S. E. Alon Bar: «L’Italia può diventare uno dei migliori amici di Israele»

di Francesco Paolo La Bionda

Intervista a Alon Bar, nuovo Ambasciatore di Israele in Italia. Dal miglioramento dei rapporti con i palestinesi alla stabilizzazione della regione sul fronte energetico, passando per la cooperazione economica: sono molti gli ambiti in cui il nostro Paese può svolgere un ruolo di primo piano. In uno scenario in cui il nucleare iraniano e l’antisemitismo sono una minaccia a Israele e al mondo ebraico

 

Alon Bar, l’attuale Amba­sciatore d’Israele in Italia, si è insediato a Roma a settembre 2022 in sostituzione di Dror Eydar, i cui tre anni di mandato erano giunti al termine. Classe 1957, nato nel kibbuz di Sasa, Bar è un diplomatico di carriera che ha ricoperto negli ultimi decenni un’ampia gamma di ruoli di prestigio, compreso un mandato come Ambasciatore in Spagna. Abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistarlo per Bet Magazine/Mosaico, per raccogliere il suo pensiero sullo scenario internazionale, sui rapporti bilaterali tra i nostri Paesi e sulla relazione tra Israele e le comunità ebraiche italiane, sul processo di pace.

Ambasciatore, la tensione tra Israele e i palestinesi resta alta. Gli ultimi mesi del 2022 sono stati caratterizzati da nuovi attentati e lanci di razzi. Che prospettive vede per il processo di pace e che contributo può dare l’Italia?
Il processo di pace così come lo intendiamo convenzionalmente è qualcosa che appartiene al passato. Sia l’attuale governo israeliano sia il precedente hanno dibattuto intensamente sulla soluzione a due stati, ma la presenza di Hamas a Gaza e la scarsa credibilità di Abu Mazen in Cisgiordania rendono impossibile qualsiasi accordo. Dovremmo cercare di far sì che le condizioni di vita e la situazione economico-finanziaria dei palestinesi migliorino ed evitare scontri inutili da una parte e migliorare la nostra capacità di affrontare le minacce belliche dall’altra.
Nella seconda parte del 2022 in Israele abbiamo visto crescenti tensioni e un aumento del terrorismo, e abbiamo compiuto notevoli sforzi per affrontare queste minacce, compreso il network di ONG che fornisce supporto a Hamas. Quest’ultimo comunque sta evitando di provocare una nuova escalation nella Striscia di Gaza, e questo grazie al fattore di deterrenza che ha rappresentato l’Operazione Guardiano delle Mura del 2021. Spero che continuerà a prevalere la calma, così da poter lavorare su concessioni quali i limiti nautici per la pesca e il numero di guest worker ammessi in Israele. In questo scenario, l’Italia potrebbe incoraggiare l’Autorità Palestinese a focalizzare il proprio impegno per progetti rivolti al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e far sì che ci sia un sostegno internazionale per iniziative realizzate congiuntamente. Il vostro Paese inoltre può promuovere un’analisi più attenta della destinazione d’uso dei fondi europei ai palestinesi, che in passato spesso sono finiti nelle mani sbagliate.

In passato l’Italia in più occasioni ha votato a favore di risoluzioni delle Nazioni Unite contro Israele o si è astenuta. Recentemente però sembra aver adottato un atteggiamento maggiormente favorevole nei vostri confronti.
Sì, l’Italia, come altri paesi europei, ha mostrato un cambio di atteggiamento verso Israele all’ONU e ci fa piacere. Purtroppo il multilateralismo non aiuta né noi né tantomeno l’Autorità Palestinese, e provoca più scontri che cooperazione.

A giugno scorso l’allora primo ministro italiano Draghi ha ricevuto l’apertura di Israele a diventare un fornitore di gas naturale, la cui produzione potrebbe aumentare dopo lo storico accordo sui giacimenti offshore stretto col Libano. Ma permangono anche delle sfide: il progetto del gasdotto EastMed da Israele alla Grecia ha incontrato l’opposizione della Turchia, mentre l’export sotto forma di GNL tramite l’Egitto deve fare i conti con la capacità limitata di rigassificazione del nostro paese. Quali pensa saranno i prossimi sviluppi in tal senso?
Non ci sono soluzioni univoche, ma ventagli di possibilità. I progetti energetici non si realizzano nel giro di pochi mesi. Ci vorrebbero comunque anni perché si cominci a estrarre gas dai giacimenti al confine col Libano, sempre che ne varrà la pena, così come per costruire un gasdotto come EastMed. Gli annunci di questi progetti però servono a infondere ottimismo tra gli investitori e contribuire così a rivitalizzare l’economia.
L’Italia sicuramente potrà e dovrà diversificare le proprie fonti di approvvigionamento e giocare un ruolo maggiore nel Mediterraneo orientale, contribuendo a stabilizzare la regione e facendo leva anche su iniziative ormai consolidate quali i progetti dell’ENI in Egitto e facendo tesoro di esperienze quali la partecipazione decennale alla missione UNIFIL in Libano. Vedo inoltre opportunità anche nello sviluppo delle energie rinnovabili.

Riguardo alla stabilità regionale, uno dei maggiori fattori di rischio è rappresentato dall’Iran. Il nuovo accordo sul nucleare, anche se sempre più improbabile, non è ancora fuori questione. Israele è sempre stato molto critico su questa possibilità e ha ripetutamente lanciato l’allarme sui progressi di Teheran verso la bomba atomica. Come vorreste che si posizionassero i paesi occidentali su questo tema?
L’Iran è la principale minaccia del Medio Oriente, sia per la corsa agli armamenti nucleari sia per la sua rete di milizie e movimenti terroristici affiliati. Un nuovo accordo sul nucleare non contribuirebbe affatto a migliorare la sicurezza regionale, ma in compenso permetterebbe a Teheran di migliorare la propria situazione finanziaria. E, soprattutto, l’Iran non sembra intenzionato a firmare alcunché.
L’unico modo in cui gli Stati Uniti e l’Europa possono davvero ricondurre il regime iraniano alla ragione è di aumentare la pressione e l’isolamento internazionale, anche ricorrendo a credibili minacce militari se necessario. Il sostegno fornito dall’Iran alla Russia e la brutale repressione delle proteste in patria creano le condizioni giuste per promuovere una maggior pressione europea sul paese. Quanto a Israele, non vogliamo la guerra ma dobbiamo tener conto di tutte le possibili opzioni.

Passando dalla politica all’economia, cosa possono fornire le aziende israeliane all’Italia e quali opportunità ci sono da voi per le aziende italiane?
Il valore aggiunto del settore economico israeliano risiede nella capacità tecnologica e di innovazione, in ambiti che spaziano dalla lotta al cambiamento climatico e la gestione delle risorse idriche all’agricoltura, alla cybersecurity, alle energie rinnovabili. Israele quindi può offrire un elevato know-how, mentre l’Italia possiede la capacità produttiva e un accesso al mercato europeo. Ci sono inoltre possibilità di cooperare anche in ambito di sicurezza e di difesa e su questo si può prendere esempio dalle aziende americane, che hanno più o meno tutte delle joint venture con controparti israeliane.

Dopo gli Accordi di Abramo, Israele può fungere da tramite per le aziende italiane che vogliono incrementare i propri affari con il mondo arabo?
Credo che gli Accordi di Abramo abbiano creato un cambio di paradigma: Israele ora non è più visto come un’entità separata dal resto della regione. Ad esempio, al COP27 uno degli accordi più importanti è stato stretto tra Israele, Giordania ed Emirati per uno scambio di risorse idriche ed energetiche. Inoltre abbiamo formato proprio quest’anno il gruppo I2U2, che ci vede collaborare con India, Stati Uniti e nuovamente con la monarchia del Golfo in molteplici ambiti, dall’industria aerospaziale alla sicurezza alimentare. Sarebbe bello dar vita a qualche iniziativa congiunta con l’Italia simile a queste al COP28 del prossimo anno.

Sia Israele sia l’Italia alle ultime elezioni hanno dato la preferenza a schieramenti di orientamento conservatore. Prevede quindi che ci saranno cambiamenti nelle priorità delle relazioni bilaterali?
Auspichiamo che il nuovo governo italiano possa creare un clima ancora migliore per Israele. Tutte le formazioni politiche che ne fanno parte ci hanno già espresso in passato supporto e sostegno e sono coscienti delle minacce alla nostra sicurezza. Oggi il vostro paese potrebbe diventare uno dei nostri migliori e più sinceri amici. Ci piacerebbe se Gerusalemme venisse anche riconosciuta come capitale di Israele da parte dell’Italia, ma non intendiamo farne un motivo di contenzioso tra i nostri paesi. Infine, la vittoria sia da noi sia da voi di ampie maggioranze di governo potrebbero garantire stabilità politica dopo anni di incertezze, il che sarebbe un fattore positivo sotto tutti gli aspetti.

L’antisemitismo è in aumento a livello globale, spesso nascosto sotto le spoglie dell’antisionismo. Come vede la situazione in Italia e cosa il nostro Paese può fare per contribuire a combattere l’odio per gli ebrei?
L’antisemitismo continua a essere un’importante sfida per le comunità ebraiche di tutto il mondo e noi ci impegniamo a combatterlo insieme a loro. Bisogna affrontarlo lavorando in ogni ambito: dalle scuole alle istituzioni, attraverso lo strumento legale e tramite la normativa. Non è un fenomeno purtroppo destinato a sparire, ma dobbiamo continuare a lavorare insieme, ebrei e non ebrei, per combatterlo. Quando si parla del conflitto con i palestinesi, è naturalmente legittimo anche esprimersi a favore di questi ultimi, ma non se si usa retorica antisemita o se si mette in discussione il diritto di Israele ad esistere. Come ambasciata, svolgiamo un lavoro importante confrontandoci con le autorità italiane, con cui siamo molto ben coordinati. Supportiamo le comunità ebraiche italiane per assicurarci che possano vivere liberamente e in sicurezza e a loro volta ci aiutano a difenderci dalle polemiche contro Israele.

Come si articola dunque il vostro rapporto con le comunità ebraiche in Italia?
Ci tengo a sottolineare che in Italia le comunità ebraiche sono molto vivaci, anche più che in paesi dove numericamente vi è una presenza ebraica maggiore. Uno dei nostri diplomatici si occupa specificamente dei rapporti con loro. Noi forniamo il nostro supporto per diverse tipologie di attività e mettiamo a disposizione la nostra rete di relazioni e di informazioni quando ne hanno bisogno, ma lasciamo che siano loro a valutare quando possa essere utile un nostro intervento.
C’è poi una folta comunità di espatriati israeliani in Italia, in particolare giovani e studenti, e ci sono tante opportunità di scambi culturali.

Vuole aggiungere qualcosa per i nostri lettori?
Il prossimo anno celebreremo il settantacinquesimo anniversario di Israele e speriamo di riuscire a mettere in campo molte attività celebrative anche qui in Italia. Intanto, vorrei porgere i miei migliori auguri per le prossime festività a tutte le comunità ebraiche in Italia e in particolare alla comunità ebraica di Milano, che è stata la prima città italiana in cui mi sono recato in visita dopo il mio arrivo a Roma. Mi auguro che il prossimo anno possa essere ricco di opportunità per tutti noi.