Il testo integrale dell’intervento di Rav Arbib per la visita del cardinale Scola in sinagoga

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Rav Alfonso Arbib
Rav Alfonso Arbib

Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento di Rav Alfonso Arbib, Rabbino Capo di Milano, durante la visita alla sinagoga di Milano del Cardinale Angelo Scola, il 17 gennaio 2017 (fonte: Ufficio Rabbinico di Milano).

Voglio innanzitutto esprimere la mia gratitudine all’Arcivescovo di Milano per questa gradita visita alla nostra sinagoga e alla nostra comunità. Questa visita avviene il 17 gennaio, giornata dedicata all’ebraismo dalla Chiesa Cattolica.

Questa giornata si inserisce nell’ormai lungo percorso di dialogo fra Cristianesimo ed Ebraismo, un dialogo che ha voluto superare secoli di incomprensioni che a volte si sono
trasformate in tragedie. Un dialogo complesso perché deve conciliare la necessaria ricerca
di punti comuni con il rispetto delle diverse identità religiose.

Ogni anno in questa giornata si propone un testo biblico come argomento di riflessione. Il tema scelto quest’anno è il libro di Ruth, libro di grande attualità da molti punti di vista.

L’argomento centrale di questo libro è la solidarietà, ghemilut chasadìm, cioè la capacità di occuparsi del prossimo senza fare troppi calcoli andando anche al di là di un concetto ristretto di giustizia, lifnìm mishuràt haddìn, al di là o al di qua della linea di giudizio.
Questo argomento, e soprattutto l’azione pratica in questo campo, può unire le religioni
molto più della teologia che fatalmente ci divide.

Vorrei però soffermarmi su un altro punto di questo libro, l’adesione della moabita Ruth all’ebraismo, la sua conversione. Le parole usate da Ruth per esprimere la sua adesione all’ebraismo sono: “Il tuo popolo è il mio popolo, il tuo Dio è il mio Dio”. In queste parole è racchiuso un elemento centrale della tradizione ebraica. Lo stretto rapporto fra religione e popolo, rapporto che ha come corollario essenziale il legame con la Terra d’Israele. Legame che ha come punto centrale Gerusalemme. Questa città e ciò che rappresenta, è essenziale per la coscienza e la religiosità ebraica. Nelle preghiere quotidiane ripetiamo tre volte al giorno “E vedranno i nostri occhi il Tuo ritorno a Tzion”.

Gerusalemme è la città del Santuario, distrutto prima dai Babilonesi e poi dai Romani, è al centro della spiritualità, della preghiera e del pensiero ebraico. È la città che rappresenta l’unità del popolo ebraico ma anche dell’umanità intera che, secondo la visione profetica di Isaia, affluirà a Gerusalemme per pregare Dio. La città del shalòm, della pace che è contenuta nel suo nome. Questo rapporto con Gerusalemme e con la Terra d’Israele è parte integrante della spiritualità ebraica, dell’anima ebraica.

Per questo motivo chi nega questo legame (come è avvenuto in alcune decisioni di
organismi internazionali) non intacca solo un governo o uno stato ma le radici stesse dell’ebraismo. Ho chiesto al Cardinale, che ha gentilmente aderito, di fare riferimento nel suo intervento a Gerusalemme e ai luoghi santi. Credo che questo tema debba essere centrale nel dialogo ebraico cristiano e nel dialogo interreligioso in generale.

Come ho detto all’inizio il dialogo è complicato e deve avere come elemento essenziale la ricerca del shalòm, della pace. Sembra facile ma non lo è. La parola pace è uno dei termini più inflazionati del nostro tempo, in realtà però si tratta di un concetto complesso e di un’aspirazione di difficile attuazione. Pace può significare assenza di conflitto e già questo nel nostro mondo travagliato e afflitto da un’ondata di terrorismo sanguinario, che colpisce cristiani, ebrei, musulmani ma anche persone non appartenenti ad alcuna fede religiosa, sarebbe un buon risultato da raggiungere.

La pace però non è solo questo. La parola shalòm in ebraico deriva dalla radice shalèm che vuol dire integro, completo ed è contenuta come abbiamo detto nella parola Yerushalaim, ir shalèm.

Ci sono due modi antitetici di sviluppare questo concetto. Si può pensare che integro significhi “Io sono completo e integro e gli altri devono adattarsi a me”. È l’idea che è alla base di ogni fondamentalismo, è l’idea che è alla base del terrorismo islamista che tenta di imporre con la violenza le sue concezioni a tutti noi. Ma shalèm può voler dire anche l’esatto contrario. Può significare che si aspira a un’integrità avendo la coscienza di non essere integri, di non esser completi.

Credo che questa concezione del shalòm debba essere alla base del dialogo interreligioso. Ho cominciato il mio intervento parlando di solidarietà, lo concludo parlando di pace, due argomenti che sono strettamente connessi.
Un grande Maestro contemporaneo, Rav Shlomo Wolbe, disse un giorno ai suoi allievi che per potersi occupare del prossimo era essenziale capire che cosa le persone pensassero, quali fossero le loro aspirazioni, i loro desideri. Incaricò i suoi allievi di concentrarsi per una settimana su una persona tentando di capire che cosa desiderasse. Ma il tentativo fallì perché gli allievi tendevano a proiettare sugli altri i propri desideri e le proprie aspirazioni.

È un errore che facciamo spesso e che abbiamo il dovere di correggere. Lo facciamo sicuramente noi ebrei, non capendo sempre chi abbiamo davanti ma viene fatto anche nei nostri confronti, confesso che a volte ci sentiamo non capiti soprattutto quando è in gioco
la Terra d’Israele e il nostro legame con essa.

Voglio ringraziare ancora una volta il Cardinale per la Sua visita. Abbiamo percorso un lungo cammino ma c’è ancora un cammino da percorrere, siamo certi che pur salvaguardando le differenze, saremo guidati da valori che le nostre religioni hanno trasformato in patrimonio dell’umanità e in particolare dall’esortazione del profeta Zekharià: Haemet vehashalòm ehàvu – “Amate la verità e la pace”.

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