Sospensione della collaborazione militare Italia-Israele: cosa comporta davvero

Italia

di R. E.

Il 13 aprile, in un contesto inconsueto e forse poco idoneo come il suo arrivo al Vinitaly di Verona, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni  ha annunciato la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele. È bastata una frase pronunciata quasi di sfuggita, cui è seguito l’invio, di concerto con i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, da parte del ministro della Difesa Guido Crosetto di una lettera all’omologo israeliano Israel Katz per comunicare la decisione del governo. Fonti del ministero della Difesa confermano: al momento la cooperazione è sospesa.

Ma che cosa comporta in concreto tale sospensione? Secondo fonti israeliane, l’accordo di interscambio militare tra Israele e l’Italia era praticamente  congelato già dalla fine del 2023, come conseguenza del fatto che l’Italia non può fornire armi a Paesi belligeranti. 

L’interscambio comunque può essere definito “medio-basso” e nello specifico la situazione vede, da parte di Israele, l’acquisto, 10 anni fa,  di aerei da addestramento e più di recente di alcuni  elicotteri sempre da addestramento, ma nessuna arma offensiva.

Invece l’Italia ha acquistato missili Spike che l’Esercito e la Marina utilizzano in varie versioni, per esempio controcarro (LR2, ER, MR). Sono anche integrati su veicoli come il VBM Freccia, l’elicottero A129 Mangusta e le forze da sbarco. Il principale componente israeliano a bordo dei Mangusta è il sistema missilistico controcarro a lunga gittata Spike, prodotto dalla Rafael Advanced Defense Systems. Questo sistema consente di colpire veicoli corazzati moderni ed è stato integrato per ampliare la capacità operativa dell’elicottero.
L’elicottero Mangusta utilizza inoltre  il sistema di osservazione e acquisizione obiettivi “Sistemi di Puntamento” (TopLite)  di derivazione israeliana, per la gestione dei sistemi d’arma. L’integrazione di tali sistemi rientra in un più ampio scambio bellico tra Italia e Israele, che include anche l’installazione di nuovi sistemi di difesa su elicotteri EH101 e aerei C27J e C130J dell’Aeronautica Militare.
Sebbene l’A129 Mangusta sia un prodotto italiano, l’integrazione di tecnologie israeliane (Spike, TopLite) ha permesso di potenziarne le capacità in teatri operativi complessi come quelli in Iraq e Afghanistan. 

Inoltre  l’Italia ha acquistato​ per gli aerei G550 CAEW, velivoli per l’allerta precoce e il controllo (Airborne Early Warning), basati su jet Gulfstream,  radar e sensori israeliani EL/W-2085;  il Satellite OPTSAT-3000, un satellite ottico ad alta risoluzione per la sorveglianza terrestre, lanciato nel 2017 e costruito dalla Israel Aerospace Industries (IAI);  droni Hermes 450 per missioni di sorveglianza; sistemi di puntamento e protezione che molti mezzi italiani utilizzano per le torrette, sensori elettro-ottici (come il Toplite) e sistemi di protezione attiva di produzione israeliana.

Altre tecnologie israeliane che fanno parte dell’accordo oggi sospeso riguardano sistemi di filtraggio gas nervini per veicoli trasporto truppe e sistemi di corazzatura sempre per i mezzi di trasporto delle truppe.

 

La visione italiana del conflitto

La scelta del governo di Giorgia Meloni indebolisce quindi palesemente l’Italia, molto più che Israele, e si inserisce in una discutibile visione del conflitto in corso. Il ministro Antonio Tajani, nel suo recente viaggio in Libano, ha stigmatizzato l’intervento israeliano, senza ricordare che è partito in risposta ad un attacco di Hetzbollah, e ha chiesto protezione per i civili libanesi e per l’Unifil, dimenticando totalmente i civili israeliani bersaglio dei missili di Hetzbollah da anni. La richiesta di protezione per l’Unifil, poi, è talmente sconcertante da rasentare il ridicolo (se non fosse che c’è una tragica guerra in corso): è l’Unifil che dovrebbe proteggere i civili di entrambe le parti, il confine di Israele e che avrebbe dovuto vigilare per impedire le attività di Hetzbollah, il riarmo e la costruzione di tunnel e infrastrutture terroristiche. Un compito che Unifil, sul campo dagli anni ’80, ha completamente fallito.