Nasce Ponte Atlantico, movimento battagliero per la difesa delle nostre democrazie

Italia

di Fiona Diwan

Un fronte comune per difendere Israele, Ucraina, Georgia, Taiwan, le donne iraniane e afghane. Perché l’unione fa la forza.

«La difesa intransigente della civiltà liberale, dello stato di diritto, delle società aperte e delle democrazie. Ma anche dell’Unione Europea e della NATO. Questo lo scopo che ci prefiggiamo.

 In questo momento drammatico, è ora di battersi per un supporto a Israele, unica democrazia del Medio Oriente, minacciato dalle dittature arabe e musulmane che lo circondano. È ora di mobilitarsi in difesa dell’Ucraina martoriata e in lotta per la propria sopravvivenza; per la Georgia minacciata da Putin; per il popolo iraniano che si batte contro la teocrazia degli Ayatollah; per le donne dell’Afghanistan, oppresse dall’oscurantismo dei Talebani; per la difesa dell’autonomia dell’isola di Taiwan, minacciata dalla Cina». 

Frasi vibranti e accorate, pronunciate da Davide Romano e Alessandro Litta Modignani (rispettivamente Portavoce e Presidente), davanti a una numerosissima platea riunita per la nascita di Ponte Atlantico, nuovo movimento di opinione e associazione di servizio nata a Milano per coordinare e promuovere eventi, incontri e attività di tutti i soggetti politici in causa, contro le autocrazie che sempre di più stanno minacciando le società aperte nelle quali viviamo. 

Applausi, adesioni e fundrising, nomi eccellenti di imprenditori, politici e finanzieri milanesi seduti in platea. Poiché, in via metaforica, la domanda è: “Dove vogliamo vivere in futuro? A Teheran o a Parigi e Tel Aviv?”. Questione cruciale anche nell’analisi geopolitica di Stefano Magni, docente e giornalista, che ha tracciato alcune linee guida durante l’assemblea: «è importante osservare il quadro d’insieme, ci sono tanti fronti ma un’unica guerra, quella tra società chiuse e aperte. Si profila una guerra mondiale a pezzi, siamo davanti a un “cartello” di dittatori, autocrazie aggressive e alleate tra loro». 

Perché nelle manifestazioni vediamo riunite bandiere israeliane, iraniane, ucraine…? Perché il fronte è unico e la battaglia è comune, parallela, ribadisce Magni. «Oggi prevale la tendenza a parcellizzare i conflitti e a non cogliere il quadro d’insieme. Questo genera una gran confusione perché in realtà siamo davanti a un conflitto unico. Tutto inizia con il 1989, con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Muro di Berlino. Ma soprattutto con quello che accade a Pechino in Piazza Tienammen, sempre nel 1989. Da sempre la dottrina militare cinese è contro l’Occidente e gli Stati Uniti e lo stesso si può dire della dottrina militare russa che ha individuato nella NATO il nemico per eccellenza. Di fatto i quadri dell’esercito sovietico non sono mai cambiati dopo il crollo dell’impero sovietico, sono rimaste sempre le stesse persone. 

«Inoltre, la celeberrima dottrina Primakov del 1996, all’epoca Ministro degli esteri Russo, predicava l’alleanza contro l’Occidente insieme all’India, alla Cina e all’Iran, alleanza puntualmente concretizzata negli anni e oggi sotto i nostri occhi. Inoltre, non dimentichiamolo, l’Ayatollah Katami represse a Teheran nel 1999 una immane rivolta studentesca, soffocandola nel sangue, e questo anche con l’aiuto della Russia: in cambio di tecnologia missilistica e nucleare fornì a Putin armi convenzionali.

«E che dire infine della Corea del Nord che tutti tendiamo a sottovalutare? Un vassallo del nuovo celeste impero, aiutato dalla Cina a dotarsi di armi nucleari. Proprio la Corea del Nord potrebbe diventare la variabile impazzita di questo scenario. Capire che cosa è accaduto in questi ultimi vent’anni è cruciale, lo ha compreso anche una grande osservatrice e analista come Anne Appelbaum nel suo libro Autocracy Link in cui descrive una compagine inusitata di nuovi dittatori, appunto un’alleanza tra tiranni che mira a destabilizzare l’Occidente e a mettere in ginocchio gli Stati Uniti».