giacomo Cestra

Un teatro di libertà e di parola: che dia voce a tutte le anime della città

Italia

di Fiona Diwan

Andrée Ruth Shammah. Foto Giacomo Cestra Dentro a un teatro diroccato e con i muri scrostati, il re del klezmer Giora Feidman, tra i più grandi clarinettisti al mondo, racconta in musica la sua esistenza ferita, fatta di persecuzioni e emigrazione. Poi c’è lo scrittore Amos Oz che viene avanti e, con un semplice gesto augurale, infila un bigliettino tra le assi sconnesse del palcoscenico del Teatro Franco Parenti: sul foglietto ha tracciato una specie di benedizione, l’augurio di “trasformare la parola in sogno, il sogno in azione, l’azione in realtà…; perché in ebraico il termine davar significa sia parola che azione, cosa e gesto, inscindibili”.

Atti simbolici, di augurio e iniziazione, questi di Oz e Feidman. Gesti compiuti come piccoli doni a Andrée Ruth Shammah quando, nel 2007, la regista stava ultimando i lavori di ristrutturazione del Teatro Franco Parenti, ancora allo stato di cantiere. «Ho sempre amato il concetto di incompiuto e volevo che questo teatro ne portasse il segno: intendo del work in progress, di qualcosa che non è mai finito e che si fa via via che avviene, insomma una sorta di eterno cantiere. E il concetto di incompiuto non è forse qualcosa di molto noto alla cultura ebraica?, un tema che ci appartiene in quanto cultura in attesa del Messia? Ma è anche la capacità di mettere tutto continuamente in discussione e di saper affrontare il vuoto. Ho sempre percepito il destino ebraico come qualcosa di molto simile al teatro, un eterno ricominciamento. Come la lettura della Torà, che reinizia ogni anno, di nuovo, dal principio. Così in scena: entri in una parte, allestisci lo spettacolo, interpreti un testo, vai in scena, hai successo e poi via, finita la tournèe smonti tutto, dimentichi il passato, guardi avanti. E ricominci daccapo, con qualcos’altro, ancora. Il teatro è parola. L’ebraismo è parola». Lucidamente appassionata, seduta nel suo ufficio dal divano rosso, Andrée Ruth Shammah ripercorre le tappe di un’avventura umana e intellettuale durata 40 anni. Non a caso, proprio oggi, il Teatro Franco Parenti, ex Salone Pier Lombardo, celebra un compleanno a cifra tonda, 1972-2012. Con al centro della scena proprio lei, Shammah e quel suo palcoscenico su cui è transitato quasi mezzo secolo di identità milanese e ebraica, l’identità civile, intellettuale, socio-politica di un’intera città.

Un teatro che è stato capace di diventare il vero punto di riferimento delle varie anime di Milano, lo specchio segreto del suo divenire, chiamando a raccolta grandi pensatori e musicisti, artisti e poeti, politici, imprenditori, teologi e giornalisti (da Marina Abramovich a Peter Greenaway a Daniel Barenboim…), in una concezione di fusione totale delle arti e dei linguaggi che le viene dal retaggio concettuale che risale a Diaghilev e alle Avanguardie Storiche di inizio Novecento. Una vocazione portata avanti in nome di un concetto mai passato di moda, ovvero quello della responsabilità della cultura. O meglio, come dice Shammah, quello della responsabilità dei sogni e di ciò che ci obbliga, dopo averli sognati, a non permettere che vengano calpestati. E a trasformarli in realtà.

Più introspettiva di quanto io la ricordassi, più incline all’ascolto del proprio Io profondo di quanto il dato estroverso e vulcanico del carattere lasciasse supporre, Shammah rievoca l’impresa titanica della ristrutturazione del teatro, l’immane energia spesa per trovare sponsor e denari, a fronte di un Comune che inizialmente centellinò il proprio sostegno (mentre invece lo prodigava a piene mani a tutti gli altri teatri), Comune che pur essendo il proprietario del Teatro (“noi abbiamo solo la concessione”), si accollò il risanamento dei debiti solo a fine ristrutturazione, grazie a Letizia Moratti. “Passavo il mio tempo a cercare fondi, a telefonare, a chiedere, invece che a fare teatro. Mi sono sentita sola, in cerca di aiuto, transfuga come lo fu mio padre, con quell’ostinazione a voler guardare avanti senza fermarsi mai,  tipica del destino ebraico, perché alla fine solo il presente conta, anche se devi ricominciare tutto dall’inizio. Fu una faticaccia. Ma è stato grazie a questa battaglia, al mio bussare alle porte di tutti gli imprenditori e le istituzioni private, che il Teatro è potuto diventare oggi un vero punto di riferimento, un interlocutore serio della città e dei suoi protagonisti”, dice Shammah. E in proposito cita Goethe: “Qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L’audacia reca in sé genialità, magia e forza”. E poiché a volte l’impossibile è più facile del difficile, Shammah ce l’ha fatta e il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti.

Un ponte tra la città e le sue varie identità, in primis quella ebraica. Teatro come specchio, cinghia di trasmissione. «Nella tradizione biblica, la parola zachor, ricorda, indica la necessità di non lasciar cadere nell’oblio ciò che è stato, e di assumersi l’eredità di una tradizione: ovvero il futuro come compito. Ecco, tutto questo fa parte della mia storia, sia personale che in quanto ebrea. Se penso a mio padre e al destino ebraico, se penso a quanto sia stato difficile mantenere le radici dopo fughe, esilio, nuovo radicamento, con quel dover abbandonare tutto senza poter portare via niente, ecco se penso a tutto questo credo che il corto circuito tra passato-presente-futuro sia il vero timone del ricambio generazionale. È il tema dell’eredità del futuro, un concetto tipicamente ebraico, come insegnano Haim Baharier e Jacques Derrida: per i quali “l’eredità non è mai un dato, ma sempre un compito”». Basta dare un occhio a quattro decenni di spettacoli, convegni, dibattiti per restare sbalorditi da quello che il Franco Parenti ha prodotto in termini di ebraicità: dal convegno su I Giusti nel Gulag a quello su Bioetica e tradizione ebraica, a pièce sui temi di ispirazione biblica (Chis’imbarca), a Il Memorioso, solo per citare i più recenti. Dal Festival del cinema ebraico di Miro Silvera ai cicli di lezioni di Haim Baharier (ivi compreso la recente doppia lettura, ebraica e cattolica, del Decalogo), alle riduzioni teatrali da Joseph Roth, da Imre Kertesz o Zvi Kolitz, fino all’umorismo di Gioele Dix o Moni Ovadia. Comicità e ebraismo, come una vocazione cercata con convinzione dallo stesso Franco Parenti che diceva, essendo egli molto miope, di aver bisogno di sentir ridere per capire se il pubblico ci stava oppure no.

L’impegno, la fusione delle arti e dei linguaggi, il confronto delle idee e delle identità: milanesità, anima cattolico-ambrosiana, ebraica, meneghina-dialettale, di destra, di sinistra… «Il tutto senza pregiudizi: il che, attenzione, non vuol dire qualunquismo o incapacità di fare scelte etiche, ma anzi è il saper andare oltre le ideologie o le etichette», dice Shammah. Un teatro delle differenze, alla ricerca di una nuova armonia. «Appartengo a un popolo che ha saputo interagire con tutte le culture del mondo senza rinunciare a se stesso. Forse anche per questo al Parenti possono parlare tutti, teatro come luogo di incontro-scontro, purché sia tutto fatto nell’autenticità. Fin dalla sua nascita, nel 1972, questo Teatro ha avuto una vocazione polivalente. Era già nel proclama di apertura: ci fu la prima manifestazione contro la Mafia, il dibattito tra Religione e Potere, il Processo alla Cultura, il teatro che si apriva ai grandi temi civili e diventava uno spazio di libertà, creatività e condivisione. Non mio (non a caso ha ricevuto ben due Ambrogini d’oro): non vorrei mai sentir dire il teatro della Shammah ma il teatro fatto dalla Shammah. Sai, il non far parte di alcun schieramento politico, di non appartenere a nessuno ma solo a se stessi, si paga molto caro, specie quando cerchi fondi o appoggi. Negli anni passati, mi hanno spesso identificata con il mio essere ebrea eppure la mia stessa Comunità mi ignorava. Oggi vorrei che questo luogo fosse il riflesso della città ma anche del mondo ebraico, e far partecipare tutti alla condivisione di questo patrimonio. Perché è da questo patrimonio che mi viene la capacità di stare nelle contraddizioni e di reggerle, un attitudine molto ebraica: stare dentro e fuori, vicini ma a una giusta distanza, aderire all’ufficialità ma conservando lo spirito critico. In questo, tra i mattoni invisibili con cui ho costruito questo teatro, c’è l’anima del vecchio Piccolo Teatro. E dopo una vita spesa qui, senza falsa modestia, credo oggi di poter dire che sì, forse ho davvero saputo raccogliere l’eredità di Paolo Grassi e Giorgio Strehler».